Cucitrici di Camicie Rosse


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La ricerca pittorica in Italia a metà dell’ottocento avvenne per opera di un gruppo di artisti, Lega, Signorini, Fattori, Borrani, Abbati, Cecioni, per nominarne alcuni, che volse la propria attenzione alle emozioni che la realtà muoveva attorno a loro. Questi artisti avevano una formazione severa e incontrandosi al Caffè Michelangelo di Firenze, stavano “componendo” un percorso comune finalizzato al rinnovamento della ricerca nell’arte.

Fattori scrive: “Cos’era la macchia? Era la solidità dei corpi di fronte alla luce” (Alfredo Aleardi: “Sullo ingegno” Atti della reale Accademia di Belle Arti. Venezia).

Adriano Cecioni afferma in “Scritti e ricordi” che “l’artista non deve ispirarsi né a scuole filosofiche né ad accademie. La sua opera deve essere la riproduzione delle sue emozioni personali create dall’ambiente in cui vive.” (Firenze, Tipografia Domenicani 1905 pag. 295)

Giorgio Vasari definiva la pratica del “macchiare” attribuita a Tiziano, come lo stato intermedio di esecuzione pittorica; nel 1856, Telemaco Signorini, in un suo soggiorno a Venezia, fa propria la certezza che la “macchia” possa rendere la realtà in modo efficace per trasporre sulla tela ciò che l’occhio “ingordo” di luce e colore conquista: il vero.

È così che si fonda un colloquio certo tra natura e realtà quotidiana. I giovani pittori del Caffè Michelangelo teorizzano la propria ricerca rifiutando le accademie proponenti bellezze ideali e modelli ormai statici e lontani dalla realtà contingente.

Ma la pratica della macchia sarà sottolineata in senso negativo nel 1862 da un anonimo recensore, che definì la ricerca di questi artisti una “tecnica sbrigativa”, coniando per loro il termine “macchiaioli” che rimarrà nella storia, certo non tenendo in alcun conto la potenzialità espressiva ed essenziale che quegli artisti celebravano con l’antiretorica e con la quale, guardando al vero, su quelle tele suggellavano l’alleanza, il vincolo tra arte e vita quotidiana, permettendo la nascita del “paesaggio domestico”.

Questo modo di vivere l’arte fu rivoluzionario come i tempi che si stavano vivendo e in molte opere leggiamo quale fosse la dolorosa commozione e autentica partecipazione di quegli artisti alle vicende risorgimentali.

Odoardo Borrani ci offre un’opera profondamente rivelatrice di queste caratteristiche introducendoci nella casa, nella stanza delle “Cucitrici di camicie rosse” del 1863.

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Il fascino di quest’opera è definito dall’intimità della narrazione e dai simboli che devono essere letti in funzione della storia. L’artista ci introduce in un inno al risorgimento nella casa, nella stanza dove lavorano le “cucitrici”: sulla consolle Biedermeier, arredamento austriaco come la sedia, la pendola segna le 7,15 per le donne che cuciono lana rossa con agili dita. Il loro lavoro è come la preghiera del mattino, è il loro “rito” di partecipazione alle vicende risorgimentali.

Ancora sulla consolle, una conchiglia, simbolo di rinascita; un’alzata di cristallo adorna di rose, simbolo d’amore; e altre rose in un vaso, aperte, mature, come il tempo della storia.

Come Flaubert in “Madame Bovary” sottolinea una complessa realtà ideale e materiale nella sua prosa, così Borrani traduce in immagine la molteplice realtà di quegli anni. Il rigore della prosa dello scrittore è simile alla ricerca dei Macchiaioli, e ci meraviglia l’elemento a forma di freccia che sostiene la tenda descritto nella stanza della protagonista di Flaubert, che, qui come simbolo di guerra e immagine di un elemento di lotta, ritroviamo a sostegno della tenda di delicata mussola bianca posta a cupola di luce nell’opera di Borrani.

Alla parete cerulea il ritratto color seppia di Garibaldi, al di sopra un “capriccio romano”: evidentissimi riferimenti alla storia risorgimentale assieme ai colori della bandiera italiana che immediatamente vengono incontro all’osservatore.

La scena è vivace: è arrivata un’amica, la vediamo di spalle. Sì, è appena arrivata, lo intuiamo dalla postura: ha poggiato la sua cappa( l’artista lascia intravedere la foggia a pellegrina in pesante tessuto blu); si è appena seduta sulla poltrona di velluto verde cucito a mano (lo capiamo dai punti sottili); cattura l’attenzione delle due donne a sinistra (riferisce certamente delle novità); la sua gonna, o meglio, il fruscio della seta del suo abito, si “poggia” sulla diagonale della composizione.

La donna a destra è, invece, totalmente presa dal proprio lavoro. Interessante è notare il contrasto di colore tra la pellegrina di velluto blu e il giacchino ocra chiaro a falde corte che sottolineano la vita sottile della donna; contrasto subito sapientemente raccordato dalla passamaneria di velluto blu che profila la manica di ampio taglio appena arricciata sulla spalla che scende morbida e abbondante. Le dita della donna spingono l’ago nella lana rossa e tutt’e due le mani sono parallele al tavolo coperto da una tovaglia verde di cotone pesante, dove sono descritti con meticolosità gli strumenti di cucito.

L’artista non trascura nessun dettaglio e ci narra, con meticolosità quasi fiamminga, del costume dell’epoca, della moda, delle acconciature, e riporta i canoni e il gusto del tempo: i capelli sono lisci e composti in una scriminatura centrale che li divide in due bande laterali che scendono a raccogliersi concentrandosi in piccole crocchie sulla nuca poi fermate da nastri di taffetas di seta a quadri azzurri per l’ospite e di leggerissima mussola arancio nella donna che cuce.

Le due donne a sinistra indossano una cuffia prevalentemente, portata in ambiente domestico, qui elaborata con nastri di taffetas plissettato a sottolineare l’ovale del viso, perché risulti candido e composto, così come si vuole per la donna della nuova borghesia, la carnagione bianchissima a rivelare un discreto senso del pudore.

Questa composizione appare quale prezioso e delicato involucro di una realtà pervasa di commozione corale per gli avvenimenti che stavano cambiando la storia d’Italia. La data del dipinto, però, ci riporta alla delusione dei democratici italiani: l’opera è intrisa di poesia composta da illusioni, speranze perdute e sentimento di commosso affetto per le vittime coinvolte in quelle vicende drammatiche; è attraverso la narrazione del quotidiano che Borrani celebra l’assoluto connubio tra Arte e Storia, in una dimensione che, lontana dalla retorica, celebra la solennità del vero.

Curiosità

La moda come problema d’immagine è sempre stato nella storia, e negli anni 50 e 60 dell’ottocento costrinse la donna a indossare busti che stringevano il torace per rendere il punto vita quasi inesistente, al fine di mostrare una figura femminile esile e con un volto il cui pallore era esaltato dal trucco con polvere di riso.

Strette in busti listati con stecche di balena, le donne soffrivano spesso di svenimenti causati dalla morsa al torace che non permetteva loro di sollevare il diaframma per una completa ossigenazione.

Nelle sale da ballo, nei luoghi affollati, o in qualunque situazione in cui vi era la necessità di un maggior apporto di ossigeno, accadeva spesso che le signore perdessero i sensi… in realtà molto poco romanticamente!

Si ha testimonianza di un “incidente” incorso ad una giovane donna, che morì misteriosamente durante un ballo. La famiglia volle indagarne le cause: alcune stecche del busto spezzatesi le avevano trafitto i polmoni provocando una emorragia interna.

Altrettanto disagio era presente a tavola, dove le eleganti e raffinate dame più che mangiare assaggiavano il cibo: in realtà non avrebbero potuto ingerirne quantità maggiori.

Già all’età di otto – nove anni le bambine venivano sottoposte a autentiche torture dalle loro madri, affinché fosse “impostato” da subito il “vitino” voluto dalla moda: le povere creature venivano fatte sdraiare a terra, e la madre teneva un piede pressato sulla spina dorsale stringendo fino all’inverosimile i lacci del busto, limitando movimenti e impedendone altri, provocando danni alla respirazione, alla spina dorsale, agli organi interni e difficoltà ai fini della maternità; ma pur di seguire la moda le ragazze digiunavano e prendevano sostanze per dimagrire: la moda le accompagnava così all’anoressia, alla tisi, alla morte.

Nel 1851 l’americana Amelia Bloomer, sostenitrice dei diritti delle donne, fu la prima a pronunciare un grido d’allarme contro la barbara costrizione che la moda imponeva con questo tipo di abbigliamento, e, anche se confortata dal giudizio di alcuni medici, fu derisa dalla società e accusata di sconvolgerne le basi. Le donne stesse, mal recependo questa denuncia che, se accolta, le avrebbe rese “più libere”, vissero la cosa come un attacco alle loro vanità.

E noi, ad oggi, come ci poniamo di fronte alle mode? Siamo veramente liberi di dire di no alle assurdità che spesso ci vengono proposte-imposte dai mass media, dalle case di moda che ci impongono magliette cortissime e pantaloni molto al di sotto del giro vita lasciando al freddo parti vitali del nostro fisico, scarpe slacciate che non ci sostengono nel passo provocando problemi alla spina dorsale e “profumi nuovi” di “grande stile” ma artificiali che spesso conducono a allergie e al tumore della pelle?

Dal nostro lettore Riccardo Taliani

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MenteCritica è curata da Gianalessio Ridolfi Pacifici Ricerca informazioni e fonti a cura di Giovanni Guariniello, Dino Carnevale, Giovanna Sinisi, Claudia Michi (MikClaudia) Giuseppe Grobo (Grobo). Traduzioni a cura di Antonio Giordano, Vincenzo Lavergata e Domenico Napoli.

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