Anche se la foto è tratta da un sito che parla di Cuba, questo non è un pezzo su Cuba. Cuba non c’entra, è solo lo spunto che mi offre questa fotografia: una vecchissima automobile parcheggiata, sola soletta, in una stradina su cui si affacciano schiere di case basse, molto colorate, con la gente fuori di casa che probabilmente sta chiacchierando del più e del meno, senza fretta.

Questa foto, non fosse perché l’auto è americana, potrebbe essere stata scattata in un nostro paesino del sud, magari in Sicilia, sul finire degli anni Cinquanta.
Perché questo senso di pace, di tranquillità, mi sembra così lontano dalla realtà che mi vedo attorno? La risposta è banale: perché io non vivo a Cuba, e neppure nella Sicilia degli anni Cinquanta, ma a Roma, una grande città, e siamo nel 2008.
Elementare, Watson.
Voi dite che c’entra molto la grande città? Io dico di no.
Roma negli anni Sessanta, quando io ero un bambino, era già una grande città, ma il ritmo della vita era molto tranquillo. Ricordo, ad esempio, che mio papà e mia mamma - entrambi impiegati - erano a casa per le 14 e tutti i giorni si pranzava insieme. Farlo oggi? E quando mai?
I negozi di alimentari, la merceria, il ferramenta, li trovavi sotto casa e nessuno, tranne i bar, faceva l’orario continuato: 9-13 e poi 16.00-19.30. Non ricordo che qualcuno si lamentasse per lo stress, erano pochi anche quelli che si lamentavano di non riuscire a campare. Nella mia famiglia non c’era l’abbondanza, ma tutto sommato non mancava l’indispensabile.

L’indispensabile. Ecco la parolina magica: indispensabile. Forse è questa la chiave di tutto: noi riteniamo indispensabili molte più cose di allora. Anche perché oggi ci sono molte più cose di allora.
Prendete i computer. Leggevo in questi giorni di emergenza-rifiuti della quantità impressionante - migliaia di tonnellate - di hardware che ogni anno finisce in discarica, privato solo dei pochi pezzi che possono essere riutilizzati. Il resto, semplicemente, si butta. Ora, io non voglio mica dire che i computer non siano utili, ci mancherebbe. Però mi chiedo fino a che punto è indispensabile cambiarne uno all’anno.
E non è che in altri settori vada diversamente, pensate ai telefonini, agli elettrodomestici, alle automobili, ai giocattoli, all’abbigliamento.
Pensate a quanta roba si compra, si usa per un po’, poi passa di moda e si butta. Una volta i mobili che ti ritrovavi in casa provenivano da casa di tuo nonno, erano di legno “vero”, se si rompeva una cerniera o si deformava un cassetto lo si portava dal falegname del quartiere a riparare. Oggi il falegname non solo non c’è più, nel mio quartiere, ma non saprei neanche dove trovarlo, e se lo trovassi forse non saprebbe più come si aggiusta un cassetto, ora che si è specializzato nell’assemblaggio di prodotti preconfezionati, e basta.
E qualcuno di voi si ricorda di quando c’erano le rammendatrici? O i calzolai? O gli ombrellai? O gli arrotini? Oggi sono rari come mosche bianche.
Oggi le cose rotte o vecchie si buttano via molto facilmente. Talvolta perché non si trovano pezzi di ricambio, spesso perché “non conviene” ripararle, ancora più spesso perché ne vogliamo altre nuove, specie se quelle che abbiamo non vanno più di moda.

E così che alimentiamo i consumi. E’ così che ingrossiamo il PIL. Sì, però così ingrossiamo pure le cataste di rifiuti.
Io credo che bisognerebbe ripensarci. Bisognerebbe incoraggiare la cultura del riuso, del restauro, del recupero, della manutenzione.
Si dice: ma se così facessimo l’economia si fermerebbe… si perderebbero milioni di posti di lavoro.
Io non ne sono del tutto sicuro. Certo, alcune fabbriche dovrebbero ridimensionarsi, altre potrebbero arrivare a chiudere. Ma - posso essere egoista? - a pensarci bene la maggior parte di queste fabbriche non si trovano qui, in Italia.
Vi siete mai chiesti quanti posti di lavoro si creerebbero, invece, qui, in Italia, nei settori che ho appena citato?
Purtroppo - spiace dirlo - occorre combattere quotidianamente contro la pubblicità che spinge (e soprattutto invoglia i nostri giovani, ma non solo) ad avere sempre “l’ultimo modello” di qualunque cosa. Io da tempo mi chiedo quanti di coloro che non arrivano a fine mese vivrebbero più tranquillamente se riuscissero - loro come noi tutti - a fare a meno dell’”ultimo grido”.
Scusate, sono solo parole in libertà, pensieri sconnessi venuti fuori così, guardando una foto.
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Tag: come-eravamo, consumo, decrescita, ecologia, famiglia, mode, pil, pubblicità, riciclaggio, rifiuti
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6 commenti
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13 Marzo, 2008 a 12:16
ilBuonPeppe
Sono totalmente d’accordo, e non solo a chiacchiere.
Tra noi e gli amici c’è un traffico di vestiti per bambini che vengono scambiati (i vestiti, non i bambini) N volte prima di essere dichiarati “da buttare”.
Ci produciamo in casa lo yoghurt, abbiamo smesso di comprare l’acqua in bottiglia (senza rinunciare alle bollicine), il mio PC ha 4 anni e va benissimo, compriamo i detersivi alla spina, vado a lavorare col bus, usiamo lampade a basso consumo, eccetera.
E di cose se ne potrebbero fare tantissime altre, basta solo la volontà. A qualcuno sembrano stupidate, ma sono queste le azioni che, se generalizzate, possono veramente incidere sulla nostra vita, sia singolarmente che come società.
Dobbiamo ripensare completamente l’idea di economia e di sviluppo.
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13 Marzo, 2008 a 13:15
Francesco Orsenigo
Bell’articolo, davvero.
C’e’ chi ha pensato una cosa simile qua: http://www.decrescita.it/
C’e’ qualcosa di orribilmente sbagliato nel mito della continua crescita economica, del “consumare di piu’” per essere piu’ ricchi…
Mi suona banale, ma forse davvero la colpa e’ della pubblicita’ e della nostra incapacita’ di difenderci da essa, della televisione e del mondo di plastica che ci vende…
La butto la’: e’ un problema di educazione:
1. Educazione a non farsi fregare dalla pubblicita’ e dall’ambiente esterno.
2. Educazione a cercare sicurezza *dentro* se stessi e non al di fuori, non tramite il possesso.
3. Educazione a goderci le cose senza strafare.
Il mio gelato preferito perde molto del suo fascino dopo che ne ho mangiato un Kg. o_O
Credo che per ottenere questo, il sistema migliore sia dare il buon esempio, senza bacchettare gli altri: solo far vedere che un altro stile di vita e’ possibile e rende davvero felici.
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13 Marzo, 2008 a 13:35
Silent Enigma
pensieri sconnessi ma totalmente condivisibili!
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13 Marzo, 2008 a 14:20
mattions
C’e un fronte montante contro il consumismo sfrenato.
La Decrescita Felice e l’Economia della felicita’ ne sono i pilastri portanti.
Hai colto il punto. Il modello di sviluppo è troppo pericoloso per continuare a tenerlo. C’è bisogno di una nuovo paradigma.
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13 Marzo, 2008 a 15:03
Marco il buono
Anche io concordo, invito ilbuonPeppe a scrivere un articolo sull’interessante esperienza, se ne ha voglia.
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14 Marzo, 2008 a 10:19
F.Maria Arouet
Consumare di meno sarebbe certamente auspicabile, specie se a farlo fosse quella parte che nella favola di Trilussa magna er pollo, mentre se i chiamati fossero quelli dell’altra parte, quella che guarda, non mi stupirei se non la prendessero affatto bene
Fatta questa premessa, peraltro necessaria e doverosa, occorre ricordare che certe cose semplicemente non le possiamo più fare, perché le abbiamo perdute, come l’innocenza, prendendo coscienza che potevamo farle in un altro modo.
Quando ero bambino andavo con mio nonno a rastrellare il fieno. Salivamo sul carro che stava appena spuntando il sole, i buoi si mettevano in moto e si andava e si andava, intorno a noi la brughiera, il volo breve delle gazze, il lento roteare delle poiane in cielo. Quando di lì a qualche anno lessi “La steppa” non feci alcuna fatica ad identifcarmi in Jegoruska, l’unica differenza era che noi non andavamo a vendere la lana e io non sarei finito al ginnasio. Quanto a Varlamov poteva benissimo essere quel signore coi baffi che incontravamo all’osteria dove mio nonno si fermava a prendere il caffè corretto grappa. E tuttavia come potrei anche solo pensare di poterci tornare, quando so che l’erba ormai si taglia con la falciatrice, si rivolta con il rastrello meccanico, si imballa e si carica e si scarica e si ripone nel fienile quasi senza neppure toccarla?
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