Le previsioni di un venditore di almanacchi 26


È tempo di lunari e di oroscopi e dunque mi ci proverò anch’io a disegnare il mio. Lo scenario di un futuro neppure troppo lontano, che non è ciò che mi auguro, ma ciò che potrebbe accadere; che potrebbe anche non accadere, ove le variabili prendessero una piega diversa da quella che stanno tenendo da una ventina di anni a questa parte. Qualcuno ci vedrà la volontà iniqua di una crematistica nemica dei diritti del popolo, il frutto velenoso dell’eterno disegno giudaicoplutomassonico della finanza internazionale ai danni della classe lavoratrice; perché c’è ancora chi pensa che la Storia sia guidata da forze etiche. Me ne farò una ragione e non ci starò a discutere, perché sarebbe una perdita di tempo per entrambi; ma se qualcun altro, mi porterà delle buone ragioni per dimostrarmi che ho torto, sarò felice di starlo a sentire e gli darò ragione, nel mio stesso interesse.

Secondo me sta capitando da almeno una ventina d’anni che i paesi dell’occidente storico, quelli che stavano da questa parte del muro prima che crollasse, si vadano deindustrializzando, chi più chi meno rapidamente. Mentre finché c’era il muro avevano di fatto il monopolio delle attività di trasformazione delle materie prime e dei semilavorati, che il resto del mondo forniva loro per averne in cambio prodotti finiti; oggi importano una fetta via via crescente dei prodotti finiti che consumano.

Questo avviene sia perché altri paesi hanno nel frattempo attirato capitali da tutto il mondo con l’offrire loro condizioni assai favorevoli, cosa che gli ha consentito di dotarsi di infrastrutture e strutture produttive simili a quelle dei paesi occidentali; sia perché i consumatori dei paesi occidentali trovano i manufatti di quei paesi assai più convenienti di quanto non sarebbero se a produrli  fossero loro stessi medesimi.

In questo insieme di cause/effetti ciò che move il sole e l’altre stelle è sempre l’amore, ma di una natura prettamente economica. Perché quello etico, pur se evocato e invocato a gran voce da più parti, s’è dimostrato fin qui del tutto inadatto a incidere sull’andamento delle cose. Nel senso che tutti, persino Maurizio Landini e Susanna Camusso, credo, portano calze, mutande e magliette, made in China. Che è il motivo principale per cui le fabbriche italiane di calze, mutande e magliette, hanno chiuso e i loro operai sono finiti in cassa integrazione; contro la qual cosa a nulla sono valse i proclami e le cariche di cavalleria lanciate dal Landini in difesa dei diritti dei lavoratori.

Non voglio essere frainteso, non sto dalla parte del padronato contro Landini, dico semplicemente che non sono servite a niente. E siccome un motivo ci dev’essere sarebbe interesse dei lavoratori scoprirlo in fretta, per metterci una pezza, se è possibile.

Perché se non cambierà qualcosa nel prossimo futuro i consumatori dei paesi a capitalismo maturo continueranno ad acquistare i beni prodotti nei paesi a capitalismo nascente, oltre che ad importare badanti moldave. Almeno fino a che avranno danari per farlo. Danari che già ora non sono più attinti dal reddito, diventato troppo basso, ma dal capitale e dal debito. Qualcuno acquista a debito, qualcun altro dà mano a quanto risparmiato da lui stesso, o prima di lui da suo padre e da suo nonno. In questo modo la bilancia commerciale di alcuni paesi è in attivo e quella di altri è in passivo. Per esempio la nostra. I paesi con la bilancia in attivo hanno impiegato fin qui il surplus per comprare titoli del debito pubblico dei paesi occidentali, Europa e Stati Uniti, pensando che i loro rendimenti rappresentassero un buon affare. Mentre oggi, temendo di perdere interessi e capitale per ciò che riguarda l’Europa, ma soprattutto l’Italia (è la conseguenza della decisione d’aver lasciato fallire la Grecia), se ne stanno liberando. Qualcuno ci vede un’aggressione della finanza internazionale a danno dei paesi europei, segnatamente del nostro. Accade perché nei momenti difficili c’è estremo bisogno di un nemico, il famoso vicario di provvisione cui imputare la mancanza di pane. In realtà si tratta di una fuga dei capitali dai nostri debiti: se è potuta fallire la Grecia senza che l’Europa riuscisse a metterci una pezza, chi me lo dice a me che domani non possano fallire l’Italia e la Spagna? La crematistica ragiona così, senza alcuna empatia per i debitori.

Naturalmente la crisi greca è stata solo l’occasione, la cartina di tornasole. Il vero guaio dei paesi a capitalismo maturo sono da un lato i costi di produzione crescenti; dall’altro la vischiosità sociale, la naturale resistenza della popolazione a perdere i vantaggi acquisiti, che rende difficile ogni tentativo d’’inversione di tendenza.

I costi di produzione crescono perché il prodotto ingloba oltre al salario, alle spese generali, agli ammortamenti e alla remunerazione del capitale, anche i costi diretti e indiretti di un sistema nato in condizioni internazionali assai diverse dalle attuali e mai seriamente ridisegnato. Ai sovraccosti determinati dal sovradimensionamento della macchina dello stato, si sommano i costi indotti dal suo cattivo funzionamento. L’evasione fiscale, per esempio, è un classico prodotto di una macchina statuale inefficiente; così come lo sono la corruttela negli appalti delle grandi opere pubbliche, le inefficienze del sistema giudiziario che affoga nelle pandette e non produce giustizia, di un sistema scolastico autoreferente che bada più al suo proprio particulare che a formare le giovani generazioni, di una pubblica sicurezza incapace di contrastare efficacemente la criminalità organizzata. Poi ci sono le rendite di posizione, dei farmacisti, dei tassisti, degli avvocati, dei notai, dei dentisti, dei giornalisti; ma anche dei ferrotranvieri, dei controllori di volo, dei netturbini, dei metalmeccanici, dei chimici, degli allevatori e di tutte le categorie, compagnie, associazioni, corporazioni, confraternite, congregazioni, gilde, nessuna delle quali è disposta a rimettersi in gioco, tantomeno a fare un passo indietro. Mentre le condizioni storiche che hanno portato a ciascuna di esse un qualche privilegio, prima tra tutte l’egemonia dell’Europa nell’universo industriale, sono tranquillamente tramontate.

Se le cose continueranno così, se nessuno vorrà ammettere che siamo diventati un po’ più poveri e che ognuno dovrà di conseguenza rinunciare a qualcosa, non si vede come i nostri prodotti possano tornare competitivi. In questo caso le nostre fabbriche continueranno a delocalizzare e a chiudere. Sopravvivrà ciò che non dovrà confrontarsi con l’esterno, o che avrà in sé la qualità per vincere il confronto. I coiffeurs pour dames e la Ferrari, estremizzando per capirci. La nazione produrrà complessivamente meno reddito. Diminuirà il reddito procapite. Ci avviteremo. Diventeremo ancora più poveri. Qualcuno pensa che in questo modo si arriverà al momento in cui il popolo darà mano ai forconi. Non credo. I forconi costano e qui non c’è nessuno, ma proprio nessuno in grado di pagarli. Ci potranno essere manifestazioni di piazza, qualche morto e qualche ferito. Stop. La Rivoluzione con la erre maiuscola richiede una classe egemone e un progetto politico. Non c’è ombra né dell’uno, né dell’altra.

No. Diventeremo più poveri e basta, se non sapremo rimboccarci i pantaloni.


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26 commenti su “Le previsioni di un venditore di almanacchi

  • Gigi

    Bè si puo fare un riassunto di quello che hai scritto con una parola sola……globalizzazione…..il sogno malato diqualche pirla che pensava che saremmo stati tutti bene……la classica guerra tra poveri…..

    • fma

      E’ molto riduttivo pensare che la globalizzazione sia il sogno malato di qualche pirla.
      Sarebbe come pensare che l’impero romano è caduto per colpa di Tigellino.
      Non è neppure la guerra tra poveri, anche se in un certo senso gli somiglia.
      In ogni caso è inutile pensare di poterla circoscrivere ed esorcizzare con un’etichetta.
      Meglio pensare a come farle fronte.

  • ilBuonPeppe

    L’analisi della situazione attuale è impeccabile; manca invece qualcosa sulle cause che ci hanno portato fin qui, ma sarebbe un discorso troppo lungo e comunque, per quanto importante, non cambierebbe i fatti.
    Quello che invece va sottolineato è, secondo me, l’assenza di una prospettiva per il futuro capace di andare oltre l’esistente. Intendo un’idea di società (e, come conseguenza, di economia) basata su presupposti radicalmente diversi. Il complesso di idee che ci ha portato fin qui non funziona più. Forse non ha mai funzionato davvero, forse era fallimentare fin dall’inizio, ma anche questo non cambia i fatti: di sicuro oggi non è più in grado di funzionare, cioè di condurre la società verso un benessere (non una ricchezza) progressivamente maggiore.
    Rimboccarsi le maniche e accettare un impoverimento è un male necessario ma può essere accettabile se posto in una prospettiva di rinascita. Se però non si cambiano i criteri basilari su cui si è costruito finora e ci si limita a giocare in difesa, non si va da nessuna parte, e questi sacrifici sono semplicemente inutili.
    Questa è la vera rivoluzione, non quella con i forconi (che non arriverà ma anche se arrivasse non servirebbe a niente).
    Purtroppo la classe dirigente italiana (per volontà o per incapacità è quasi indifferente) non mostra alcuna intenzione in questo senso, per cui la tua conclusione è quanto mai attuale e, temo, azzeccata come previsione: “Diventeremo più poveri e basta”. Anche se ci rimboccheremo i pantaloni.

    • fma

      Sì. Può pure essere che si diventi più poveri e basta, in ogni caso. Ma per sapere se il rimboccarsi i pantaloni porterà dei frutti, o andrà sprecato com’è successo tante volte, non c’è altro modo che provare. 😉

  • ilBuonPeppe

    Dimenticavo…
    Il “coiffeur pou dame” non è un mercato sicuro come pensi.
    Una ragazza che conosco e vive a Londra, grazie ai voli low cost, spende di meno da una parrucchiera italiana piuttosto che da quella londinese.
    Io per fortuna non ho di queste esigenze… 😉

  • Grisa

    Hai dimenticato quella ke io reputo la causa primaria del declino occidentale: la demografia.
    E con un welfare ( pensioni e sanita”) costruito su una demografia di 4 lavoratori per un pensionato ,nn piu” sostenibile ora ke quel rapporto e” 1,7 a 1

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