Cosa si può Fare con una Teiera e una Radice di Peyote 17


Ludwig Feuerbach era un filosofo dell’800, quindi tedesco. In Germania, in quegli anni, si pensava tantissimo, poi, nel novecento ci fu una maggiore propensione all’agire. Così come, nell’antichità erano i greci a chiacchierare fino allo spasmo faringeo. Poi però presero ad esercitare un democratico copulare promiscuo, sempre con maggiore enfasi, che li portò lentamente verso il declino della civiltà e la vittoria agli europei del 2004. Questo potrebbe far pensare che l’eccessiva elucubrazione porti a conseguenze nefaste, ma non voglio ragionarci su troppo. Del resto nell’antica Grecia non c’erano i televisori e passare la serata a guardare un filosofo non doveva essere divertentissimo.

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Il buon Ludwig, dicevo, prese a studiare teologia, poi però si imbatté in Hegel che lo convinse che la religione non era altro che una blatta della società e decise di abbandonare Teo e dedicarsi alla filosofia. Certo se avesse incontrato Hermann Knauss magari si sarebbe iscritto a ginecologia e avrebbe avuto una vita meno cupa, ma tant’è. Nonostante questo, Feuerbach continuò ad occuparsi di religione, per tutta la vita, grazie al fatto che la fabbrica di porcellane della moglie gli permetteva di procacciarsi il cibo senza dover realizzare la propria esistenza nella nemesi stessa della filosofia: il lavoro. Sì perché Ludwig non riusciva nemmeno a parlare in pubblico perché il sudore gli faceva scivolare i fogli di mano e soprattutto a causa di una discussione con un suo studente davanti al personale non docente da cui non seppe riprendersi:

F: “L’uomo è finito nello spazio e nel tempo e così qualsiasi sua filosofia o religione non può definirsi assoluta o determinata in quanto basata su presupposti che il tempo modificherà o cancellerà”
S: “Quindi anche questa sua teoria non può dirsi assoluta”
F: “Esatto, vede che seguire i miei corsi le fa bene”
I bidelli si annuiscono intorno.
S: “Quindi, se la sua teoria non è assoluta, è possibile che un pensiero, una scienza, sia un giorno definitiva al di là del tempo e dello spazio”
Bidelli: “Oooooooh”

Feuerbach, che non era certo uno sprovveduto, salvò la situazione buttandola sul relativismo, rete di salvataggio di qualsiasi discussione, dalla zuffa da stadio alla tesi di laurea. Purtroppo, il fatto di non riuscire ad articolare la sua difesa senza somigliare a Woody Allen decretò la sua sconfitta morale, amplificata dalla perdita del rispetto da parte degli addetti alla carbonaia. Per soprammercato giunse inesorabile la rottura con il suo mentore, Hegel, dovuta ufficialmente ad un contrasto sul concetto di infinito, ma voci ben informate riportano una barzelletta messa in giro da Hegel sulla moglie di Feuerbach con un gioco di parole basato sul termine “porcellana”.

F: “Mi spiace ma hai commesso un errore: è dal finito che discende l’infinito, non il contrario”
H: “Hai finito?”
F: “No, il font garamont rende le tue disquisizioni sul panteismo oltremodo ridicole”
H: “La tua barba è un insulto all’estetica shilleriana

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Le cronache del tempo non sono chiare, ma pare che Feuerbach assoldò un filosofo albanese per commettere atti di vandalismo nella consapevolezza di Hegel.
Feuerbach abbandonò l’idea di diventare un filosofo di grido e sposare una modella italiana e si dedicò allo studio. Continuò a sostenere le funzioni terrene della religione, negandone caratteristiche divine e trascendenti. Sostenne che l’evoluzione naturale di una religione è la negazione di dio e l’affermazione della consapevolezza umana. Arrivò persino a postulare che una religione ben strutturata ha effetti assimilabili a quelli di una melanzana alla parmigiana e che quindi identificarsi in ciò che si crede è un po’ come essere ciò che si mangia. O che si crede di mangiare.
Fece spazzatura di tutte le dimostrazioni ontologiche, a posteriori, a casaccio, dell’esistenza di dio e dell’uomo formulando il sensualismo: il dolore che si prova chiudendosi una mano, opportunamente raffreddata, in una portiera è sufficiente a dimostrare in toto la nostra esistenza e anche a maledirla.
Fatto sta che oggi le sue teorie sulla religione andrebbero rispolverate, sebbene egli stesso ebbe qualche tentennamento mistico sul finire della sua vita, ma si sa, su un aereo in panne non c’è nemmeno un ateo. Perché mai come oggi il significato di religione ha assunto la morfologia di una pappetta informe e limacciosa. Da un lato serve a un gruppo di scrittori, intellettuali, registi e compagnia cantando, per inventare, screditare, riabilitare teorie sensazionali a fronte di cachet sbalorditivi e dall’altro consente agli atei di affermare l’inferiorità intellettuale dei religiosi dimostrata dall’esorbitante numero di fesserie che si fanno in nome di dio. Come se in nome del denaro e del triangolo sotto i bermuda si facessero cose intelligenti. Io credo. Credo in chi disse che una società di atei inventerebbe subito una religione (credo Balzac o Tom Cruise, non ricordo).

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Degli allegri modi in cui viene utilizzata e descritta la religione avevo parlato qui. L’ultima trovata è di un “ricercatore” israeliano che sulla rivista di filosofia “Time and mind” applica le sue nozioni di psicologia cognitiva per dimostrare che Mosè, quando ricevette le tavole della legge, era strafatto di mescalina. L’abuso di allucinogeni da parte del profeta lo portò a chiacchierare con un cespuglio perennemente in fiamme e successivamente i relatori delle sacre scritture si arrangiarono alla meglio dovendo tradurre in aramaico frasi come “cioè che storia, Sefora passami due toffolette”. È quindi probabile che i comandamenti, frutto di viaggi mescalinici, non fossero esattamente quelli tramandati dalla Bibbia. Forse c’erano anche un undicesimo “falla girare” e un dodicesimo “che c’hai n’euro?”.
È evidente che qualche intellettuale trova più utile tutto questo di una fede.

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Ricordo che un giorno pensai che se una religione professa la pace e l’armonia tra gli uomini fa già molto di più di quello che ci si può aspettare da un vicino di casa e, per questa ragione, per quanto mi riguarda i suoi fedeli possono anche adorare un’enorme teiera. A quanto pare ho lo stesso pusher di Mosè perché esiste veramente un simile culto. Ne ho avuto notizia grazie all’arresto di una discepola, condannata a due anni da un tribunale islamico per apostasia. Perché quando si parla di fede se ne parla sempre per conflitti, per trarne profitto o per farsene beffe. Certo ammetto di essermi chiesto se le funzioni del culto della teiera si svolgono alle cinque e se c’è stato uno scisma tra la chiesa del latte e quella dello zucchero, ma solo perché sono invidioso e perché la mia congrega della cuccuma è fallita a causa di nervosismi intestini.Fermandomi all’interno dei confini terreni, non condivido la religiosità se è dipendenza da un bisogno di colmare vuoti personali invece di espressione consapevole della propria interiorità.
D’altro canto, guardandomi intorno, la religione è l’unica cosa rimasta che dia all’uomo un senso di inadeguatezza, in un mondo in cui quasi tutti si relazionano con presupposti di superiorità e alla parola dio, hanno aggiunto un apostrofo.


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17 commenti su “Cosa si può Fare con una Teiera e una Radice di Peyote

  • Sara

    Grande…
    Se si considera Dio come una proiezione di quello che non si è, non si ha, non si fa (vedi onnipotenza, onniscenza, assoluto, eternità, perdono ad esempio) allora il discorso di Feuerbach sarebbe forse veritiero, e in questi ultimi tempi posso essere parzialmente d’accordo. Però a questo punto cercare Dio significherebbe cercare se stessi, e come dici tu in modo magistrale “la religione è l’unica cosa rimasta che dia all’uomo un senso di inadeguatezza, in un mondo in cui quasi tutti si relazionano con presupposti di superiorità e alla parola dio, hanno aggiunto un apostrofo”. Quindi non siamo arrivati a niente di univoco. Sarà perchè solo Dio può essere univoco, e a noi non è concessa totale unicità e coerenza?
    Una cosa penso fermamente in questo momento: che per come sono costruite adesso le religioni nessuna di esse porti il praticante alla verità.

  • cruman

    tu dici il vero sara, tanto che ho deciso di eleggerti a mia religione.
    credo che tu potrai essere la fede del futuro….sarà.

    comunque, per cercare di essere serio, io non ho mai creduto molto nel fatto che qualcuno possa portarti alla verità. O ci si arriva da soli (magari “usando” qualcuno, ma non seguendolo) o è come se non esistesse alcuna verità o come ce ne fosse un numero infinito, che poi è equipollente.

  • Silent Enigma

    bentornato cruman! 😉

    non condivido la religiosità se è dipendenza da un bisogno di colmare vuoti personali invece di espressione consapevole della propria interiorità

    d’accordissimo; così anche sulla chiosa.

  • Cambiamo Pianeta

    Bell’articolo.
    Osservazioni:
    1) “mai come oggi il significato di religione ha assunto la morfologia di una pappetta informe e limacciosa”…verissimo, ma chi sia da ritenere responsabile per questo credo sia più che evidente.
    2) “consente agli atei di affermare l’inferiorità intellettuale dei religiosi dimostrata dall’esorbitante numero di fesserie che si fanno in nome di dio”…non credo che l’obiettivo degli atei sia quello di dimostrare ciò. Vero è che effettivamente in nome di dio (qualsiasi esso sia) si compiono quotidianamente una serie impressionante di assurdità…compresa quella di non concepire, quindi contrastare, il pensiero god-free. Cosa molto fastidiosa, sopratutto quando si manifesta con imposizioni, obblighi e interferenza nella vita di chi la vede diversamente. Confesso comunque che spesso un dubbio sulla salute mentale di un devoto credente mi sorge semplicemente riflettendo sulle assurdità in cui crede, al di là di quelle che commette in nome della sua fede e del suo dio.
    3) “Credo in chi disse che una società di atei inventerebbe subito una religione”…io no. Non lo credo. Personalmente ho deciso da tempo di concentrare una gran parte dei miei sforzi e delle mie energie sull’uomo, sul pianeta in cui viviamo, sulle intollerabili ingiustizie e violenze che lo devastano, nella ricerca di una via diversa, di soluzioni ai problemi che ci affliggono, nella definizione di un modello di società diverso dall’attuale, più giusto ed equo, etc…etc…etc…la religione, fra i grandi difetti e le tante colpe che le attribuisco, ha la tendenza a spingere l’individuo all’evasione…alla fuga…mentre invece occorrerebbe essere più consapevoli del mondo e della realtà che ci circondano.

  • cruman

    bel commento.
    controsservazioni:
    1) non ho parlato di colpe e sinceramente non ci ho nemmeno pensato, probabilmente perchè dal punto di vista delle responsabilità io ho una visione panteistica, qualsiasi cosa significhi. Se una cosa è stupida e chi la fa si incaponisce a farla e chi la critica si limita a dire che è stupida, mi sento di non fare grandi distinzioni.
    2) Ti invito a considerare anche la seconda parte della mia frase che hai citato e ti invito anche a considerare che esistono persone che non ce la fanno. Questa è una cosa che anche io ho faticato molto ad accettare. Il fatto che a me una cosa sembri dannatamente ovvia a volte mi costringe a pensare che chi non se ne rende conto abbia raggiunto come unica tappa evolutiva il pollice opponibile. Ma credo bisogna imparare a superare questo intoppo di posizione.
    3) Mah…non credo che l’uomo sia nato religioso e tendenzialmente è portato a non imparare dai propri errori. In fondo tu parli di violenze, ingiustizie che sono tutte frutto dell’operato dell’uomo, religioso o no che sia. Purtroppo il “materiale” che abbiamo è quello e a volte, come ho detto nel post, se qualcuno predica armonia e amore, fa già molto di più di quello che ci si aspetta ogni giorno, quindi a me va bene, anche se lo fa in nome di una teiera. Con il progresso scientifico e il positivismo siamo già parecchio avanti. E’ con l’armonia e la capacità di convivere che siamo molto indietro.

    In conclusione il cuore del pezzo è quello che ha individuato sara (hai vinto un premio a caso) e cioè che ormai l’uomo è abituato a porsi proprio come hai descritto tu: pensando che gli altri siano stupidi. Questa sorta di parzialmente giustificata “arroganza di posizione” io credo sia concausa di molti mali. E purtroppo solo verso l’ignoto l’uomo mantiene un basso profilo, una sorta di necessaria umiltà. E te lo dice uno che l’umiltà l’ha finita a 17 anni.

  • Gilgamesh

    Io sono, da parecchi anni, “seguace” del Tao.

    Purtroppo, a causa del sincretismo “new age”, ogniqualvolta provo a parlarne con alcuno, incontro un muro di incomprensione e pregiudizi.

    Credo sia utile chiarire che esistono varie forme di taoismo: il taoismo religioso, quello “magico” e quello filosofico.

    Dall’integrazione tra il pensiero taoista, preesistente in Cina, e il buddhismo importato dall’India (si dice tradizionalmente dal monaco Bodhidarma, che i cinesi chiamarono Pu Ti Ta Mo) nacque la scuola Ch’an, dalla quale derivò (secoli dopo) lo Zen giapponese.

    Quel che rende interessante il Taoismo è il fatto di essere, come di fatto anche il Buddhismo – nonostante i fraintendimenti comuni in Occidente, una religione senza Dio.

    Non semplicemente senza un Dio personale come quello dei Cristiani: l’esistenza di un Essere supremo, in quanto individualità, volontà creatrice o comunque lo si voglia definire, è ritenuta un’ipotesi non necessaria.

    Ho avuto la fortuna di poter leggere il Tao Te Ching e il Lieh Tzu in lingua originale (c’ho messo alcuni anni, e spesso m’è servito l’aiuto di un madrelingua, laddove dizionari e grammatiche non bastavano) e l’ I Ching nell’ottima traduzione di Yuan Huaqing (l’unica esistente effettuata direttamente dal cinese in italiano, e quindi l’unica abbastanza buona, quelle di Richard Wilhelm – sulla quale sono basate quasi tutte le traduzioni che trovate in libreria – e di John Blofeld – una delle poche in inglese che non sia una ritraduzione dalla versione tedesca – sono entrambe piene di errori, che si moltiplicano nella traduzione verso l’italiano), di studiare meditazione sotto la guida di ottimi maestri e di poter conversare con persone squisite come Deng Mingdao (in Francia, anni fa) e mi sono formato la convinzione che, sebbene nessuna religione possa portare il praticante alla verità, come sostiene Sara, abbandonando la ricerca razionale di una “verità” oggettiva, essa possa arrivare a noi, in forma di illuminazione, satori, consapevolezza o comunque si voglia chiamarla.

    Il problema è che essa è inesprimibile.

    E, in qualche misura, inconoscibile.

    Om shanti 🙂

  • F.Maria Arouet

    Bel pezzo, in cui forma e sostanza fanno un tutt’uno di grande godibilità e su cui non bisognerebbe appuntare alcuna critica, non fosse altro che per il piacere che se ne é appena tratto leggendolo…
    Ma se fosse obbligatorio muovere un’obiezione per dimostrare d’averlo letto ed apprezzato, la muoverei al finale:

    a) “non condivido la religiosità se è dipendenza da un bisogno di colmare vuoti personali invece di espressione consapevole della propria interiorità.”
    Hai detto niente. Come se fossero due cose separate e facili da distinguere. Magari mi sbaglio, ma penso che nessun credente potrebbe in coscienza affermare se crede in virtù dell’una oppure dell’altra. Anche perché mentre la prima é bene o male individuabile, la seconda é indefinibile in termini concreti.

    b) “la religione è l’unica cosa rimasta che dia all’uomo un senso di inadeguatezza,…”
    Mah, se si pensa che in qualche modo la religione é quella cosa che l’uomo usa per convincersi d’essere parente a domineddio, verrebbe se mai da sostenere il contrario.

  • cruman

    @gilgamesh
    le poche cose che so del tao lo ho imparate da fritjof capra. Dal suo libro, il tao della fisica, ho imparato di essere, al pari di fritjof, piuttosto capra.

    @nirnaeth
    solo nella finitezza dei suoi obiettivi primi, non certo in ciò che essi rappresentano.

    @f.maria
    per quanto riguarda il tuo appunto numero b ho peccato (ma espierò, guardando dall’ebuco della eserratura) mancando di specificare che mi riferivo a chi la religione la “subisce”. Diciamo nel famoso timor di dio. Non mi riferivo quindi a chi la “esercita”.

  • Gilgamesh

    Il libro di Fritjof Capra è uno dei migliori testi divulgativi mai scritti, insieme a quello di George Gamow (“I trent’anni che sconvolsero la Fisica”) e al meno conosciuto libro di Gary Zukav (“La danza dei maestri Wu Li”, che a dispetto del titolo è un saggio che prova a spiegare la meccanica quantistica, la teoria della relatività e la fisica delle particelle senza l’ausilio della matematica superiore, riuscendoci peraltro piuttosto bene).

    Curiosamente, Capra è un cognome abbastanza diffuso in Sardegna (limitatamente alla Barbagia di Seui e a quella di Gairo) anche se non comune.

    Il Tao invece, è qualcosa di cui non si può parlare. O meglio, il Tao che si può definire con le parole non è il vero Tao 🙂

  • cruman

    accidenti questa cosa la sapevo dello zen: “se lo spieghi, non è zen”
    anni buttati a praticare lo zazen, mi sono quasi venute le piaghe da decubito.

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