Cosa ha Ucciso la Poesia? 26


Bit e Byte non fanno rima con niente, Personal Computer non si coniuga con nessun’altra parola e nemmeno Bill Gates, con tutti i suoi bilioni di dollari, potrebbe trovare una rima per MS DOS o per Windows. Sebbene il PC possa dare un grande aiuto ad un grafico o ad un pittore non mi risulta che possa nulla per un poeta, oppure potrebbe, ma manca il software adatto. Tra assurdo e realtà proviamo a cavalcare questa ubbia che vaga per la mia testa come nuvoletta pellegrina in un cielo al tramonto.
Allora?

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Allora bisognerebbe scoprire chi, o casa ha ucciso la poesia, ma forse la poesia è morta da tempo di morte naturale, di consunzione, nell’indifferenza non se n’era accorto nessuno e, nel clamore assordante della quotidianità, nessuno aveva ascoltato il rantolo, nessuno aveva assistito l’agonia dell’illustre moribonda e i poeti erano troppo attoniti per alti lamenti capaci di superare il rumore di fondo dei televisori accesi e degli strilloni all’angolo delle strade.
Allora che bisogno c’è di poesia?
Allora prendiamo il colore rosso e mettiamolo al buio e lui scomparirà inghiottito nel nulla, prendiamo il bianco, il verde, il giallo, la primavera e l’inverno e mettiamo tutto al buio e tutto sarà nulla. I colori sono perché c’è la luce a dargli vita, così come le parole non sono senza la poesia che è la loro anima, ma la poesia è morta, morta per sempre.
Tra noi, uomini di PC, quanti hanno contribuito con la loro indifferenza ad uccidere la mortale poesia? Quanti tra noi hanno aperto un libro di poesia dalla maturità? Quanti hanno mai, volontariamente, aperto un libro di poesia in vita loro.
Ma oggi? Oggi più nessuno si renderebbe ridicolo recitando un verso poetico nel tentativo di conquistare una ragazza.
Desidero fare uno sforzo finale e cercare se ci sono altri colpevoli oltre l’indifferenza generale e penso che il PC, così poco poetico, non sia contro ma anzi, con CD-ROM come la Divina Commedia, Tutto Fellini, mi fa ben sperare.
Tolto il PC, credo che la scuola sia colpevole perché la poesia viene presa in ostaggio dagli insegnanti che sulla pelle di Leopardi, Foscolo, Pindemonte obbligano gli allievi ad esercitare con i versi la memoria, indifferenti ai contenuti.

Io, che mi sono sempre rifiutato di imparare poesie a memoria e che per questo sono stato rimandato tutti gli anni a sostenere gli esami di riparazione, oggi ricordo tante e tante di quelle poesie che potrei stare un intero pomeriggio a recitarne di tutti i tempi e autori diversi senza mai ripetermi (che bugiardo che sono). Non serve imparare a memoria serve capire e per questo ci vogliono insegnanti che a loro volta abbiano capito.
E della TV che ne pensate? in che misura ha contribuito alla fine della poesia? Forse è proprio lei la maledetta assassina.


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26 commenti su “Cosa ha Ucciso la Poesia?

  • prostata

    Mah, a costo di essere linciato penso che invece imparare a memoria serva a “interiorizzare”, aiuti ad assimilare i “meccanismi” della poesia (ovviamente abbinata, se non alla comprensione, che non sempre è strettamente necessaria, a una certa consapevolezza di quello che si sta declamando al vento). Quello sugli insegnanti è anche un po’ un luogo comune (e un tiro al piccione), per quello che vengono pagati poi… La gente, mediamente, non capisce una fava, quindi non mi meraviglio che la poesia (materia intima, difficile, dannosa nella giungla di tutti i giorni) non vada per la maggiore…

  • Sara

    La tv è assassina della coscienza e dello spirito critico in generale, e di conseguenza anche della poesia. Sono stata fortunata al liceo: ho fatto fisica (soprattutto i primi anni) facendo prima l’esperimento in laboratorio e poi facendo la teoria che lo spiegava, in più ho scoperto di avere avuto una prof di filosofia oltre che mitica anche zetetica, adesso realizzo fino in fondo che la prof di italiano di insegnava a capire i testi e i significati nascosti. Non abbiamo mai dovuto imparare a memoria una poesia. Alle medie una o due, ma io non le avevo imparate, è uno stupido esercizio meccanico, non avevo voglia!
    Comunque la scuola è fondamentale per creare spirito critico e mezzi per capire la realtà in generale. A imparare due date e due biografie si fa sempre in tempo.

    • Saint

      Sei stata proprio fortunatissima! Sono invidioso. Comunque dover imparare una poesia è effettivamente alquanto stupido, ma altra cosa, credo, è quando lo si fa autonomamente per il piacere di potersela ripetere in testa quando si vuole. Io un paio non riuscirei a dimenticarle nemmeno volendo.

  • Oris

    La cosa triste non è la morte della poesia (ma è morta?) ma il fatto che niente di altrettanto bello sia nato per riempirne il vuoto.

    Non vivo di malinconia da tempo, sono diventato malinconia.

  • Saint

    Oggi più nessuno si renderebbe ridicolo recitando un verso poetico nel tentativo di conquistare una ragazza.

    Su questo devo dissentire per essere stato protagonista di un fatto analogo 🙂

    • Oris

      Io ho scritto canzoni, a volte anche con la lirica… ma l’ho fatto sempre per le donne che mi hanno/ho lasciato.

      • Saint

        Dopo che era già finita? o ti ha portato sfiga? 🙂 In ogni caso ti auguro/consiglio di non scriverne più allora.
        Ah, comunque, rettifico parzialmente quanto detto prima: recitato non tanto, scritto più che altro.

  • Marco Bastianello

    Provo ad improvvisare una spiegazione: la poesia è morta perchè i poeti ne
    hanno abusato e perchè, come un animale, non sopravvive se gli è tolto il suo habitat. La poesia, in Italia, specie la lirica, è sempre stata esperienza diversa dalla lingua comune e orgogliosa d’esserlo, elitaria nel DNA. La “società di massa” non si coniuga bene con una cultura simile e il
    Anche se fossimo diventati tutti, per istruzione, poeti, il fatto che saremmo comunque per necessità stati legati alla quotidianità avrebbe limitato la nostra vena poetica, o meglio l’avrebbe mutata. Mutata per toglierle il suo picco più alto e redistribuire il senso in modo più omogeneo, a voler seguire le intelligenti osservazioni di Baricco (“I Barbari”, 2006, Fandango)sul cambiamento della cultura. Siamo una società più ampia, dunque, quasi naturalmente più prosaica. Anche gli ultimi poeti l’hanno capito.
    E’ anche una questione di linguaggio. Quello dei poeti è settoriale e insieme, almeno nella lirica petrarchesca italiana, non-concreto. Riuscireste a fare un ritratto realistico di Laura, da quello che ci dice Petrarca, “rarefatto” com’è?

    E’ questo distacco dalla realtà, sempre più grave con l’avanzare della società contemporanea, ad aver reso i poeti antipatici a più d’uno.
    C’è perfino chi della propria ricercata separatezza ha fatto la sua cifra,quando già qualcosa cambiava nel ‘900, come in un grande canto del cigno. Penso a D’ Annunzio, alla sua ricerca del raro, del latineggiante, alla
    sua prosa pomposa, alla sua poesia iperletteraria e dunque in certa misura pesantemente autoreferenziale, come a voler dire al lettore “Visto mo’ cosa so fare. Prova, te!”. Inevitabile che qualcuno, me compreso, abbia avuto all’inizio la tentazione di condannarlo alla polvere.

    Non è vero che niente ha preso il posto della poesia: c’è la canzone…

    • Saint

      Non sono tanto sicuro che la canzone abbia preso il posto della poesia, o almeno, dipende dal senso che intendevi. La canzone, nonostante il non indifferente valore ‘poetico’ di alcuni sempre più rari testi, ha comunque sempre bisogno dell’accompagnamento strumentale per essere musica, mentre la poesia è musica solo con le parole.

      • Marco Bastianello

        Però anche alcune poesie in realtà sono nate come canzone. Il fatto che sia “multimediale” (testo, musica,eventualmente video) non svilisce la canzone, anzi ne amplia le potenzialità espressive, per come la vedo io

          • Saint

            La multimedialità non svilisce la canzone, certo, tuttaltro, ma resta canzone, non poesia. Non ho mai detto comunque che sia inferiore. Non si tratta di fare la classifica delle arti, ma di stabilire semmai, pur in assenza di ogni strumento metodologico, i limiti tra l’una e l’altra. A me piace la musica, anche molto, ma è musica, non poesia. Dire che la canzone ha preso il posto della poesia può essere anche corretto, ripeto, ma dipende dal senso della frase. Se inteso dal punto di vista del tempo dedicato dal pubblico ad una certa forma d’arte o del ruolo di quell’arte nella società allora potrei essere anche daccordo, ma se intendi una completa intercambiabilità delle due come forma d’arte allora no.
            Le poesie in antichità erano musicate, è vero, ma non lo sono più tranne rari casi almeno dal trecento, credo, quindi ciò che si intende attualmente come poesia nel senso di forma d’arte penso abbia ben poco a che fare con la musica, anche se molto invece ha a che fare con la musicalità.

          • Neottolemo

            Secondo me è proprio la canzone che può essere presa come possibile assassina della poesia. O, altrimenti, una terza entità ha potuto compiere un pluriomicidio facendo fuori sia la musica che la poesia. Ed anche su questa seconda ipotesi mi vengono sospetti riguardo la canzone. La certezza invece ce l’ho quando un idiota della risma di Vasco Rossi viene chiamato poeta.

            A me quando si parla di poesia, o musica (per me sono la stessa cosa), viene in mente un amico che ebbe a recitare “ho scritto ti amo, l’ho scritto sul letamo, è arrivata la vacca e ci ha fatto la cacca” canticchiandolo a cantilena. Credo che questo riassuma tutto.
            A parer mio, oggi è fortemente radicata l’idea che il sentimento (per quanto debole) nell’arte sia tutto e che la tecnica sia subordinata a questo, se non superflua.
            Di solito si inizia scrivendo due rime sul diario alle medie e si finisce a venti anni dicendo che Paolo Conte è un vecchio (certo, se lo si conosce), che gli Eelst sono dei buffoni e che Leopardi era un gobbo rompipalle e depresso. Chi proprio continua sul declivio finisce ai concerti dei Finley. Tutto questo nella convinzione di avere l’animo “senzzibbile” e il sangue vivo (licenza emopoietica).

            Detto in soldoni, la morte della poesia così come della musica, credo siano dovute al non voler comprendere la fatica. Per poter scrivere una poesia o una musica (semplicemente decenti) ci vogliono anni di studio, ci si fa letteralmente vecchi. In una società dove è necessario correre per sopravvivere (quando ci si riesce), è inconcepibile ed impossibile dedicare una buona metà della propria vita allo studio. Vorrebbe dire vivere per tutto quel tempo in miseria. Per ovviare a questo, lo studio diventa un passaggio molto accelerato, il successo e la fama arrivano prima e chi ne paga lo scotto è ovviamente la qualità. Questo a lungo andare comporta una distorsione del senso comune per la qualità di un’opera che si abbassa sempre di più. Così si finisce a celebrare lavori mediocri, se non di nulla pregevolezza, e si snobbano non solo i contemporanei capaci, ma anche i maestri passati che risultano noiosi.

            Ecco, ho detto la mia.

          • Marco Bastianello

            Il già citato Baricco, Neottolemo, ti direbbe che pensi ancora in verticale (leggere il libro di cui sopra). Un sistema di valori artistici (e forse non solo artistici) vive di due fasi, come un cuore che batte: sperimentazione ed assestamento, movimento superficiale (o orizzontale) e moto verticale (o profondo), distensione e contrazione. Questo è solo un modello astratto e assoluto e non corrisponde necessariamente sempre e perfettamente alla realtà ma diamolo per vero per un attimo.

            Nella prima fase l’arte (una determinata forma d’arte nuova o un nuovo modo d’intenedere l’arte) è giovane, è ancora molto aperta ad influenze, è poco codificata e solitamente poco socialmente considerata. Chi la fa lo fa ancora senza la sacralità che solo il tempo può dare. Poi arriva chi non si accontenta più, chi ci si dedica per una vita, chi la vuole più raffinata, chi inizia a dedicarsi alla tecnica, chi ci fatica. E pian piano essa smette di essere svago e acquisisce autorevolezza e considerazione sociale, scambia la vitalità e la freschezza giovanili colla maturità.

            Alcune impressioni magari anche per niente da esperto e improvvisate,così, in superficie, sull’argomento letteratura.

            Inizialmente le prime poesie in “italiano” non erano minimamente considerate allo stesso livello di quelle mature, letterarie o anche post-letterarie (dopo spiego) della latinità. Esse erano le cosiddette poesie anisosillabiche, che dunque non avevano nemmeno un metro stabile, spesso avevano rime baciate o vaghe assonanze, affidate molto alla sensibilità estetica del poeta e poco alla tecnica. Il rappresentante più classico di questa fase, il più noto almeno, è il “Cantico delle Creature” di San Francesco, non tanto perchè precedente ad esperienze più colte, ma per lo stile. San Francesco non era poeta di professione, nè poeta dotto in senso stretto, non come i Siciliani (che pure, fulminatemi se sbaglio, gli eran contemporanei) o Petrarca. Probabilmente la poesia in volgare era nata molto prima, magari in forma di innocenti indovinelli come quello detto “indovinello veronese”. Si cercò di nobilitare la poesia anche assimilandola ai modelli provenzale e latino,ma questo avvenne per opera di poeti “professionisti”, che già facevano poesia “di profondità”.

            In seguito vi furono alcune incursioni di una poesia (così, a giudicare dalle poche righe che ho letto) più divertita e meno chiusa nella proverbiale torre d’avorio, come la nascita dell’ epica cavalleresca del 4-500, che alle sue origini (Boiardo) almeno per quanto riguarda il linguaggio, non era necessariamente lirica e in un certo senso non così colta, mentre per il contenuto era in larga parte d’intrattenimento.
            Solo in seguito, coll’ Ariosto e il Tasso l’aspetto di opera per lo svago di un nuovo pubblico (la corte signorile) cedette pèian piano il passo ad un’arte più fine, più autoironica, complessa e consapevole (Ariosto) o più grave (il Tasso, per quel poco che ricordo).

            Chiaramente è solo un modello. In realtà i due atteggiamenti spesso coesistono e ciò permette a certe forme d’arte anche molto antiche di non morire davvero mai e casomai di rinnovarsi seguendo una mutata sensibilità ma rimanendo sè stesse, ma cambiare è un po’ morire.

            Quello che molti vedono come una leggerezza senza sostanza probabilmente è l’inizio di un nuovo modo di fare arte che fra molto tempo darà frutti più maturi ma anche meno facili da gustare. E magari il pubblico li troverà troppo complessi, intellettualistici, iniziatici, così come per la poesia e gli preferirà un’altro tipo d’arte ancora, più accessibile.

            Sembrerebbe da quello che ho detto che io pensi che un’arte complessa e matura selezioni naturalmente sempre di più il suo pubblico diventando sempre più ostica e segnando così la propria fine sotto la pressione della massa degli esclusi che fanno cadere la torre. Non è esattamente così, anche se può accedere, perchè complesso, per fortuna, non significa necessariamente complicato. Un’opera può avere più livelli di lettura tutti a loro modo appaganti oppure può rappresentare quel capolavoro di maestria di un lavoro duro e lungo che produce però qualcosa di piacevole, immediato ma che non viene mai a noia. E’ ovvio che sono capolavori e uno su mille ce la fa, ma se penso alla canzone credo che anche la musica più piacevole e leggera, se di qualità, sia frutto di un’arte autentica, a suo modo sudata.

            Poi c’è sempre la carta del post-… ovvero dell’idea di scrivere “popolare”, seguendo un genere, ma con un certo divertito e colto distacco. Così facendo si salva l’universale godibilità senza rinunciare, per quelli a cui piacessero e per il diletto dell’autore, che è in realtà uno navigato, alle citazioni, ad un livello di lettura e di intertestualità più fine. Insomma, profondo, ma anche no.

            Tuttavia rifuggo da un culto della tecnica e della fatica di per sè stessa. Per la stessa ragione, per quanto io sia musicalmente e letterariamente di stomaco robusto, può esistere un componimento virtuosistico che però suscita sbadigli. Sarà pregiudizio perchè non l’ho letto molto, ma D’ Annunzio in alcuni casi mi sembra che si avvicini al concetto. Leggetevi tutto “Il Fuoco” o ascoltatevi un assolo di chitarra da dieci minuti e poi ditemi. Poi è questione anche di gusti, ma non solo.

            Sorry per il pretenzioso papiro.

          • Neottolemo

            Guarda, sono sempre stato dell’opinione che la tecnica e la fatica non sono fini a se stesse. Studiare una tecnica, non vuol dire solo apprendere “come si fa” ma soprattutto “come si usa”. Questa è la parte difficile. D’Annunzio e l’assolo di dieci minuti (solo dieci minuti? se fatto bene è sopportabile) sono puro sfoggio di ego. Almeno a parer mio.

            Riguardo all’evoluzione artistica e concettuale in genere, una vera e propria rivoluzione accade raramente. Di solito c’è la riscoperta di valori antecedenti alla propria epoca, “sulle spalle dei giganti” come diceva Newton.

            Così, in letteratura, nello specifico in poesia, nella musica, nelle arti figurative, e in filosofia c’è un continuo riscoprire il passato. Il punto è che la riscoperta non è una riproposizione sterile, ma è un adattare il “vecchio” alle proprie esigenze.
            Credo che la chiave sia questa. Noi non siamo scesi dalle spalle dei giganti, non abbiamo creato nulla di nuovo (in senso stretto). La differenza della nostra epoca è che ci siamo spinti davvero molto indietro (in musica alcune cose non si ascoltavano dall’epoca in cui l’animismo andava più forte delle altre religioni 🙂 ).
            Tu questo lo vedi come un momento di gestazione che prima o poi si esternerà in qualcosa di completo e godibile. Io invece penso che “l’adattamento del passato” continua ad essere sulle nostre esigenze, ma queste sono molto basse. Spero di sbagliarmi.

          • Marco Bastianello

            Ecco, dai di nuovo un giudizio di valore: non bisogna vedere il pensiero orizzontale,l’età della sperimentazione, solo alla luce dell’età più “compiuta” che porterà. Anch’essa è godibile.
            Il tempo della libertà d’indagine senza i sacri schemi ha delle gioie che l’età dell’approfondimento nel solco della tradizione magari non conosce.
            PS Mi rifiuto di credere che ci siano sul serio età meno degne in assoluto di altre. Prima erano in pochi e concentravano in ristretti circoli tutto lo sperimentabile. Oggi siamo tanti, la cultura ha raggiunto anche chi prima non l’aveva.Le nostre esigenze sono più basse? Non è che sono solo diverse. Voglio ancora credere nelle possibilità umane, non mi va di fare il laudator temporis acti o il fustigatore della moderna “degenerazione”.
            Internet ha una sua ineffabile complessità e perchè no poesia, l’ SMS può contenere un bellissimo haiku giapponese o una poesia di Ungaretti, a volte il bello va solo cercato

  • Carlo

    Cosa ha ucciso la poesia? Vien da ridere, penso che la poesia non possa morire, non è mai morta. Così anche si dice del rock, che sia morto ma non è morto, non si possono uccidere gli intenti ma solo le azioni, così si può ammazzare una poesia(ammesso che si possa fare, tutt’al più la si può normalizzare, elimanare la sua poeticità, come succede a scuola con i vari Boccaccio, Dante, Pascoli, Foscolo, Parini etc.) ma non LA POESIA come intento sovversivo del senso comune ma solo la singola poesia come insieme di parole ma, in assenza di indottrinamento(come avviene in una scuola) si può interpretare una poesia come si vuole e se piaciuta, la si può pure interiorizzare, qualsiasi tentativo istituzionalizzato(memorizzazione forzata, interrogazione sugli intenti del poeta, smembramento e analisi delle singole parti) sono veri e propri omicidi. In breve ciò che la scuola e la istituzione pratica è un vero e proprio omicidio delle parole e fomentazione dell’odio irrazionale della maggioranza degli studenti verso di esse. Ciò che la istituzione pratica è una vera eliminazione della magia delle parole e del loro significato esoterico per uno smembramento pseudoscientifico di esse.(per istituzione intendo anche la televiosione, giornali, riviste di vario genere, etc)

    • Marco Bastianello

      In realtà, da ciò che ho capito, Carlo, si parla del declino della forma d’arte poetica, non della “poeticità”, cioè la vocazione umana ad un’espressione artistica seguendo una particolare attenzione formale e una certa ispirazione al di la’ del contenuto fattuale espresso. O forse mi sbaglio e l’autore voleva dire che tutta l’idea di arte, che il concetto che la cura espositiva al di la’ della semplice comunicazione scarna sta crollando? Se fosse così sarebbe ben più tragico, perchè non potrebbe più esserci nemmeno un quadro che non sia semplicemente una foto, un articolo di giornale che non sia semplicemente un comunicato ANSA, una canzone che non sia semplicemente una serie di note ricorrenti per ballarci sopra (possibilmente in quattro quarti…unz-unz-unz-unz!)

  • Giacomo

    La poesia non è morta, anzi oggi c’è ne di più. Ci sono alcuni punti da chiarire però.

    La poesia esiste in se e per se o esiste solo se nella mente di chi la riceve?

    Essendo in un epoca postmoderna io propendo per tutte e due le opzioni.

    Oggi la poesia è dapperttutto, alla televisione ( bisogna avere una sensibilità fuori dal comune per scorgerla, che non ho francamente) in uno spot pubblicitario e nella musica.

    Prendete la il testo di Shakira

    “We were wanting each other since before we were born…”

    Io l’ho trovato un passaggio poetico come un altro tratto da un testo di Avril Lavrigne

    “when you are gone pieces of my heart are missing you”.

    Per carità , sono sicuro che qualche ben pensante inorridirà al solo pensiero che Shakira o Lavrigne siano capaci di poesia.

    Un altra cosa…vi siete mai chiesti che mestieri farebbero oggi i signori Leopardi, Shakespeare e altri ?

    Leopardi c’è lo vedo bene come regista porno, visto la sua ossessione per la figa, o a Roma a scrivere le puntate di incantesimo.

    Shakespeare farebbe pile di soldi ad Hollywood scrivendo sia capolavori che serie tv.

    In fondo non vi siete mai chiesti chi sono i nuovi Shakespeare di oggi?
    Uno sicuramente e David E kelley. Le sue serie tv sono poesia talvolta anche pura.

    Saluti a tutti

    e

    Divertitevi

    E

  • lupoalburnino

    Non ho scritto mai una poesia non perchè in me non sia la cosiddetta vena poetica. E’ perchè proprio non ci riesco. Se dovessi dire che la poesia è finita non ne sarei tanto sicuro. Faccio parte di una associazione culturale i cui membri (!?), quasi tutte donne, scrivono e leggono poesie: ascolto per educazione, ma la maggior parte di esse non mi piace. Però apprezzo lo sforzo: poeti e poetesse ci credono e si impegnano. Può essere un buon segno. Io ho imparato tante poesie anche alle scuole superiori. Ora non ne ricordo più tante e quelle che ricordo neppure per intero. Una massima latina dice: “Memoria miniutur nisi eam exerceas”. La memoria diminuisce se la si esercita. Ma non è solo un fatto di memoria, è anche un piacere poter citare un verso di un poeta famoso. Non c’è nessuno che non conosca un verso di Dante. Attraverso la poesia si può, dico si può, diventare più sensibili e più disponibili, se non è una finzione o un modo per farsi apprezzare. Di solito la poesia addolcisce…E’ vero, ci sono anche i poeti maledetti! Ma forse sono i migliori! Viva i poeti!

    • lupoalburnino

      Rispondo a me stesso solo per correggere un errore. “Memoria miniutur nisi eam exerceas” si traduce “La memoria diminuisce se non la si esercita” o alla lettera: “La memoria diminuisce se non la eserciti”. Saluti.

  • Neottolemo

    @Marco B.: rispondo qui, che sopra non mi fa continuare la catena.

    Le esigenze sono diverse ed è quello che anche io intendevo. Il problema è che “tanto potente e tanto bella pare la macchina mia quand’ella altrui sorpassa e gli occhi non l’ardiscon di guardare ed ogni lingua deven tremando muta” (scritta a memoria, perdonate gli orrori) si confà meglio alle esigenze odierne. Altrettanto “t’amo o pio yatch ed è mite un sentimento”. Ok, mi stavo divertendo 🙂

    Età meno degne anche io credo non esistano. Ogni epoca serve al suo scopo. Sebbene io non vorrei mai vivere nell’alto medioevo (oggi ci andiamo vicini, ma che c’entra: abbiamo la tecnologia ed è tutto perfetto così).
    L’età medievale spesso viene denigrata, ma è stato il periodo in cui si è lavorato enormemente sul diritto e sulla filosofia con lo scopo di creare un nuovo regime. All’arte ci si dedicava poco (rispetto ad altro), e per quel poco si sperimentava (soprattutto in cose che possono sembrare elementari: basti pensare alla formazione dell’occhio nel mosaico), fino ad arrivare nel rinascimento (che guarda caso si ispirava all’età classica).

    Io non dico che nella nostra epoca la poesia, l’arte e le materie umanistiche in genere sono morte, semplicemente non sono la cosa di cui più si necessità, al contrario della tecnologia. Probabilmente tra qualche anno (ormai non si aspettano più i secoli) ci si renderà conto che a livello umanistico siamo messi male. Questo ovviamente quando si saranno raggiunte disponibilità materiali soddisfacenti. Con la pancia piena l’arte si apprezza di più 🙂

    Dici che un sms può contenere un haiku o una poesia di Ungaretti, il problema è che per ora non lo contiene 🙂

  • anna m. caputano

    Chi ha ucciso la poesia

    C’è una rima anche per bit e byte
    e come un vecchio beat
    sogno anch’io l’isola di White.
    Non mi piacciono i videogames
    mi sto progettando un pied à tèr
    non ho i soldi di Bill Gates
    e quindi virtuale sul computer
    con tutti i miei versi resterà.
    La poesia si può scrivere sul PC
    senza fare la fine del PC,
    perchè i versi non son razzisti
    non disdegnano il CD-Rom
    e nemmeno un sito punto com.
    La poesia se sei stressato
    la butti giù tutta di getto
    e canti il mondo dissestato,
    vengono fuori strane rime
    poco romantiche, lo so
    possono piacere a pochi
    o come queste proprio no
    ma la poesia per questo
    non è di certo morta
    si nasconde urlando
    solo dietro un’altra porta.

    La poesia l’ha uccisa
    ……………..la cultura!
    con i concorsi truffa
    e le raccomandazioni
    dove puoi comprarti
    il diploma ed il trofeo,
    dove devi pagarti il libro
    e scambiare i voti
    Ma io non son nessuno
    c’è chi ne sa più di me
    Madame D’Alema,
    il venerabile Lucio Gelli,
    o il ministro Bondi,
    sommi poeti con gioielli,
    mentre io sono solo
    sognatrice d’altri mondi

    P.S. : Se non li ho buttati via forse riuscirò a trovare nel mio disordine i concorsi dove mi si proponeva di essere pubblicata su libri di testo scolastici, di avere titoli accademici o trofei a pagamento. Ad uno di questi avevo risposto che a Rapallo di ditte che fanno coppe ce ne sono e anche a meno prezzo, col vantaggio di poterle scegliere come voglio senza neanche dovermi sbattere. Ricordo anche una telefonata dove mi si comunicava che ero arrivata alla prima selezione e mi si chiedeva con molto tatto se ero disposta eventualmente a soggiornare (pagando) presso l’albergo dove si teneva la premiazione. Ho smesso di partecipare ai concorsi letterari per questo ed anche perchè attualmente non mi posso permettere quote d’iscrizione, viaggi e spese di soggiorno, non ho molto tempo e non so mentire abbastanza per recensire i libri che propongono. Mi spiace per quei pochi del mondo letterario seri che tra l’altro hanno premiato alcuni miei lavori ma la pubblicazione di poesie non può contribuire ad ingentilire l’animo umano per le attuali situazioni di mercato e quindi rimane solo uno spreco di carta che si può evitare creando dei siti o stampando in proprio per quei pochi interessati che si conoscono. Non basta trovare l’assassino della poesia, bisogna punire il mandante di tutti i crimini.

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