Accra e dintorni, 25 dicembre - 6 gennaio.
La capitale del Ghana, squallida quanto basta, caotica e inquinata, è resa anche anonima alle cronache dal fatto che siamo in uno dei pochi paesi africani stabili e pacifici del golfo di Guinea, e quindi raramente se ne parla.
In passato la capitale era Kumasi, non sulla costa ma nel cuore del regno Ashanti, o meglio dell’oro; ancora oggi vi è un Re che è il proprietario delle terre dove sono ubicate le miniere d’oro estratto oggi, anche, dall’australiana Anglogold Ashanti; il grado di sviluppo e ricchezza offerto dal Re e dagli australiani è misurato dalle baraccopoli sorte per alloggiare le migliaia di minatori. Ma questa è un’altra storia…

Se Kumasi mantiene il primato di possedere il mercato urbano più vasto dell’Africa occidentale, Accra primeggia come città-mercato del calcio. I colonizzatori inglesi la fecero capitale alla fine dell’800, quando si interruppero i traffici di schiavi, ma si intensificarono quelli delle merci: oro, cacao, legname…
oggi i traffici migliori sono tornati quelli degli uomini e li fanno i procuratori, o presunti tali, che vanno a caccia di baby calciatori e promesse del calcio a buon mercato o a costo zero.
Il 2008 è di certo l’anno del Ghana per il calcio: dal 20 gennaio al 10 febbraio è di scena la Coppa Africa, paragonabile al nostro campionato europeo. Da anni milioni di dollari transitano dalle banche, in primis per la costruzione di mega-stadi con parametri di sicurezza e confort che di certo fanno invidia ai nostri italici standard. I quattro stadi nuovi di zecca ad Accra, Kumasi, Tamale e Sekondi, sono opera di progettisti e costruttori cinesi e italiani; quest’ultimi vista l’esperienza del grande lucro di “Italia ‘90″ non si sono fatti di certo perdere un’occasione così ghiotta. C’è da chiedersi chi si occuperà della gestione e mantenimento degli stadi quando i riflettori e le televisioni a pagamento si spegneranno dopo la vittoria della Costa d’Avorio o del Camerun, e soprattutto chi li riempirà questi stadi, visto che i biglietti della premier league non sono così economici, ed il reddito, per chi ce l’ha, difficilmente arriva ai 300 dollari.

Locali, prepartita al Baba Yara Sports Stadium, Kumasi 30 dicembre 2007
E non so se l’attesa dell’evento ha scaldato gli animi, ma di certo ti rendi conto quanto il calcio non sia semplicemente uno sport. Il 90% dei ragazzi tra gli 11 fino ai 30 anni non hanno altro sogno che provare la sorte in qualsiasi club europeo, anche fosse una squadra dilettantistica. Il calcio lo incontri ovunque, se parli con un ragazzo ti racconterà che gioca in una scuola calcio tutti i giorni e che vorrebbe venire in Europa, per la gloria di certo, ma anche per sostenere un pò la propria famiglia. Anche le ragazze sono appassionate di calcio e chiedono per quale squadra tifi, ed a volte lo praticano pure. Il successo del calcio nel mondo e quindi anche in Ghana risiede nella semplicità logistica; serve solo una palla, il resto si rimedia: i pali delle porte possono essere due bastoni, le scarpe possono essere inutili se si gioca in spiaggia o sulla terra battuta…

Labadi Beach, near Accra, 26 dicembre 2007
E così, con l’entusiasmo di un ragazzino, mi sono immerso nel mondo del calcio per qualche giorno, quello dei professionisti e quello più spontaneo di strada, ricordandomi anch’io quanto fosse coinvolgente organizzare la partitella nel cortile con gli amici o aspettare il big-mach del sabato contro la prima in classifica. Parlando con allenatori, sbirciando qualche allenamento, pur non essendo un vero esperto, ti rendi conto quanto sia facile prendere contatti e fare la parte, volendolo, del businessman. Facile è anche fare due chiacchere a bordo campo dopo un allenamento, con un armadio di 1.90 che gioca in serie A e però non prende uno stipendio vero e proprio…il paragone viene ovviamente immediato con i nostri vip del calcio e…soprattutto con le potenziali due chiacchere scambiate a bordo campo per esempio con uno come Totti…

Labadi Beach, near Accra, 26 dicembre 2007
Ma una cosa in comune credo che abbia il calcio africano con quello italiano. Gli stadi sono ormai mastodontici edifici, simili ai nostri, il folclore sugli spalti si è un po’ perso. Dopo un primo tempo a reti inviolate, nella classica domenica pomeriggio dedicata allo stadio, sotto un sole cocente il 30 dicembre, malgrado il cappellino ad ombrello della prima in classifica, l’Asante Kotoko, la noia è pari al divertimento medio sugli spalti o sugli schermi del campionato italiano, così decido di uscire per andare a refrigerarmi al bar.
Dopo mille appuntamenti mancati con dirigenti, allenatori e personaggi di dubbia identità, decido di tornare a vedere e magari praticare il calcio delle origini. Non so come siano le famose spiagge brasiliane, che nell’immaginario collettivo sono da sempre state le palestre per i campionissimi verde-oro; ma Busua, non lontano dal confine ivoriano è di certo meno mondana, meno affollata, più selvaggia, ma in spiaggia tutti giocano a calcio. Un posto tranquillo dove passare qualche giorno di relax, nuotare, provare a fare surf, parlare con la gente del villaggio di pescatori e ovviamente organizzare e partecipare a sfide di calcio in spiaggia.

Sierra Leone Stars, Buduburam refugee camp, Kanishe west of Accra, 27 dicembre 2007
Qui davvero ritorna lo spirito di aggregazione, di gioia, che tutti provano giocando in libertà: via le scarpe e le maglie, sudore e qualche calcio, ma quando sei stanco ti butti nell’oceano a refrigerarti e il gioco si ferma in modo spontaneo, senza bisogno di fischi. In questo clima saltano i rapporti creati in secoli di colonialismo, sfruttamento e segregazione tra due mondi: il nord ed il sud. L’italiano arrugginito, un po’ più tattico e difensivista gioca assieme ai più fantasiosi, atletici e spesso più giovani ragazzi africani, ma entrambi corriamo dietro ad una palla e cerchiamo di fare un gioco di squadra, poi magari si beve assieme e si va a ballare. E finisce per me anche quell’odiosa sensazione creata dall’abitudine e dallo stereotipo del colore della pelle, che mi ha messo, mio malgrado, a confondermi con loschi personaggi a bordo campo, interessati a qualche strana transazione. Difficile spiegare che sono solo un curioso giramondo, che non ho soldi da spendere se non per vitto e alloggio, che non mi ha mandato nessuno, che le mie foto non saranno vendute,forse, ma che probabilmente saranno pubblicate su una radio libera e indipendente che spero viva a lungo e che magari qualcuno ascolterà anche in Ghana.

Pretattica dei Sierra Leone Stars, Buduburam refugee camp, Kanishe west of Accra, 27 dicembre 2007
saluti
Renato (renatico)
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Tag: Africa, calcio, evento, ghana, globalizzazione
yastaradio
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2 commenti
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25 Marzo, 2008 a 11:26
dalse
qui trovate il reportage fotografico completo:
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25 Marzo, 2008 a 14:14
Sara
Interessante la contrapposizione tra lo sport costruito, in qualche modo artificiale, che impoverisce perchè lascia strutture mastodontiche da gestire, colonialista, e lo sport vero, quello che consente di vivere assieme, di sperare in un futuro migliore, di divertirsi veramente. Le foto sono fantastiche!
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