Confessioni di un Violento: Il placido conforto della disciplina 11


Poco più di una settimana fa, la moglie di una persona che ho avuto modo di frequentare per motivi di affari è stata assassinata. L’uomo che, secondo gli inquirenti, è colpevole dell’omicidio si è dato alla macchia riuscendo a sfuggire alla polizia fino a quando, poche ora fa, è stato catturato.
Io sono un uomo temprato alla violenza. Devo a me stesso la sincerità di ammettere di aver procurato grande sofferenza e di essere andato anche molto oltre per difendere la mia vita o gli interessi che, secondo legge e consuetudine, rappresentavo.

Forse proprio perché la violenza è stata lungamente la mia onorata professione, forse proprio perché la declinazione del verbo omicidiario non è una pratica che posso definire estranea, la scintilla che trasforma un uomo “comune” dedito ad una professione “normale” in un assassino che scientemente sopprime una madre davanti agli occhi dei figli mi procura un’inattesa inquietudine.

La verità è che più che della morte ho sempre avuto paura della deriva inattesa, della lenta ma inesorabile declinazione verso la perdizione, dell’obbligo di convivere con la colpa derivante non dall’esercizio di una consapevole e placida disciplina, ma dalla perdita del controllo. Come una macchina, mi conforto nella mia funzione qualsiasi essa sia e temo l’avaria.

Ormai è tardi per correggere questa attitudine, ma non raramente mi chiedo cosa avrei capito della vita se, oltre ad avere una mente come quella che mi ritrovo, avessi avuto anche un piccolissimo, trascurabile cuore.


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