Comuni, Province, Regioni: tra decentramento, competenze e furia iconoclasta. 19


Provincia: dal lat. Pro-victa
Pro= avanti, prima
Victa= soggiogata, legata

Da qualche tempo si sente sempre più insistito il richiamo all’abolizione dei cosiddetti enti locali, quasi come se un fortissimo e generalizzato “cupio dissolvi” sia la panacea di tutti i mali italici.

Basta burocrazia! Via gli impiegati fannulloni! Troppe spese! Basta enti locali!

E l’attenzione di tutti si è concentrata sulle Province, notoriamente conosciute più dalle targhe automobilistiche che dalla Costituzione.

(Nota di piccola nostalgia a margine: da quando sono state abolite le targhe con l’indicazione della provincia di immatricolazione, i bambini in viaggio con i genitori non sanno più a che gioco giocare. Ricordo i lunghi viaggi verso l’estate al mare, dalla Lombardia alla Puglia: per tutto il viaggio si giocava a riconoscere la provincia dalla targa delle vetture che ci scorrevano vicino o davanti a noi; poi il primo che nominava la regione di appartenenza e tutte le altre province vinceva un punto extra. Le risposte di mamma e papà non valevano. La geografia su strada. Ora i videogames hanno risolto il problema dell’intrattenimento, e della geografia non gliene frega più niente a nessuno, tanto c’è il navigatore).

Il governo attuale (non attribuisco aggettivazioni utili a distinguerlo: di larghe intese? Di scopo? Di lucro? Del fare? Del rimandare? Lasciamo perdere: più aggettivi servono a definire un governo o il suo programma, meno esso svolge il suo unico VERO compito: governare, e bene) dicevo: il governo attuale ha cavalcato tanti di quei cavalli di battaglia pre e post- elettorali che a un certo punto è sembrato di assistere a una corsa ippica, e tra il gran polverone sollevato e le urla di tifosi e detrattori, qualcosa si è perso.

Il buon senso, innanzi tutto: dire “aboliamo le province” non è costituzionalmente corretto; ma tutti (giornali, tv, gente comune) hanno preso per legittimo e anzi doveroso ciò che non era di competenza né del governo né del legiferare ordinario.

La Costituzione Italiana parla a vario titolo delle province negli articoli 114, 117, 118, 119, 120, 132, 133. Ne parla, al di là del linguaggio formale, come di organismi indispensabili al decentramento, insieme alle Regioni e ai Comuni.

Ma cosa fa esattamente una Provincia? Quali sono le sue competenze?

Da Wikipedia si legge che:

Relativamente all’Italia, la provincia è un ente locale avente una competenza su un gruppo di comuni, non necessariamente contigui.
Essa ha competenze e funzioni determinate dalle leggi di attuazione dell’art. 114 della Costituzione.

Attualmente le province italiane sono 110, includendo nel computo anche le province regionali siciliane (che hanno natura consortile), le province autonome di Trento e di Bolzano (che svolgono funzioni regionali e sono in grado di legiferare) e la Regione Valle d’Aosta, che svolge anche funzioni che nelle regioni a statuto ordinario sono svolte dalle province. Tre di queste, la provincia di Barletta-Andria-Trani, la provincia di Fermo e la provincia di Monza e della Brianza, istituite nel 2004, sono oggi operative in seguito alle elezioni provinciali di giugno 2009.

Il numero delle province italiane è costantemente aumentato nel secondo dopoguerra. Nella creazione di nuove province, non si è registrato alcun caso di accorpamento o soppressione di enti precedenti.

Di cosa si occupa esattamente una provincia?

Per scoprirlo, bisogna scartabellare il Testo Unico qui sotto riportato per quanto attiene ai settori di intervento:

 

I settori di intervento delle Province nell’Ordinamento delle Autonomie Locali
(Art. 19, T.U. 28 settembre 2000, n. 267)

La provincia esercita le funzioni amministrative di interesse provinciale che riguardino vaste zone intercomunali o l’intero territorio provinciale nei seguenti settori:

  • difesa del suolo, tutela e valorizzazione dell’ambiente e prevenzione delle calamità;
  • tutela e valorizzazione delle risorse idriche ed energetiche;
  • valorizzazione dei beni culturali;
  • viabilità e trasporti;
  • protezione della flora e della fauna, parchi e riserve naturali;
  • caccia e pesca nelle acque interne;
  • organizzazione dello smaltimento dei rifiuti a livello provinciale, rilevamento, disciplina e controllo degli scarichi delle acque e delle emissioni atmosferiche e sonore;
  • servizi sanitari, di igiene e profilassi pubblica, attribuiti dalla legislazione statale e regionale;
  • compiti connessi alla istruzione secondaria di secondo grado ed artistica ed alla formazione professionale, compresa l’edilizia scolastica, attribuiti dalla legislazione statale e regionale.

 

Invito però i lettori di Mentecritica a consultare questo link per visualizzare la tabella completa degli ambiti di intervento delle province, in base al TU n. 267/2000.

Poi arriva la doccia fredda della Corte Costituzionale e tutti sembrano i protagonisti della canzone di Povia: i bambini fanno Ohhhh!

La Corte Costituzionale ha bocciato la riforma delle province

Quella del governo Monti, che di fatto era già bloccata: la Corte ha detto che le riforme non si possono fare con i decreti legge

4 luglio 2013

Mercoledì 3 luglio la Corte Costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità della riforma delle province approvata in diversi passaggi dal governo Monti. La Corte Costituzionale ha detto – accogliendo il ricorso di 8 regioni – che la riforma delle province non è una cosa che si possa fare tramite un decreto legge, ovvero quello strumento che il governo ha per gestire “casi straordinari di necessità e urgenza” e che permette alle misure di diventare immediatamente operative (con la necessità poi di una conversione in legge del Parlamento). I principali provvedimenti con cui il governo Monti aveva deciso la riforma, infatti, erano decreti legge.

Il primo fu il decreto “Salva-Italia”, che stabilì l’abolizione dei consigli provinciali e la riduzione delle competenze per quell’ente locale. Poi ci fu il decreto sulla spending review, ai primi di luglio del 2012, con cui si annunciava il dimezzamento del numero di province con criteri ancora da definire. A ottobre ci fu poi un altro decreto legge dedicato nello specifico alle province, con lapresentazione di una famosa mappa che mostrava il nuovo assetto amministrativo italiano.

Di fatto, però, la riforma era già bloccata: con la crisi del governo Monti, tra le varie cose che erano state bloccate, c’era anche la conversione in legge di quest’ultimo decreto, mentre un emendamento della legge di stabilità approvato a dicembre 2012 ha rimandato di un anno, al primo gennaio 2014, l’abolizione dei consigli provinciali. Nel frattempo, Sicilia e Sardegna – regioni a statuto speciale e per questo escluse dalla riforma Monti – hanno preso iniziativeautonome per abolire le province, che non sono toccate dalla sentenza di ieri della Corte Costituzionale.

Stop della Consulta al taglio e alla riforma delle Province. La Corte ha accolto il ricorso di 8 Regioni e dichiarato l’incostituzionalità delle misure con cui il Governo Monti aveva provato ad avviare, in due step, il riordino degli enti di area vasta.

Le norme bocciate
I giudici costituzionali hanno dichiarato l’incostituzionalità, da un lato, dell’articolo 23 del decreto salva-Italia che trasformava le amministrazioni provinciali in organismi di secondo livello e, dall’altro, degli articoli 17 e 18 della spending review che disponevano la cancellazione di quelle con meno di 350mila abitanti e un’estensione di 2.500 chilometri quadrati. Una riforma che peraltro era stata congelata fino al 31 dicembre 2013 dalla scorsa legge di stabilità.

Quagliarello: riformare il titolo V
«L’odierna sentenza della Corte Costituzionale sulle province rende ancora più importante intervenire attraverso le riforme costituzionali sull’intero Titolo V, in particolare per semplificare e razionalizzare l’assetto degli enti territoriali». Lo dichiara il ministro per le Riforme costituzionali Gaetano Quagliariello.

 

Ma il governo non conosce ostacoli e il 5 luglio 2013:

Taglio delle Province: la nuova legge in tre punti

Percorso con legge ordinaria. Enti locali, a costo zero, disciplinati da Regioni. Se non accade, funzioni redistribuite

La mappa (Ansa)

ROMA – Tre articoli, un pagina. Il disegno di legge costituzionale per l’abolizione delle province, all’esame del consiglio dei ministri di venerdì 5, è un testo breve. Il primo articolo sostituisce l’articolo 114 della Costituzione: « La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Regioni e dallo Stato», dice la nuova formulazione eliminando appunto il riferimento alle province. L’articolo 2 cancella ogni riferimento alla province in tutti gli altri articoli della Costituzione. Tredici in tutto i commi modificati.

LEGGE ORDINARIA – Viene poi fissato il percorso per le tappe successive, da realizzare con una legge ordinaria. Fin da ora si stabilisce che con eventuali enti intermedi dovranno essere a costo zero: «Con le legge regionale nei limiti dei criteri generali definiti con legge dello Stato, sentita la popolazione regionale, possono essere istituiti e disciplinati, senza oneri per lo Stato, enti locali per l’esercizio di funzioni di governo dell’area vasta e di coordinamento dei comuni». Per la fase transitoria si dice che «in sede di prima applicazione, entro sei mesi dalla data in entrata in vigore della legge statale» le Regioni «disciplinano con legge regionale gli enti locali». Se la Regione non provvede le «Province sono comunque soppresse e le relative funzioni sono redistribuite».

Letta: «Necessario togliere la parola province dalla Costituzione»

LETTA: «SALVAGUARDARE I LAVORATORI» – Il governo intende «salvaguardare i lavoratori» delle province e «le funzioni» di questi enti abrogati con il ddl costituzionale. Lo ha detto il premier Enrico Letta nella conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministro. Il premier ha poi tracciato una sorta di «road map» parlamentare: «Il pronunciamento della Corte Costituzionale ha bloccato il processo» di abolizione delle Province, ma «dato che manteniamo l’orientamento di dare seguito a quello che era contenuto nel discorso con cui il Governo ha ottenuto la fiducia, dove era scritto chiaramente “Abolizione delle Province”, abbiamo ritenuto necessario intervenire al maggior livello possibile, abrogando la parola Province da tutti gli articoli della Costituzione. Ci sentiamo vincolati a quell’impegno. Spero che il Parlamento lo approvi nel più rapido tempo possibile», aggiunge.

Lorenzo Salvia 

fonte

 

Tutti contenti?

Di sicuro Antonio Saitta (presidente dell’UPI) no:

Contraria l’Unione delle Province italiane – Le nuove mosse del governo trovano però l’opposizione dell’Upi, Unione delle Province d’Italia, che per bocca del suo presidente, Antonio Saitta, definisce “inaccettabile” un provvedimento di questo tipo tarato solo sulle Province. “Tutto ciò conferma – spiega stizzito il leader delle Province – che la politica non vuole riformarsi”.
L’Upi – che pure aveva collaborato lo scorso anno alla stesura del progetto di riordino con il dl 188, insieme all’allora ministro per la P.A. Filippo Patroni Griffi, naufragato poi il 10 dicembre in Commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama – chiede inoltre polemico: “E il dimezzamento dei parlamentari quando si farà? Quando si rivedranno gli sprechi causati dal sovrapporsi delle competenze tra Stato e Regioni che hanno fatto lievitare la spesa pubblica in questi 10 anni?”. E Saitta attacca l’esecutivo affermando che “torna a proporre l’ennesimo provvedimento buono solo per conquistarsi le pagine dei giornali”, ma anche di aver messo in campo “una risposta rabbiosa contro un giudizio tecnico della Corte Costituzionale che non ha salvato le Province, ma ha dichiarato incostituzionali norme che lo erano palesemente, e a detta di tutti”. fonte

E noi?

Tra legittimi dubbi, inevitabili sospetti e la perenne scarsa informazione che ci affligge, cosa ne pensiamo davvero?

E se invece dell’eliminazione delle province si pensasse a una “rimodulazione” del territorio, accorpando ad esempio più province per vicinanza, affinità, esigenze territoriali e sociali simili, o con altri criteri, su cui avviare un confronto costruttivo tra le parti interessate?

Non si tratta di perdere un pezzo di identità territoriale, come qualcuno potrebbe paventare al pensiero di unificare due o più province: si tratta di riorganizzare al meglio le risorse, che non sono solo economiche ma anche naturali, e soprattutto umane (strutture produttive, infrastrutture, personale)

Sarebbe così devastante pensare (faccio un esempio) alla Puglia come a un’entità regionale con due province invece di sei?

Né si tratta di licenziare in blocco migliaia di dipendenti provinciali, cosa che in questo momento congiunturale mi sembra francamente un autogol clamoroso da parte del governo. D’altro canto, promettere di non licenziare significa utilizzare quel personale in altri ambiti. Quali?

In realtà dovrebbe sorgerci una semplice domanda: il vuoto creatosi dall’abrogazione delle province, chi lo riempirà? E soprattutto in quanto tempo? E come?

Dalle Regioni? Dai Comuni? Il Decreto Letta sopra citato sembra voler riportare alle Regioni il compito di colmare i vuoti. E’ la scelta migliore? Nessuna alternativa?

Prevedo tempi durissimi per tutti coloro che in un modo o nell’altro hanno a che fare con la propria provincia: cioè, tutti noi. Ancora. Appassionatamente insieme su strade provinciali sconnesse e bucherellate, o invasi da spazzatura che nessuno raccoglie, o dentro scuole che cadono a pezzi. Questi esempi che sembrerebbero parlare a favore dell’abolizione delle province, parlano invece del bisogno che il territorio ha di esse e del loro potenziamento finanziario.

E, quando la Costituzione sarà “ripulita” della parola “provincia” non potremo più neanche criticare qualcuno dicendogli: “Ma come sei provinciale!”

 

Di @eli4never



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19 commenti su “Comuni, Province, Regioni: tra decentramento, competenze e furia iconoclasta.

  • ilBuonPeppe

    Non facciamo l’errore (in quel caso in evidente malafede) dell’UPI: se parliamo dell’abolizione delle province non ha senso chiedersi cosa fare ai comuni o al parlamento o ad altre strutture. E’ la classica posizione per cui c’è sempre da fare qualcos’altro prima.
    Le province vanno abolite, e lo dico da ex dipendente provinciale, non per il risparmio che ne deriverebbe che è tutto sommato poca cosa. Vanno abolite perché in questo modo si elimina un livello decisionale nella struttura burocratica, cosa che ha effetti molto maggiori di qualsiasi risparmio.
    Le competenze vengono ridistribuite tra regioni e comuni, i dipendenti pure (che tanto quelle attività qualcuno dovrà pur farle), le sedi restano (che un posto per lavorare serve comunque); le uniche cose che scompaiono veramente sono giunte e consigli, con tutto il sottobosco relativo, e lungaggini burocratiche.
    E non ha alcun senso, se non quello di voler far rientrare dalla finestra quello che è uscito dalla porta, parlare di “eventuali enti intermedi” di emanazione regionale, anche se fossero (cosa impossibile) “a costo zero”. L’unica utilità sarebbe il ripristino delle poltrone tagliate.

  • Gscar

    la Consulta ha “bocciato” Monti perché Letta intenda; la situazione deve tornare, come nel gioco dell’oca, al punto di partenza; la spinta alla soppressione delle Province – curiosamente suggerita dalle sedi europee (probabilmente le più incompetenti a decidere sulla consistenza dei nostri livelli istituzionali) – aveva prodotto, in nome di una garibaldina spending review, uno stato di fatto inconcepibile per uno Stato di diritto;
    se si guarda alla nostra storia, e tenuto conto della nostra geografia, la Provincia costituisce il livello ordinamentale strategico per assicurare in condizioni di efficienza servizi pubblici sovracomunali; voler cancellare con un tratto di penna la parola “Provincia” dalla Costituzione, per poi consentire alle Regioni di ripristinare nuove e variegate tipologie di enti intermedi, significherebbe compiere un’operazione politica in perdita: il cittadino si accorgerebbe rapidamente del vero significato di tale apparente trasformazione istituzionale; per cui non crescerebbe affatto il consenso nei confronti del ceto politico, ma, al contrario, aumenterebbero la distanza e il senso di frustrazione e di protesta.
    http://provinceditalia.wordpress.com/2013/07/10/province-i-punti-deboli-del-ddl-costituzionale/

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