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Come Eravamo: un’Estate Italiana

13 marzo, 2007 - 21:06 di  
Archiviato in Caffè nel Deserto




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fulvia.jpgTra tante auto avute in famiglia, quando penso alla vettura che ho amato di più la mia memoria scivola liberamente verso le forme di una Lancia Fulvia 1100 2C del ’65. Grigia con interni in sky rosso, 4 marce con leva al volante, tachimetro a tamburo e, quando la conobbi, tanta strada già sulle spalle. Ma andava ancora, hai voglia se andava! Ricordo quando la vedevo parcheggiata ad attendermi fuori da scuola il sabato mattina: la campanella suonava un’ora prima degli altri giorni, alle 11.40 scattavo fuori come una furia e mio nonno mi portava al fiume a vedere il bottino dei pescatori; il tempo di controllare quanti cavedani avessero nel secchio pieno d’acqua e poi di nuovo sulla Fulvia verso casa, verso l’immancabile piatto di risotto fumante.




E’ stata l’auto che m’ha accompagnato al mare fino all’età di 7 anni, l’ultima volta nel 1984: partenza al primo di settembre, piuttosto presto nonostante la strada non fosse moltissima; provinciale fino a Casale e poi monotona autostrada fino a quando, dal passo del Turchino, incastrato tra due monti appariva il mare. Trascorrevo quei giorni di fine estate con i miei nonni, giorni sereni ma non sempre felici: pur potendo usufruire di una libertà praticamente totale, v’era qualcosa che mi rendeva un po’ triste.
Anzitutto la vacanza settembrina era sempre foriera di compiti arretrati. Quel maledetto libercolo di esercizi delle elementari, iniziato a giugno e dimenticato praticamente subito, gridava vendetta: i miei giorni di mare sarebbero terminati in perfetta sincronia con l’inizio della scuola, quindi sgarrare era pressoché impossibile.
Il sole di settembre, poi, non era certo quello di luglio e agosto, che aveva già abbandonato le spiagge così come gran parte dei miei coetanei, partiti giusto qualche giorno prima. Quelli rimasti erano pochi e quasi tutti sfigati, ovviamente in vacanza con i nonni anche loro; ma mentre il mio, di nonno, all’epoca non aveva ancora 60 anni e all’occorrenza era in grado di inseguirmi per far volare qualche sano calcio in direzione del mio deretano, quelli altrui stavano tutti sulla settantina e rompevano già le scatole per ogni filo d’aria che accarezzava i loro reumatismi. Conseguenza ne era che il mio sfigato amico di turno disponeva di un raggio d’azione scarsissimo, sempre a vista del proprio oligarca, cosa che m’impediva di usarlo come partner nei miei simpatici esperimenti sulle umane reazioni (seppellirlo, tentarne l’annegamento, prenderlo a pallottate di fango, insabbiargli le biglie, inciampare sul suo castello di sabbia…); a ogni mio tentativo, l’anziano interveniva “celermente” in difesa della sua discendenza e ciò richiamava inevitabilmente l’attenzione del mio inseguitore che, mentre iniziavo a correre, preparava lo zoccolo che avrebbe salutato le mie terga.
Infine il posto di mare.
Pur prestandosi ottimamente alla quiete e alla talassoterapia, per un virgulto in tenera età non era proprio il contrario dell’allegria ma poco ci mancava: la riviera ligure di Ponente, per l’esattezza Marina di Andora. All’inizio ci s’andò invitati a soggiornare nella casa di un’amica di famiglia. L’ambientamento fu immediato e naturale, la familiarità con quelle mura di cui ricordo ancor oggi ogni centimetro ce le fece sentire come quelle di un luogo di famiglia: fu così che tornammo per 13 anni di fila, stesso posto e stesso appartamento, stesse tradizioni, stesso mare, stesso mese. Tutto sempre esattamente uguale, quasi fosse una sacra liturgia.
Cambiavano solo le persone, e questo mi rendeva malinconico: ogni anno vedevo la mia forza e la mia voglia crescere mentre, inevitabilmente, per le persone che m’accompagnavano era soltanto un fardello in più da caricare su una groppa che ne sosteneva già parecchi. Il giorno in cui, dopo la mia ennesima cazzata, il nonno si fermò ansimante chiedendomi di arrestare la mia corsa, compresi due cose:

- che non mi sarebbe più arrivato il calcione;
- che il nonno era diventato vecchio.

Fatto è che le mie vacanze settembrine, pur non essendo sempre state uno spasso memorabile, hanno lasciato nella mia memoria tutta una serie di tracce sensoriali che ancora oggi di tanto in tanto riemergono dal passato e che m’hanno fatto compagnia durante la stesura di queste poche righe: il profumo di focaccia lungo via Clavesana, l’odore acre di pesce dietro al Tortuga nella passeggiata serale sul lungomare in direzione del porto e la salsedine che mi arrivava col vento più o meno all’altezza dei bagni Nostromo, la plastica nuova dei giocattoli da spiaggia, i pizzicotti dei granchi sui polpastrelli, il piscio di felino sotto al portico della gommista gattara, i grilli nei prati attorno all’acquedotto romano, il rumore dei bus della Fnm che passavano proprio sotto al nostro balcone, la fiumana perennemente secca, i fichi e le carrube lungo la via che conduceva alla chiesa medievale, il rombo dei Canadair che si tuffavano in mare per pescare acqua con cui spegnere un incendio lontano, il secchiello e la paletta sempre sporchi di sabbia, il Corriere dei piccoli con i Ronfi e la Pimpa, il Topolino che con il numero di settembre forniva l’ultimo pezzo dell’immancabile gadget estivo a puntate, le arance selvatiche cadute a terra dagli alberi sul viale, il cioccolato del ripieno dei baci di Alassio, la pesca sui moli nell’anno in cui portavo il gesso alla gamba e non potevo fare il bagno e il vendicativo polpo che mi strappò la lenza della canna fissa fino all’occhiello, la coda per giocare a Double Dragon in sala giochi, Mixed Emotions ascoltata col walkman Sony sugli scogli dividendo le auricolari col mio non corrisposto primo amore…
Durò tutto fino al mio tredicesimo compleanno, dopodichè l’amica che ce l’aveva sempre affittato mise in vendita il “nostro” appartamento. In famiglia se ne valutò l’acquisto, decidendo che sarebbe stato troppo impegnativo in relazione all’interesse per il luogo, e non se ne fece nulla; il nuovo proprietario non ce lo diede più (o meglio, continuò ad affittarlo ma con tariffe più “liguri”) e la nostra liturgia, come prima o dopo accade a tradizione, conobbe la sua fine.
Solo allora, proprio quando venne il momento di separarsene, mi resi conto che quelle stanze, quei luoghi, quei profumi, quei rumori, quei colori, quei momenti, insomma tutto il piccolo mondo a volte dolce e a volte amaro che avevo conosciuto sulla costa di ponente era entrato a far parte di me.
Domando scusa, da dov’ero partito?
Ah, ricordo, fino al 1984 a portarci in ferie fu la vecchia Fulvia 2C…

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Comments

11 Risposte a “Come Eravamo: un’Estate Italiana”
  1. MenteCritica scrive:

    Un pezzo commovente in certi punti. Anche i ragazzi soffrono di nostalgia? E' una consolazione.

  2. Emanuele scrive:

    Splendido serpiko!!

    So che sensazioni ed emozioni sono. Ognuno ha le sue storie e i suoi luoghi. Il difficile è scriverle…io alcune di esse non sono mai riuscito neppure a raccontarle…bravissimo

  3. Gatto Assassino scrive:

    Ottimo. Le immagini scorrevano chiare davanti ai miei occhi… Un bellissimo album di fotografie.

  4. Giorgia scrive:

    Oi veramente un bellissimo pezzo.. come dice Emanuele, ognuno ha i suoi luoghi e le sue storie..

    Io vado sempre nello stesso posto d'estate da ormai 17 anni, ho festeggiato sempre lì il mio compleanno (20esimo a parte) ed è già qualche anno che stiam pensando di vendere o almeno affittare.. ma non ci riusciamo proprio, anche se ormai gli amici se ne sono quasi andati tutti..

    potere dei ricordi (quelli belli e quelli brutti, indistintamente!)!

    ;)

  5. tusaichi scrive:

    molto carino
    :D

    ma io son più fortunato di te, perchè il mio luogo estivo è ancora lì dove era
    :D

  6. diabolicomarco scrive:

    Bella storia, bello stile: bravo. In più, essendo stato anche io un villeggiante settembrino nella mia infanzia, questa storia mi ha toccato nel profondo.

    MC: I ragazzi che soffrono di nostalgia soffrono anche di più dei vecchi.

  7. serpiko scrive:

    Grazie a tutti, davvero.

    dM ha perfettamente ragione: ieri un carissimo amico, di una decina d'anni più vecchio di me, m'ha fatto notare che i miei ricordi somigliavano moltissimo a quelli della sua generazione.

    Ne sono certo, io e i miei coetanei siamo cresciuti a cavallo di due vere e proprie ere differenti: infanzia analogica, maturità digitale. In mezzo un cambio di secolo, anzi, di millennio. Inevitabile che tra le due età si sia creato un distacco abissale e che la prima venga avvertita come molto più lontana di quanto lo sia davvero. E se qualcuno ha avuto la fortuna di lasciarvi qualche buon ricordo…
    ;-)

  8. miriam scrive:

    Un pezzo quasi in "bianco e nero", rispetto alla realtà odierna, spesso stroboscopica e dissonante…Nostalgico, poetico ed intimo. Complimenti! Non poteva esserci esordio migliore per la categoria "caffè nel deserto"!

  9. Emanuele scrive:

    quoto: "MC: I ragazzi che soffrono di nostalgia soffrono anche di più dei vecchi"

    DM ha espresso un concetto non affatto banale.

    Io soffro di nostalgia per tempi che non ho mai nemmeno vissuto..

  10. spes74 scrive:

    Concordo con Emanuele quando dice "Io soffro di nostalgia per tempi che non ho mai nemmeno vissuto.."

    Il pezzo è bellissimo e tocca veramente nel profondo ma leggendolo ho pensato che vorrei averne anche io di questi ricordi….

    Un po' per cultura e un po' per una situazione economica non proprio florida, con la mia famiglia non ho mai fatto una vera e propria vacanza; i miei genitori sono cresciuti in un contesto legato all'immediato dopoguerra con annessi e connessi e quindi hanno sempre visto come più importanti (forse giustamente) tante altre cose ritenute priorità.

    Non è un comportamento condannabile in nessun modo e capisco perfettamente il loro punto di vista ma da bambini era come se ci mancasse sempre qualcosa; ora che ho quasi 33 anni e da un bel pezzo ho dovuto prendermi delle belle responsabilità non dico che la vedo in modo diverso ma penso in modo più sereno che a volte delle scelte sono obbligate…

    Filippica a parte ;-) complimenti ancora a serpiko….

  11. marco il buono scrive:

    Questa è l'italia che mi piace, bravo.

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