Chiesa cattolica, crisi e religione civile 26


Seguo da tempo, anche se un po’ saltuariamente, Vito Mancuso, teologo docente presso l’università di Padova, e trovo che sia una persona dotata di una non comune capacità di analisi delle vicende umane. Qualche tempo fa parlai del primo dei suoi libri che lessi, e a distanza di tempo, e di libri, non posso che confermare la buona impressione che ebbi allora. Oggi passo sulla sua pagina Facebook  e trovo un estratto dal suo ultimo libro “Obbedienza e libertà” intitolato “La specificità della crisi italiana”. Vuoi vedere che anche Mancuso si è messo a parlare della crisi economica? No, Mancuso è persona seria e parla di ciò che conosce: l’uomo.

In Italia manca una religione civile”, questa è la sua tesi. Va chiarito subito che intende il termine “religione” nel senso etimologico di “legame”: come dice il signor Treccani, “affine a religare «legare», con riferimento al valore vincolante degli obblighi e dei divieti sacrali”. Manca una religione civile, cioè un sentimento capace di legare le persone sulla base di un principio che sia superiore ai singoli. Questo nonostante nella società italiana siano presenti in misura consistente persone con elevate qualità morali. Non so ancora dove andrà a parare, ma mi piace il punto di partenza: gli italiani non sono peggiori degli altri. Sembra quasi banale dirlo, ma c’è da tempo una diffusa abitudine a parlar male di noi stessi, a considerarci degli incapaci, a voler vedere addirittura differenze antropologiche nel confronto con gli altri popoli: una sorta di razzismo al contrario che francamente non sopporto più, perché è falso, e perché fa il gioco del nemico (ma di questo parlerò un’altra volta).

Andando nel dettaglio, Mancuso sostiene che “ciò che tiene insieme una società rappresenta de facto la religione di quella società, religione da intendersi nel senso etimologico di religio, cioè legame, principio unificatore dei singoli. Nel suo senso più profondo, infatti, che cos’è la religione? E il fatto che talora un individuo avverta un’attrazione irresistibile verso una realtà più grande di lui, nella quale egli, tuttavia, si identifica. Il termine “religione” porta al pensiero questo fenomeno fisico di dipendenza e insieme di identificazione. Chi ne è abitato non conosce nulla di più forte, e se poi condivide con altri questo legame, la struttura che si crea è solidissima. Per questo, quanto più una società condivide un principio unificatore, tanto più è forte.

Il problema peculiare italiano è quindi “la mancanza, all’interno della coscienza comune, di un’idea superiore rispetto all’Io e ai suoi interessi. […] Questo qualcosa cui l’Io sa cedere il passo è la società: il singolo si comporta onestamente verso la società perché sente che essa è più importante di lui e perché al contempo vi si identifica, secondo la logica di dipendenza e identificazione vista sopra. Viceversa in Italia i più ritengono che il singolo sia più importante della società, e per il bene del singolo non si esita a depredare il bene comune della società. Da qui il tipico male italiano che è la furbizia, uso distorto dell’intelligenza.

In poche righe viene indicato chiaramente il problema di fondo degli italiani, senza cadere nei facili luoghi comuni che dipingono l’italiano come un imbroglione incapace di fare qualcosa di buono.

La religione civile è ciò che consente di rispondere alla seguente domanda: perché devo essere giusto verso la società?, perché devo esserlo anche quando la mia convenienza mi porterebbe a non esserlo? Senza un legame di tipo “religioso” con la società, nessuno sacrifica il proprio particulare, nessuno sarà giusto quando non gli conviene esserlo e può permettersi di non esserlo. Per questo la formazione di una religione civile è d’importanza vitale per il nostro paese.

Nulla da obiettare, ma mentre procedo con la lettura un pensiero si forma nella mia mente: un pensiero cattivo, come mia abitudine, sul motivo per cui questa religione civile manca. Un pensiero a cui Mancuso risponde subito dopo.

Una delle condizioni perché in Italia possa sorgere una religione civile è che i cattolici mettano la loro fede al servizio del bene comune.

Qua ti volevo! In Italia manca una religione civile proprio perché c’è il cattolicesimo, una religione che non si è limitata all’ambito spirituale e a fornire all’uomo le linee guida morali ed etiche. Il cattolicesimo in Italia ha preteso, e fino a non troppo tempo fa anche imposto, il rispetto di regole che coprono l’intero ambito della vita dell’uomo e della società. Il passo indietro che Mancuso chiede ai cattolici va in questa direzione anche se lui, quasi sicuramente, non condivide il mio radicalismo. Oggi la chiesa cattolica ha perso (teoricamente) il potere temporale, e non ha comunque più quella pervasività che aveva un tempo, ma rimane un fortissimo centro di pressione su tutto ciò che riguarda l’Italia; e finché manterrà questa posizione non c’è spazio perché un’altra religione, anche se civile, possa affermarsi e diffondersi.

Mancuso conclude dicendo che “una religione civile, e la conseguente etica di cui l’Italia ha urgente bisogno, potrà sorgere solo in unione con il cattolicesimo, non contro di esso.” Probabilmente ha ragione, ma temo che proprio per questo sarà ben difficile che avvenga in tempi ragionevolmente brevi.

La speranza è che nel mondo cattolico le persone intelligenti, che sono molte come sono molte in ogni altra categoria, capiscano questa necessità e abbiano il coraggio di riportare la propria religione nell’ambito che gli è proprio. “Chi sa usare davvero l’intelligenza capisce che la vita contiene valori più grandi del suo piccolo Io, e di conseguenza vi si dedica. L’intelligente gravita attorno a una stella, il furbo invece fa di se stesso la stella attorno a cui tutto deve ruotare. Con l’ovvio risultato che un insieme di intelligenti è in grado di creare un sistema, in questo caso non solare ma sociale, mentre un insieme di furbi è destinato semplicemente al caos e alla reciproca sopraffazione.

Chi è intelligente capisce che la propria fede e la propria religione, non essendo condivisi da tutti, non possono e non devono essere il riferimento principale di una società; la rinuncia agli atteggiamenti fanatici di chi si considera automaticamente nel giusto per il solo fatto di essersi cucito addosso un’etichetta, distingue coloro che hanno a cuore il bene comune dagli altri.

Al pezzo di Mancuso, che condivido interamente, aggiungo solo un aspetto che ritengo importante. La presenza e la pesante influenza della gerarchia cattolica sono da sempre sostenute dal mondo politico italiano: con rare eccezioni, i partiti e i governi di ogni colore hanno sempre fatto a gara ad accaparrarsi le simpatie di questo o quel prelato, facendo stracci di ogni principio di laicità dello stato. Tutto questo, che nulla c’entra con la fede, è servito a garantire un controllo più stretto e più agevole nei confronti di tante situazioni che sarebbero altrimenti potute evolvere in contestazioni più energiche di quanto poi non sia avvenuto.

Riportare la chiesa cattolica nell’ambito della spiritualità per metterla al servizio della società e consentire la nascita di una religione civile, e combattere chi ha occupato le istituzioni pubbliche per agire contro il bene comune dei cittadini, sono quindi un’unica lotta. Ma anche su questo tornerò presto.

Vito Mancuso (che spero mi perdonerà di aver portato le sue idee su un terreno un po’ diverso da quello di origine) dimostra ancora una volta di saper mettere in discussione le proprie posizioni senza per questo rinunciare alle proprie idee, volando alto e aprendo prospettive originali. Per i miei trascorsi conosco abbastanza bene il mondo cattolico e so che, per fortuna, Vito Mancuso non è solo: è necessario che i tanti che la pensano allo stesso modo trovino il coraggio di farsi avanti e di imprimere una spinta al necessario cambiamento.