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Chi Sbaglia Paghi. Anche se è un Giudice

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Repubblica ha pubblicato giorni fa alcuni stralci delle dichiarazioni del sen. Mastella nel corso della sua conferenza stampa del 17 gennaio. C’è una frase che mi ha colpito, quella che fa seguito alle argomentazioni con le quali l’ex ministro se la prende col giudice che ha ha inquisito lui, ha arrestato la moglie ed altri del suo partito e sembra voler dire che l’inchiesta non dimostra alcunchè. La frase è questa: “Ma se per queste cose di cui mi accusano arriva una sentenza di proscioglimento, chi mi ripagherà politicamente?”.

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Una bella domanda. Che richiama un’altra frase pronunciata dallo stesso Mastella nel suo discorso in Parlamento del 16 gennaio scorso, quando disse, rivolto all’ordine giudiziario: «Oggi tocca a me, in precedenza è toccato ad altri, tocca ai cittadini per questo potere straordinario che un ordine, rispetto ad altri ha stabilito per sé». «Mi dimetto perché venga recuperata per lo meno la responsabilità civile dei magistrati…».Ecco, siamo al punto.
Nella cronaca recente dell’amministrazione della giustizia in Italia si contano a decine i casi portati al clamore delle prime pagine dei giornali, gli arresti eccellenti, le gravissime pene richieste ed i processi sommari celebrati su giornali e talk-show, che in moltissimi casi si sono risolti in assoluzioni nei vari gradi del giudizio quando non addirittura in proscioglimenti in istruttoria.
Il caso forse più eclatante è quello della vicenda Andreotti, per la quale sono stati impiegati per anni i carabinieri e la polizia a raccogliere indizi, gli inquirenti a trasformarli in capi di imputazione nonché decine di giudici, avvocati e periti a portare avanti i processi. Sono state spese cifre miliardarie da parte dell’amministrazione giudiziaria per arrivare a cosa? A nulla (o quasi).
Di esempi se ne potrebbero fare tanti altri: non credo sia il caso di dilungarmi.
La domanda che si pone Mastella è la stessa che mi pongo io (e non solo io, per fortuna), ormai da oltre vent’anni: chi risarcisce i cittadini che sono stati sottoposti ad azione giudiziaria senza validi presupposti per i danni che tale azione giudiziaria procura loro?
C’è un noto adagio: “Chi sbaglia, paga”. L’unica eccezione che mi viene in mente è quella del magistrato.
Il magistrato è un dipendente pubblico che esercita una professione serissima e delicatissima, potendo disporre della libertà personale e dei beni dei suoi concittadini. Ebbene, lo sapete cosa succede quando il magistrato sbaglia ed il cittadino vince il ricorso per essere risarcito dei danni cagionati da quell’errore? Succede che paga lo Stato, cioè noi tutti contribuenti, cioè – paradossalmente – perfino colui che è stato danneggiato. Io lo trovo incredibile.

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Nel 1987, quando credevo di più nella politica, mi impegnai a fianco dei Radicali nella promozione del referendum sulla responsabilità civile dei giudici. Quel referendum venne indetto sull’onda emotiva della scandalosa vicenda giudiziaria che vide protagonista il povero Enzo Tortora, inquisito e poi condannato per spaccio di droga sulla base di testimonianze rivelatesi poi del tutto inattendibili. Ebbene, quel referendum venne vinto alla grande, ma quando il Parlamento mise mano alla relativa legge, (la 117 del 1988), ne stravolse il significato: il cittadino ingiustamente perseguito poteva sì essere risarcito, ma non dal magistrato che aveva sbagliato, bensì dallo Stato, salvo poi la possibilità dello Stato di rivalersi sul magistrato stesso, possibilità che mi risulta sia stata invocata in un numero di casi che si conta sulle dita di una mano. E sapete qual’è l’entità massima del rimborso che lo Stato può ottenere dal magistrato che ha sbagliato? Un terzo del suo stipendio. Il che vuol dire che per recuperare un risarcimento – poniamo – di un milione di euro, lo Stato dovrebbe alleggerire la busta paga del magistrato per un’ottantina di anni.

Il risultato di questa “irresponsabilità di fatto” è quello che abbiamo sotto gli occhi: iniziative giudiziarie intraprese con leggerezza, riscontri che non reggono alla prova del processo. Iniziative che sembrano promosse in qualche caso per consumare vendette politiche, in qualche altro per andare in prima pagina. Iniziative che distruggono i cittadini sul piano dell’immagine e li riducono sul lastrico per pagarsi gli avvocati. Alla fine (“a babbo morto”, vista la lentezza dei processi) è già tanto se riesci a recuperare qualche spicciolo, ma non recuperi mai la perduta dignità perché, se non ti chiami Andreotti, quando sei prosciolto od assolto nessun giornale ne parlerà.

Io credo che sia tempo che quel referendum trovi una trascrizione legislativa più coerente.
Io credo che sia tempo che anche nella magistratura chi sbaglia paghi in prima persona. Esattamente come tutti noi.

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—–
Per chi volesse saperne di più sulle motivazioni di fondo e sul clima politico dell’epoca intorno al referendum del 1987 segnalo questa intervista a Mauro Mellini, uno degli “ideatori”, con Pannella ed altri, di quella consultazione popolare.
Per chi volesse apprezzare meglio la possibilità di convivenza tra l’indipendenza della magistratura e la responsabilità del magistrato segnalo invece questa nota.
Segnalo infine che per la modifica della legge 117/1988 in senso conforme al referendum del 1987 esiste già questo disegno di legge di iniziativa popolare redatto dai Radicali Italiani (file pdf).

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