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Chi Controlla il Controllore?

11 dicembre, 2009 - 11:18 di  
Archiviato in Cuore di Tenebra, Democrazia e Diritti, latest




Condividi Chi Controlla il Controllore?. Comandante Nebbia ti ringrazia.
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Ieri sera, tra le numerose comunicazioni che quotidianamente mi vengono inflitte sulle caselle postali di MenteCritica, trovo quella che segue che vi invito a leggere.

All’VIII Congresso di Radicali Italiani di Chianciano, Rudra Bianzino ci ha raccontato la drammatica vicenda che ha coinvolto lui e la sua famiglia. Rudra, studente liceale, sedicenne, è rimasto solo, senza padre, senza madre.

Il padre, Aldo, nonviolento, artigiano, amante della natura, è morto nella notte tra il 13 e il 14 ottobre 2007 in circostanze ancora da chiarire, poche ore dopo l’arresto per coltivazione e detenzione di marijuana. Le cronache parlarono inizialmente di decesso per un malore naturale. Ben presto, si capì, però, che forse le cose erano andate diversamente.

Un primo esame mise in evidenza lesioni agli organi interni, presenza di sangue in addome e pelvi, lacerazione epatica, lesioni all’encefalo, a fronte di un aspetto esterno indenne da segni di traumi. Una seconda autopsia, del novembre 2007, accreditò la tesi della rottura di un aneurisma cerebrale. Pur accettando l’ipotesi del medico legale, si affermò che l’emorragia cerebrale potesse essere stata causata da un forte stress di tipo fisico con improvviso rialzo della pressione.





Prima di ascoltare la testimonianza di Rudra, al congresso radicale è stato proiettato un video con un’intervista delle Iene alla madre, Roberta Radici. E’ probabilmente l’ultimo documento lasciatoci dalla compagna di Aldo. Il dolore ha, infatti, infierito sul suo corpo già malato. Roberta non ce l’ha fatta. Si è spenta affidando a noi l’impegno a chiedere verità e giustizia sulla morte di Aldo.

Domani, 11 dicembre ci saranno Emma Bonino e Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, al presidio davanti al tribunale di Perugia per chiedere che venga fatta piena luce sulla morte di Aldo Bianzino. La mobilitazione, fissata per le 8:30, é organizzata dai Radicali italiani e dal comitato “Verità e giustizia per Aldo” con la partecipazione degli amici di Beppe Grillo di Perugia.

C’é un filo rosso che lega il caso di Aldo Bianzino a quello di Stefano Cucchi, entrambi morti in carcere a causa del proibizionismo. Entrambi i casi dimostrano come il proibizionismo sia il vero crimine di questo paese perché affolla le carceri, crea vittime innocenti, come Rudra.

Vorrei il tuo aiuto per far diventare questo caso nazionale, per chiedere che si parli di proibizionismo, malagiustizia e sovraffollamento delle carceri. Per farlo, abbiamo bisogno del tuo sostegno.

Mario Staderini
______________________
Segretario di Radicali Italiani

Immagine anteprima YouTube

Per chi fosse interessato ad approfondire la vicenda specifica segnalo il sito del Comitato Verità e Giustizia per Aldo Bianzino, una pagina facebook, e un articolo dell’Osservatorio sulla repressione del Partito della Rifondazione Comunista.
Tutto materiale palesemente di parte, anche perché la magistratura non ha l’obbligo di esporre la sua versione dei fatti su rete (e sarebbe quasi ora), mentre la cosiddetta informazione mainstream, latita. Questo è il desolante esito di una ricerca sull’archivio del Corriere della Sera on Line. Va un po’ meglio su La Repubblica on line dove la query di ricerca fornisce risultati più soddisfacenti, ma sempre abbastanza generici.

Aldo Bianzino

Aldo Bianzino

Non è esattamente di questo caso che voglio parlare, se non altro perché, per mestiere ed educazione, generalmente evito di esprimere pubblicamente opinioni su vicende giudiziarie senza prima aver avuto contezza diretta dei fatti, delle prove e delle carte (anche se inevitabilmente, un’idea uno se la fa). Quello che mi colpisce, è la frase nella quale Staderini afferma che

C’é un filo rosso che lega il caso di Aldo Bianzino a quello di Stefano Cucchi, entrambi morti in carcere a causa del proibizionismo.

In realtà, secondo me, non è il proibizionismo ad aver ucciso Cucchi, Bianzino o Frapporti, ma, se le cose stanno nel modo in cui la raccontano i parenti delle vittime, sono stati il carcere e la brutalità delle forze di polizia. Ed è appunto su questo che voglio ragionare.
Alla favola del valore rieducativo della pena non ci credo più da quando ho smesso di aspettare la Befana e vi garantisco che sono stato un bambino molto precoce.
Il carcere, almeno qui in Italia, è minaccia, punizione e vendetta. Niente a che fare con socialità, rieducazione e crescita intellettuale.Dismessa ogni ipocrisia,  sarebbe tempo che, invece di continuare a parlare della costruzione di nuove carceri, si iniziasse a pensare di appaltare esternamente il servizio di detenzione.

Stefano Frapporti

Stefano Frapporti

Il costo medio di gestione per detenuto, oscilla tra i 144 e i 400 euro al giorno, a seconda del periodo e variando il numero totale dei detenuti(1). Con questi numeri sussistono tutti i margini per garantirsi un servizio esterno di qualità e per ottenere un risultato socialmente più soddisfacente, visto che il privato potrebbe organizzare attività produttive nelle quali il detenuto, su base volontaria, potrebbe essere coinvolto.

Su questa soluzione alcuni sollevano una serie di considerazioni di opportunità e manifestano una sorta di ripulsa morale. Allo scopo vi invito a leggere l’interessante e documentato articolo di Stefano Palazzi, funzionario delle Nazioni Unite, su Diritto e Diritti(2).
In effetti, nella privatizzazione della fase di gestione della pena, la deresponsabilizzazione dello stato ha un consistente costo morale. Nel caso specifico dell’Italia, però, essa presenta un vantaggio particolare che non può essere ignorato. E con questo veniamo al secondo elemento di discussione.

Stefano Cucchi

Stefano Cucchi

Essenzialmente per motivi di arretratezza culturale e di scarsa solidità della democrazia, le autorità giudiziarie italiane, secondo la mia opinione, sono particolarmente indulgenti quando indagano e deliberano su reati commessi da membri delle forze dell’ordine.
In generale, in Italia non si tende a considerare polizia, carabinieri et similia come risorse civiche di cui disporre con serenità e libertà, ma come veri e propri sbirri, nell’accezione manzoniana del termine, dove la guardia non difende il diritto di tutti, ma il privilegio della casta, entrando implicitamente a farne parte.

La polizia è violenta in ogni paese del mondo. E’ un brutto lavoro che difficilmente migliora il carattere. Però, specialmente nei paesi di tradizione anglosassone, esiste un controllo molto severo sull’operato dei tutori dell’ordine, le pene per reati commessi abusando della divisa sono severissime ed è normale, per i cittadini, organizzarsi in gruppi per la sorveglianza dell’operato della polizia(3)

Immagine anteprima YouTube

La situazione qui mi appare diversa. Gli esiti processuali dei fatti del G8 di Genova del 2001,  le sentenze relative al caso Sandri e al caso Aldrovandi, dove gli imputati del pestaggio, hanno addirittura potuto fruire dell’indulto data l’esiguità della pena, parlano chiaro.

Le considerazioni appena fatte, valgono ovviamente anche per la polizia penitenziaria. E’ di poche settimane fa la notizia della registrazione di una conversazione tra agenti di custodia del carcere di Teramo dove si afferma testualmente “Abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto. Un detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto...”(4), mentre permangono grossi dubbi su vicende tragiche come quella di Cucchi e di Niki Aprile Gatti solo per citare due casi molto famosi.

Federico Aldovrandi

Federico Aldrovandi

Gabriele Sandri

Gabriele Sandri

A questo punto, visto che gli organi giudiziari di questo paese mi appaiono ancora culturalmente impreparati a sorvegliare se stessi e, quando è necessario, giudicarsi, la soluzione di delegare la gestione della detenzione ai privati acquisisce un vantaggio tutto locale.
In questo modo  sarebbe possibile controllare, giudicare e, se necessario, punire severamente comportamenti scorretti senza, con questo, mettere in crisi l’istituzione, ma solo il soggetto privato.

Implicitamente, oltre al servizio, si darebbe in outsourcing anche la colpa che, inevitabilmente, ne deriva.

Io, se fossi in chi ha il potere di farlo, ci farei un pensiero. Sempre che, tra un lodo e l’altro, mi si desse il tempo di farlo.

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Note
  1. vedi il Giornale on Line, Peace Reporter []
  2. a questo link []
  3. i cosiddetti copwatch []
  4. fonte []
Fine delle Note

Comments

9 Risposte a “Chi Controlla il Controllore?”
  1. Non condivido la tua idea. Abbiamo le prove sotto gli occhi tutti i giorni che quando si procede all’outsourcing (privatizzazione, anche) si moltiplicano gli inciuchi e lo sfruttamento del pubblico denaro, senza ottenere miglioramenti nel servizio. E poi chi controllerebbe? Gli stessi che oggi non riescono a condannare una persona in divisa, per il semplice fatto che e’ in divisa.
    Ho un caro amico nell’Arma e mi ha detto che, per impedire che due dei carabinieri implicati nel caso Marrazzo riprendessero tranquillamente servizio in attesa del procedimento giudiziario, l’Arma stessa ha dovuto fare i salti mortali. Con la possibilita’ che i due soggetti si avvalgano del loro diritto di essere reintegrati e facciano causa. La vincerebbero.

    • infatti, il problema centrale non sono i costi. nemmeno io credo ad un risparmio.

      probabilmente una gestione “esterna” consentirebbe una maggiore lucidità in fase di valutazione del trattamento riservato ai detenuti, proprio perché non è necessario proteggere nessuno.

  2. fma scrive:

    Limitando il discorso ai costi e alle strutture relativi alla detenzione, io credo che la privatizzazione del servizio, analogamente a quanto s’è verificato per altri settori in cui è stata applicata, per esempio la sanità, porterebbe rapidamente a una maggior disponibilità di posti letto, ma ben difficilmente a una riduzione dei costi, per la collaudata capacità da un lato del “privato” di fare cartello e di corrompere, dall’altro dei pubblici controllori di concutere.
    Potrebbe essere molto più interessante, a mio parere, sia per le casse dello stato che per l’interesse generale, rivedere dalle fondamenta il concetto di detenzione.
    Sono assolutamente d’accordo con te quando dici che il valore rieducativo della pena è una favola.
    Dunque la detenzione, come pena, dovrebbe essere applicata solamenta laddove sia assolutamente necessaria a garantire la sicurezza della comunità.
    Per tutto il resto sostituita da pene alternative, le più varie e fantasiose possibili, che siano di utilità alle vittime, di insegnamento ai colpevoli, di scarso costo per la comunità.
    Ove non addirittura di guadagno.
    Che sarebbe il massimo.

    • come dicevo su, il fattore costi non è quello centrale.
      la tua idea è interessante e, come sicuramente sai, ampiamente utilizzata in altre giurisprudenze.

      immagino che l’ipocrisia tipica di chi si riconosce in religioni dove vige l’automatismo confessione, pentimento, redenzione renda complessa l’accettazione di tali istituti.

  3. doxaliber scrive:

    Anch’io ho la perplessità della Costantini e di FMA, sul quale concordo anche in merito alla gestione della pena.

  4. Gunnar scrive:

    In merito alla questione della giustizia mi sono espresso altrove e non vi ritorno ma non ritengo che l’argomento qui impostato sia troppo lontano come contenuti.
    Che sia privatizzata o meno la gestione delle carceri e in genere il procedimento detentivo è irrilevante dal punto di vista dell’applicazione del diritto.
    Il condannato è messo in uno stato di isolamento dalla comunità presumendo che la sua presenza in comunità sia dannosa e pericolosa. La sua detenzione dovrebbe essere considerata non solo una punizione per l’errore commesso, dimostrato e sanzionato da una legge, ma dovrebbe anche equivalere ad una sorta di quarantena per “disintossicarsi” allo scopo di ripulire l’anima dannata e reinserirla nella società.
    Ma vi sono alcuni punti irrisolvibili in modo speciale nel caso del nostro sistema giudiziario. Esso è malato alla fonte. Da un lato ci si accanisce su reati irrilevanti e li si sbatte sulla pubblica gogna mediatica. Dall’altro non si punisce, e nemmeno ci si prova a farlo, reati di gravità assoluta il cui perpetrarsi rappresenta il vero cancro sociale che avvelena l’intero paese.
    La corruzione, non solo economica ma anche ideologica, delle forze dell’ordine è al momento solo una piccola forma di deviazione interna al sistema ma tra non molto prevedo che possa diventare endemica come nella Russia stalinista o in una qualsiasi delle repubblichette sudamericane. La corruzione del sistema politico già in atto e piena di effervescenza come la Milano da bere di craxiana tempra ha prodotto il “berlusconismo e i suoi ancora attivi epigoni, già pronti a mangiare la carne del Leader per riattivarne la memoria in un trionfo di beatitudine a futura memoria. La corruzione genera mostri e se è consentito mentire per crearsi spazi di potere allora è consentito anche massacrare i detenuti, specialmente quando sono inermi (non solo politicamente parlando).
    Ma vorrei aggiungere un dettaglio che mi sembra abbastanza preoccupante. Non ci sono detenuti massacrati ogni giorno. Altrimenti sarebbe davvero difficile controllare la reazione della gente. Tuttavia ci sono alcuni detenuti che facilmente sembrano essere più vittime di altri. Come se ci fosse una specie di parola d’ordine al cui suono alcuni “devono” essere pestati meglio e più di altri. Mi sembra che sia la strada che si percorre quando si voglia dare l’esempio. Se il secondino fa secco l’extracomunitario la reazione non è scontata e la preoccupazione è veicolata dal caso. Ma se la vittima è un detenuto qualsiasi tra i cittadini quale che sia stato il suo reato “minore” deve essere punito per dare l’esempio e creare un terreno rivolto alla deterrenza. Che si tratti di un comportamento idiota lo capirebbe qualsiasi persona dotata di cervello anche a scartamento ridotto. Tuttavia tra i nostri amministratori di giustizia e di carceri il livello è molto più basso e la connivenza tacita ( ma anche non tacita) con il potere corrotto è sottile e sotterranea.
    Credo che carceri economiche non ve ne siano. Anche i forni di Auschwitz costavano.
    Non si tratta di soldi. Tanto dato in appalto ad un privato la gestione delle carceri ad esso finirebbe una parte del denaro pubblico come sovvenzione per servigi resi… Come le scuole della chiesa.
    Si tratta di buone leggi e di onestà di governo in un Paese fatto da cittadini istruiti e non da sudditi bifolchi e paraculi.

    • interessante, anche se, come ho scritto, la questione soldi c’entra solo per dire che se ne spendono a sufficienza per rendere il business privato appetibile.

      sul resto, non contesto.
      d’altra parte molte cose che dici sono corrette, ma ultimamente, più che indagare sulle cause, sono portato a cercare soluzioni.
      atteggiamento sicuramente miope, ma l’età avanza e mi piacerebbe vedere qualche novità.

  5. Gunnar scrive:

    Anch’io. E l’età avanza anche per me. Mi limito a cercare soluzioni dove posso farlo. Ho ancora alcuni anni di lavoro davanti a me prima che mi mandino a ravanare lattughe e cetrioli. Per il momento sono attivo e il mio lavoro mi impedisce di distrarmi. Ed è il solo luogo nel quale posso effettivamente vedere risultati.
    Mi preme però sostenere un’idea che non mi appare peregrina.
    Il futuro è impregnato di interrogativi che si susseguono senza soluzione di continuità. Il presente mi sembra più convincente sotto l’aspetto delle soluzioni possibili. Ma il mondo è complesso e la gente è distratta. Si occupa sempre d’altro. “Altro” che – chissà perché – è sempre più urgente. Così sostengo che il presente lo si può comprendere meglio se lo si vede sotto le luci di ciò che è già accaduto quando ciò che è accaduto non è oscurato dalla malafede è si riesce a decifrarlo con limpidezza.
    Scusa ma forse ogni tanto anch’io mi distraggo.

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