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Che Facevano il Popolo e la Storia Mentre Mussolini Marciava su Roma?

24 aprile, 2009 - 10:00 di  
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Le speranze accese dalla Rivoluzione d’Ottobre fanno da sfondo agli anni che seguono la Grande Guerra.
Un sogno percorre l’Europa, giusta l’apocalittica profezia con cui si chiude il Manifesto del Partito Comunista: “Che le classi dominanti tremino al pensiero di una rivoluzione comunista. I proletari non hanno da perdervi altro che le proprie catene. Da guadagnare hanno un mondo. Proletari di tutti i paesi, unitevi!”.
L’Italia vive il travaglio di una dura riconversione industriale finalizzata a traghettare l’economia da una produzione di guerra a una di pace, sullo sfondo di un diffuso malcontento delle masse cui la guerra ha fatto da nursery, al fronte come nelle fabbriche, con l’esaltarne l’identità di classe e l’insofferenza verso il proprio stato, en attendant le soleil de l’avvenir.




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I partiti cercano di rispondere organizzandosi come possono, non sempre riuscendoci. Ci prova don Sturzo con i cattolici: il Partito Popolare tiene il suo primo congresso a Bologna nel giugno del ‘19. Ne discutono, oscillando perpetuamente tra rivoluzione e riformismo, i socialisti. Nel corso del XVI° congresso prevale la tesi massimalista di Serrati, secondo cui la linea riformista va superata in vista della presa del potere da parte del proletariato.
Nel marzo del ’20 nasce Confindustria. Questione di giorni e i consigli di fabbrica, sotto l’influsso della rivista “Ordine Nuovo” (Gramsci, Terracini, Tasca, Togliatti), organizzano a Torino uno sciopero generale cui aderiscono 120.000 lavoratori, fuori dal controllo della CGdL e del PSI. Il quale non appoggia lo sciopero nazionale, sostenendo questa volta, contrordine compagni, che i tempi non sono maturi per la rivoluzione. La FIOM, davanti all’irrigidirsi della Federazione Industriali Metallurgici, proclama il boicottaggio della produzione.

La Federazione Nazionale dell’Industria Metalmeccanica risponde con la serrata. I consigli di fabbrica replicano con l’occupazione delle fabbriche. Vi partecipano 500.000 lavoratori. Il governo traccheggia. Il 19 settembre le parti (CGdL e Confindustria) s’incontrano a Roma e, mallevadore Giolitti, trovano un accordo che accoglie parte delle rivendicazioni salariali, in cambio della rinuncia degli operai al controllo delle fabbriche. Il 22 settembre l’accordo é ratificato da un congresso straordinario della CGdL e confermato dal successivo referendum tra gli iscritti: 127.904 favorevoli, 44.531 contrari, 3.006 astenuti.

Alla fine di settembre le fabbriche vengono sgomberate.
Per precauzione, in attesa di vedere come andrà a finire, il 24 di quello stesso mese, il solerte colonnello Camillo Caleffi capo dell’Ufficio Informazioni dello Stato Maggiore dell’Esercito, pensa bene di inviare una circolare riservata ai comandi d’armata raccomandando alla loro benevolenza i Fasci di combattimento: “forze vive da contrapporre eventualmente agli elementi antinazionali e sovversivi”.
Nel gennaio del ’21 ha luogo a Livorno il XVII° congresso del PSI, dal quale nascerà per scissione il PCd’I.

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Nel maggio dell’anno successivo si tengono le elezioni generali anticipate. Giolitti spera di ricavarci una maggioranza che gli consenta di governare senza condizionamenti. Vota il 58,4% degli aventi diritto. I socialisti ottengono 123 deputati, i comunisti 15, i popolari 108, i repubblicani 6, 9 le minoranze linguistiche, 4 il partito sardo d’azione di Emilio Lussu. I restanti 265 seggi vanno ai blocchi d’alleanza tra liberali e fascisti.
Il risultato non va nella direzione vagheggiata da Giolitti.
Nasce come ripiego il ministero Bonomi, contrari socialisti, comunisti e fascisti.
Per chi si chiedesse ove si collochino i cattolici va detto che nel febbraio del ’22, Don Sturzo, in occasione del terzo anniversario del partito, denuncia con veemenza l’impotenza dello stato borghese e democratico liberale e auspica che il fascismo sappia difendersi “dalle insidie giolittiane e dagli abbracci democratici”.

Sul rifiuto d’intervenire al salvataggio della Banca di Sconto e dell’Ansaldo, cade il governo Bonomi. Gli succede il ministero Facta, che può contare sulla fiducia dei fascisti.
Agli inizi di ottobre del ‘22 il PSI si spacca ancora, figliando il PSU dei riformisti Turati-Treves-Matteotti.
Alla fine di quello stesso mese, nel disinteresse della popolazione, ha luogo la marcia su Roma.
Un successo annunciato.

La cosa che salta all’occhio é l’aspettativa delle masse per qualcosa che si sarebbe dovuto verificare e non si verificò. La speranza messianica in un mondo nuovo, libero dalle angustie del bisogno, il quale, ogni volta che pare sul punto d’essere raggiunto, fa un passo più in là, come ogni utopia che si rispetti.
E dopo il sogno, la frustrazione e il disincanto.
Non solo in Italia, ma in rapida sequenza in Portogallo (Carmona nel 1926, e Salazar nel 1932), in Germania (Hitler 1933), in Austria (Dolfuss 1933), in Spagna (Franco 1939), in Croazia (Ante Pavlevic), in Romania (Antonescu), in Francia (regime di Vichy)

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Si discusse a lungo tra gli addetti ai lavori se il fallimento fosse da ascriversi agli uomini, inadeguati al sogno, o non fosse piuttosto il progetto a recare nel proprio DNA i geni della rovina.
Non si arrivò mai a una conclusione. Ciascuno preferì tenersi le proprie idee. Il bisogno d’identità prevalse sul bisogno di verità.
Forse lo stesso modo in cui finì non aiutò a capire. Il fascismo, spazzandolo via con la brutalità della forza, gli conferì un’appeal che una morte naturale forse gli avrebbe negato.

Fu come se il tragico ventennio che si abbattè sull’Europa, prendendo il posto del sogno lo sottraesse con ciò stesso al giudizio del tempo.
Così, quando toccò al fascismo di soccombere (molti ci videro la lunga mano della storia), nessuno si stupì, neppure i suoi avversari, che il sogno ricomparisse sulla scena più vigoroso di prima.

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Comments

Una risposta a “Che Facevano il Popolo e la Storia Mentre Mussolini Marciava su Roma?”
  1. il pezzo mi ha offerto numerosi spunti di riflessione che ho già utilizzato per caratterizzare meglio il mio pezzo di domani sulla Festa della Liberazione.

    devo convenire che la conoscenza degli eventi passati offre un grande aiuto nella valutazione del presente e, purtroppo, nel trarre auspici per il futuro.

    grazie.

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