Schermo dei Sogni

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“Col mondo del potere non ho avuto che vincoli puerili”

Osip Mandel’štam

C’è un uomo, ripiegato sulla scrivania. Spilloni gli circondano la testa, rimedi cinesi che affiorano dalla penombra come lunghi ed affilati puntelli per arginare l’emicrania. Quell’uomo è Andreotti. Questo film è Il Divo. Quell’emicrania è il potere.

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Non ho visto They Shoot Horses, Don’t They?. I cavalli e la danza sono due tra le mie più grandi passioni. Associarle in qualche modo alla disperazione e all’idea della morte mi riesce incomprensibile, come leggere un ideogramma cinese. So che alla fine Jane Fonda si ammazza. Purtroppo solo nella finzione cinematografica.

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Gerry è il protagonista di una storia che difficilmente riusciamo ad immaginare ambientata in Europa, con attori europei. Un attentato terroristico che causa la morte di 5 persone e ne ferisce gravemente 65. L’opinione pubblica che esercita una forte pressione sul governo. Il governo a sua volta preme sulla polizia affinché giustizia sia fatta, e in fretta. Quattro giovani vengono ingiustamente accusati e costretti, sotto tortura, a firmare una confessione. Vengono condannati all’ergastolo. Guerra tra religioni, terrorismo, restrizioni della libertà. Gli ingredienti ci sono tutti. Questa è una storia dalla quale avremmo potuto imparare molto. L’attentato avvenne nel 1975. I quattro di Guilford vennero rilasciati nel 1989. Le scuse arrivarono per bocca di Tony Blair solo nel 2005.

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Quando non c’era ancora il Grande Fratello, bisognava arrangiarsi con i veri artisti. Il nostro Paese non ha memoria e senza memoria viene meno il futuro.

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(un video di nannarella.splinder.com)

Qualche tempo fa scrivevo su queste pagine che guardare i film di Alberto Sordi mi aveva insegnato di più che leggere Gramsci. Quando il solito intellettuale - che tra i tanti libri letti, si deve essere perso quello con la definizione di “paradosso” - mi cazziò nei commenti dicendomi che Gramsci andava comunque letto, pensai di nuovo a quel che avevo scritto e mi risolsi a concludere che, in fin dei conti, il paradosso c’entrava poco perché, tutto sommato, era vero.

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L’Italia è un paese che ha una lunga tradizione di censure televisive riguardo l’animazione giapponese. Tutto comincia su RAI2, precisamente il 4 aprile del 1978 alle sette di sera. La RAI si apprestava a mandare in onda uno dei più importanti anime giapponesi riguardanti il filone dei robot, per la prima volta in Italia veniva trasmesso Goldrake. Per la prima volta in Italia veniva trasmessa una storia animata che affrontava tematiche impegnate come la lotta per il bene, la dualità tra bene e male, amori e rancori.

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Quello che sto per scrivere è un pezzo veramente straordinario. Leggetelo con attenzione. E’ eccezionale essenzialmente per due motivi.
Prima di tutto, faccio raramente recensioni di film. E’ un genere letterario che non si confà alle mie caratteristiche. A me i film piace guardarli, non scriverne. Poi, e forse è questa la vera ragione per la quale questo è un pezzo fuori dal comune, scrivo questa recensione senza aver visto il film.

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Amir e Hassan. L’adolescenza e l’amicizia di due giovani, cresciuti come fratelli ma costretti a destini profondamente diversi a causa della loro appartenenza etnica, sullo sfondo di un Afghanistan che si appresta a vivere l’invasione sovietica e il crollo della monarchia, e in cui essere nati pashtun o hazara può segnare la differenza. Tra l’essere ricchi e l’essere poveri, colti o analfabeti, padroni o servitori. Tra l’essere rispettati e l’essere considerati alla stregua di una specie subumana.

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