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	<title>MenteCritica &#187; Media Mente Critica</title>
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	<description>Fece Tanto Freddo che Tutti ci Ammalammo di Anarchia</description>
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		<title>Dalla Crisi Del Cinepanettone Un Nuovo Immaginario?</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Feb 2012 09:10:56 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Un benevolo lettore mi ha chiesto, in riferimento alla crisi del Cinepanettone che si è avuta nello scorcio finale del 2011, se ciò potesse rappresentare la crisi di un certo tipo di immaginario collettivo e/o la riproposizione di uno nuovo. La domanda merita una risposta approfondita. Perché è del cinema la facoltà di evocare quegli scenari della fantasia, fatti di immagini, situazioni, personaggi/personalità che incarnino, in maniera più o meno approfondita e coerente; in modi più o meno consapevoli idee collettive “vissute”, su cui si “ritrovino gli spettatori, come testimoni del loro presente storico; di cui facciano propri nei loro comportamenti quotidiani, più o meno conseguentemente, i valori da quelle immagini sottese. Quello che chiamiamo Immaginario collettivo.</p>
<p><span id="more-23708"></span></p>
<p><noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://www.cinecitta.com/news/documenti/immagini/2007/12/nataleincrociera_3.jpg" ><img class="aligncenter" src="http://www.cinecitta.com/news/documenti/immagini/2007/12/nataleincrociera_3.jpg" alt="" width="500" height="708" /></a></noindex></p>
<p>Un esempio storico: il cinema Western. Esso ha rappresentato l’epopea, la “vestizione” epica della costruzione degli Usa, come nazione, avvenuta nell’800, ma anche come insieme di valori incardinati nel sentire comune del popolo Usa: quelli recepiti talvolta acriticamente, che ne compongono anche i pregiudizi e le storture culturali. Una vera e propria mitologia dei tempi moderni. Epperò lo stesso esempio ci dice pure che tale immaginario, pur se presente ancora nella “cultura profonda”, gramscianamente nazional-popolare Usa, è praticamente scomparso dal suo cinema. Ma è che l’immaginario si evolve, tras-mutando le sue forme come un camaleonte/terminator, in grado di sopravvivere a tutti i costi: non sono forse dei Western mascherati la grandissima parte degli action movies contemporanei, in qualunque genere narrativo codificato essi si presentino? In realtà sono identici i valori e le ideologie sottostanti.</p>
<p>In Italia, mutatis mutandis, c’è sempre stato pochissimo spazio per l’epica. E non è solo un fatto produttivo: ma di concezione. La narrazione epica implica una visione possente, dinamica e complessiva della società; una capacità di leggere unitariamente le vicende narrate, come visione di un insieme tra le storie e la Storia. Il cinema di Sergio Leone obbediva a queste caratteristiche: a mio avviso è stato il più grande regista epico del nostro cinema e tra i più rilevanti di quello mondiale. Ma è rimasto nel nostro immaginario collettivo? Solo in parte; proprio perché la sua creazione obbediva ad un gioco intellettuale, nonostante le apparenze “ingombranti”, raffinato e complesso.</p>
<p>Mentre invece, ad esempio, “Il Camorrista” di Giuseppe Tornatore (86), è entrato nell’immaginario collettivo: è da sempre, e continua ad essere, uno di titoli più piratati e riproposti in streaming; come anche “Scarface” di Brian De Palma (83), con Al Pacino, o tutta la saga del “Padrino” di F. Ford Coppola, o il recente “Gomorra” di Matteo Garrone (08). E’ chiaro che si tratta di “eroizzazioni” di malavitosi, il cui fascino sinistro oscura la loro negatività. Ma è una forma di mitizzazione che rispecchia una qual forma di rassegnata impotenza civile, piuttosto che di passività culturale, da parte degli strati popolari meno avvertiti e consapevoli. Mentre è il versante della Commedia quello che risulta sicuramente più equamente diffuso presso tutti i segmenti della società. Basti pensare a Totò, che soprattutto (ma non solo) nelle parti del sud è indubbiamente parte dell’immaginario collettivo, con una forza e una vivacità che vengono dal suo puro genio; ma c’è la saga del Ragionier Fantozzi che è addirittura diventata una delle poche Maschere (tipo Pulcinella, Arlecchino ecc.) dell’epoca moderna. Paolo Villaggio ha creato una figura non solo sociologicamente attendibile, ma che riflette comportamenti psicologici individuati con sintetica efficacia, sublimata dalla comicità originale. In tutti noi c’è del Fantozzismo…</p>
<p>Così i Cinepanettoni, quando furono creati, nel 1983, individuarono alcune componenti in sviluppo della nostra società; in forma satirica, diedero voce ad alcuni comportamenti che incominciavano a caratterizzare in peggio il nostro vivere collettivo. E, in micidiale e squassante sinergia con la tv commerciale, diventarono un amplificatore di massa di valori consumistici volgari e aggressivi. Oggi tale spinta si è infiacchita; e né per il momento è stata sostituita dal giovanilismo preadolescenziale o da questi eterni quarantenni ancora “<em>guaglioni</em>” di molta commedia cinematografica attuale.</p>
<p style="text-align: right;">di <strong><noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://www.torresette.it/legginews.asp?idnotizia=15318" > Ciccio Capozzi</a></noindex></strong> su segnalazione di <a href="http://www.mentecritica.net/author/eduardo-quercia/" >Eduardo Quercia</a></p>
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		<title>Tiziano Ferro o della Semplicità</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Jan 2012 08:30:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela Tuscano</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Adesso è la consacrazione. Sempre piaciuto a tutti, amato da tutti, persino simpatico, umile, irresistibile con quel sorriso largo e comunicativo. “Bono”, anche. Questione di gusti. Non è il mio tipo, forse ha il naso troppo corto, non è eccessivamente alto, tende alla pinguedine. Ma chissà, un domani questi difetti potrebbero rivelarsi un pregio, rendere il suo aspetto più intenso. E poi si porta dietro, diciamo che ora sfoggia con un certo vezzo, quell’aria provinciale che presto entrerà, è già entrata, nella leggenda. Tutto normale e prevedibile. “Semplice”, direbbe lui, col lampo sornione negli occhi di chi sa che “tutto“, in realtà, è terribilmente complicato. Perché appartiene alla vita, è la vita stessa; forse la parte più interessante dello speciale a lui dedicato, del tre gennaio su Raidue, è stato proprio l’accenno alla felicità e alla possibilità di cantarla restando ispirati.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-23186"></span></p>
<p><img class="aligncenter" src="http://www.tvglobo.it/wp-content/uploads/2012/01/Programmi-TV-di-stasera-3-gennaio-2012.jpg" alt="" width="430" height="322" /></p>
<p style="text-align: justify;">Semplice? Macché, incasinatissimo: evitare la disperazione e le sere nere (pur nel loro abisso d’angosciante bellezza), aprirsi alle azzurrità potenti e meravigliate dell’affetto “puro”, o almeno realizzato, è impresa titanica. Perché poi subentra sempre quella dannata natura umana, insoddisfatta, alla ricerca dell’orizzonte, quindi dell’impossibile. Un amico scrittore ha confessato: scrivere è come camminare. Un cammino o, se si vuole, una maratona, lenta ed eterna, cosparsa di panorami e di soste, ma continua, acciottolata, fumigante di fatiche. Anche noiosa, prevedibile, ripetitiva. Racchiudere la variegata semplicità in pochi versi è dono di rari poeti. Ma un pizzico di poesia può annidarsi in ogni cuore, in qualsiasi professione, in sperduti e impreveduti scampoli d’esistenza. Non è ineffabile, ma pop &#8211; altro genere di cui Tiziano non si vergogna, ben consapevole, ormai, di poterselo permettere: il suo popular è, anch’esso, complesso, sincopato, soul, inattendibile e al tempo stesso ampio e tradizionale. E ha ragione il suo amico Jovanotti, a tratti ricorda un po’ Ranieri, ne ha la teatralità soprattutto nella possanza vocale come pure in certa enfasi saporosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni epoca ha il suo portavoce, e Ferro è diventato lo specchio delle ultime generazioni, ne ha saputo svelare l‘inaspettata intimità, la ricerca d‘un senso che non è, forse, voglia di cambiare il mondo, ma almeno, prima, di comprenderlo, e di darsi una direzione. Tiziano giunge tra le macerie di un paesaggio spersonalizzato, senza memoria, e cerca di costruirsene una. Nell‘ambiguità, naturalmente. Ovviamente. “Uno sorride di com’è, l’altro piange cosa non è/e penso sia un errore”, che poi si tramuta nel misterioso “e penso sia bellissimo”. Non si tratta di alta poesia, però è efficace nella molteplicità delle interpretazioni. Certo, è un errore la troppa sicurezza di sé così come il senso di colpa, ma può diventare “bellissimo” se ci si riconcilia con noi stessi, coi nostri errori, se accettiamo le stranezze della nostra affettività, e si sorride e si piange al tempo stesso, sensibili alle foglie come tutti i depressi &#8211; che non sono tristi, bensì spalancati alla vita, quindi capaci di gioie superlative &#8211; e inermi, pure. Il futuro ci dirà se quegli “issimi” saranno rivelazioni sabiane o sciatteria lessicale. Per ora, ci piacciono e ci rincuorano. L’ispirazione giunta al giovane Tiziano attraverso non solo il “nobile” gospel ma anche dalla musica elettronica &#8211; e a me, personalmente, già aliena &#8211; degli anni Ottanta, conferma l’intuizione di Proust: “Detestate la cattiva musica, ma non disprezzatela”. E poi, chi non s’è emozionato con Forever young, sì, proprio quella degli Alphaville? Pur formatami in un diverso contesto, ne fui rapita anch’io, un giorno in Francia, nella pienezza del tumulto amoroso.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p>A proposito di quest’ultimo, e della vicenda personale di Ferro, nella serata televisiva solo confusamente accennata, ho scritto qualcosa <noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://www.gayfreedom.it/?p=2599" >altrove</a></noindex>, e in futuro forse ne parlerò ancora. Per adesso, resta l’artista consacrato ma schivo, furbo la sua parte da non volersi trasformare in bandiera di nessuno (siamo avvertiti), protagonista di spettacoli coinvolgenti e caldi, perfettamente studiati &#8211; e supportati da uno staff abile ed efficiente &#8211; ma non showman né divo puro. Un minimalista affettivo nel senso migliore del termine, quasi tondelliano. Scopriamolo e lasciamolo auto-scoprirsi, senza attenderci nulla, ma quietamente, facendoci stupire dalle nuove, possibili invenzioni. Oggi, la diversità non s’esprime attraverso costumi particolari o atteggiamenti eccentrici, ci passeggia accanto e tutto resta mescolato, vicino a noi eppure distratto. A Tiziano il compito, non facile, ma semplice, di marcare quella differenza, di personalizzare l’intimo di ognuno. Se ci riuscirà, sarà il vero, significativo successo.</p>
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		<title>Fenomenologia dell&#8217;Opera Lirica</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Sep 2011 06:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pregherai fino all&#8217;alba; io sarò teco. Ricordo, quando avevo su per giù 12 anni, il senso di noia e di lacerante inedia nel sentir messa. Già allora la “fede”, inculcatami forzosamente dalla cultura cattolica imperante di questo paese, era emigrata in qualche anima più fertile, lasciandomi il senso di soffocante asfissia ogni qualvolta mamma mi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>Pregherai fino all&#8217;alba; io sarò teco.</em></p>
<p><em></em>Ricordo, quando avevo su per giù 12 anni, il senso di noia e di lacerante inedia nel sentir messa. Già allora la “fede”, inculcatami forzosamente dalla cultura cattolica imperante di questo paese, era emigrata in qualche anima più fertile, lasciandomi il senso di soffocante asfissia ogni qualvolta mamma mi obbligava, tutte le maledette domeniche, ad assistere a quel rito bizzarro.</p>
<p>Crescendo, naturalmente, gli obblighi imposti dall’alto (la mamma, non l’altissimo) vennero meno ma le rare occasioni in cui mi sono scontrato con il sacro rituale le ho percepite in modo diverso; il senso di morte per noia dovuto a quel tempo sprecato e che non passava mai si è trasformato in una sorta di ascolto critico, giovando alla mia percezione del tempo e pure al mio sollazzo.</p>
<p>Al di là delle preghiere recitate con meccanico distacco dalla maggioranza, mi divertono le prediche dei preti, tanto che spesso involontarie risa ironiche imbarazzano i miei parenti, costretti alla mia compagnia nel matrimonio o cresima di turno. Per non parlare del senso di letizia nel sentire gli anziani che anticipano il versi delle preghiere.</p>
<p><span id="more-21280"></span></p>
<p><img class="aligncenter" src="http://www.mentecritica.net/wp-content/uploads/2010/11/giuseppe-verdi_73956.jpg" alt="" width="590" height="400" /></p>
<p>Non sono mai stato un amante della lirica, e sì che sono cresciuto lì “nei dintorni” con il “<em><noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://www.youtube.com/watch?v=RWyUMYEjk8w" >dolce dolce Ludovico Van</a></noindex>”</em> prima di abbracciare <noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://www.youtube.com/watch?v=jsmcDLDw9iw&amp;ob=av2n" >la musica del diavolo</a></noindex> , ma la lirica..che pacco.</p>
<p>Tre anni fa fui trascinato a vedere il Nabucco in Arena, un’esperienza straziante, dopo anni fui investito dallo stesso senso di lacerante noia e soffocamento che solo la messa e la mia giovane età priva di ascolto critico avevano sperimentato. Un inferno, il tempo che rallenta ad ogni strofa, come se mi guardassi cadere in buco nero in balia dell’orizzonte degli eventi (questa è troppo lunga e non ve la spiego, sappiate che è come vedersi cadere per un tempo tendente a infinito, se siete curiosi <noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://www.interfred.it/Scuola/Letture/Buchi_neri/Congelare_tempo.asp" >leggete qui</a></noindex>), ogni atto che si trascina stanco un nuovo atto, il va pensiero che da quando è inno della lega non riesco più a sentire. Fu consolante vedere altre persone intorno a me essere investire dallo stesso senso di morte.</p>
<p><em>Mai più</em>, dissi, ma l’universo non è deterministico, dio gioca a dadi e se la spassa pure, fatto sta che qualche giorno fa torno in Arena per l’Aida. Il senso di nausea era mitigato dal fatto che esperienza insegna e sapevo che qualcosa sarebbe cambiato, il mio genio avrebbe reagito nello stesso modo delle messe, creando un’analisi critica atta ad invertire il rallentamento dovuto alla noia, ripristinando il normale scorrere del tempo.</p>
<p>Nel corso dell’opera (4 atti, 3 ore nette più gli intervalli) la mia fantasia percorre le più svariate metafisiche e fenomenologie:</p>
<p>Mi guardo attorno, e come spesso accade in mille altre occasioni mi pongo delle domande.</p>
<p>Nella mia ignoranza lirica mi chiedo quante altre persone che si atteggiano a saccenti cultori in  realtà l’apprezzino più o meno quanto me. Un po’ come i cattolici della domenica, o quelli di Natale e Pasqua.</p>
<p>Sono sempre rimasto affascinato dal borghesismo del pubblico lirico, c’è pure scritto sul biglietto “in platea è richiesto l’abito scuro”. Immancabile la signorotta vestita di sbarluccicoso vestito arancione catarifrangente. Ma con questo ragionamento, penso, siamo quasi alla lotta di classe, e “<em>io cresciuto fra i saggi ignoranti di montagna [..] io, tirato su a castagne ed ad erba spagna ( </em><noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://www.youtube.com/watch?v=Uu0aetKD5x0&amp;ob=av2n" >Francesco Guccini – Addio</a></noindex> <em>)” </em> sono qui con la mia anonima camicetta bianca da ingegnere, ma comoda e fresca, e penso <a href="../../../../../il-default-delloccidente-83-giorni-allapocalisse/cuore-di-tenebra/grp/21051/">al possibile deserto economico</a> che si può sviluppare <a href="../../../../../economia-dellapocalisse/meccanica-delle-cose/chiamiamola-economia/kurt/15954/">nell’economia del post-apocalisse</a>  “<em>al cui fascino inquietante non riesco a sfuggire</em>”. Il solito catastrofista, penso poi, con un sorriso ebete stampato in faccia.</p>
<p>Un tizio mi chiede di parlare sottovoce, 40 minuti dopo sta dormendo sulla spalla della sua signora.</p>
<p>E come tre anni fa già a metà del secondo atto vedo gente assopirsi, sonnecchiare, sbuffare, stiracchiarsi, scaccolarsi, fino al punto X, perché ogni opera  <noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://www.youtube.com/watch?v=AssDQbaIP_I" >ha il suo hit</a></noindex>  quella per cui viene ricordata, come fosse il singolo del disco o la canzone dell’estate.</p>
<p>Si, amico, ho uno zainetto. Dentro ho dell’acqua, fresca. In borsa termica. Perché mi guardi come se fosse un’anomalia? Dici che il simbolo dei pirati sul mio zainetto stona con la mia camicia da impiegato? Però mi guardi invidioso quando paghi 5 euro per una bibita in lattina mezza calda.</p>
<p>E fai due occhi così quando dal mio zainetto estraggo un contenitore con del fresco melone succoso meticolosamente tagliato a cubetti. Si, questa è una forchetta.</p>
<p>Perché vedi, sotto sotto io me ne fotto, se stono.</p>
<p>Quarto atto. Luci soffuse, mi ritrovo come spesso accade a guardare lassù, il cielo notturno e limpido da questo scorcio di Arena sembra una cupola dipinta da quei pittori di un tempo dimenticato. E mentre Aida e Radames recitano il loro destino io canticchio <noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://www.youtube.com/watch?v=182wgzHZKA4" >l’Aida di Rino</a></noindex>, ben altri temi, e penso “Che genio, Cristo santo, che genio, cantare così l’amore per lei”.</p>
<p><em>Pace t&#8217;imploro ~ martire santo..eterno il pianto ~ sarà per me </em>(( Chiusura del quarto atto ))<em>&#8230;</em>Sipario.</p>
<p>Applausi, Viva Verdi, i cuscini non volano più come una volta e non ci sono più le mezze stagioni.</p>
<p>Comunque dai l’Aida non è male, andatevela a vedere. E ve lo dice uno che passa <noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://www.youtube.com/watch?v=S6kZ99YSV1k" >dagli Emperor</a></noindex> ad <noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://www.youtube.com/watch?v=g2B5fvlITok" >Alice</a></noindex>.</p>
<p>PS: questo è un post goliardico e ironico, i gusti sono gusti e non ci piove quindi non cacatemi il cazzo se a voi la lirica piace e se anticipate i versi delle preghiere.</p>
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		<title>Il Vilipendio dei Musicisti in un Paese Musicalmente Analfabeta</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Aug 2011 09:25:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lameduck</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un paese musicalmente analfabeta lo si riconosce da alcuni tratti inconfondibili. Prima di tutto il privare i suoi cittadini bambini di una vera educazione musicale scolastica; educazione soprattutto al gusto musicale, all&#8217;armonia e alla creatività, limitandosi a a farli soffiare disperatamente dentro degli stramaledetti pifferi e chiamare questa crudeltà ora di musica. Il secondo segno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un paese musicalmente analfabeta lo si riconosce da alcuni tratti inconfondibili.<br />
Prima di tutto il privare i suoi cittadini bambini di una vera educazione musicale scolastica; educazione soprattutto al gusto musicale, all&#8217;armonia e alla creatività, limitandosi a a farli soffiare disperatamente dentro degli stramaledetti pifferi e chiamare questa crudeltà ora di musica.</p>
<p>Il secondo segno di analfabetismo è il dominio della musica sotto forma di rumore molesto nei luoghi pubblici, tanto che non possiamo che trovarci d&#8217;accordo con Kant che sosteneva come la musica, se imposta anche a colui che non la vuole ascoltare, diventasse qualcosa di importuno e fastidioso.<br />
All&#8217;estero puoi trovare la musica ambient come sottofondo piacevole e mai soverchiante nei ristoranti, caffé e centri commerciali. Da noi, in un centro commerciale dove l&#8217;acustica non è mai stata presa in considerazione in fase di progetto, perché per quell&#8217;architetto <noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://www.buscemihifi.it/hifi/acust_arch.htm" >l&#8217;acustica architettonica</a></noindex> è un&#8217;opinione e forse ha rappresentato un esame stiracchiato da diciotto scarso, se ci sono dieci negozi abbiamo dieci musicacce a tutto volume una sopra l&#8217;altra, possibilmente le più rumorose e screanzate, alle quali si aggiungono il rimbombo delle voci umane e dei rumori prodotti dalle macchine in funzione. Una linea della Breda risulta quasi idilliaca come un tranquillo laghetto di montagna, al confronto.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://www.estense.com/wp-content/uploads/2011/03/de-andr%C3%A8-faber.jpg" alt="" /></p>
<p>Terzo tratto caratteristico di analfabetismo musicale: la difficoltà a nominare un numero sufficientemente elevato di attuali talenti musicali italiani, perché l&#8217;Italia non fa nulla per valorizzare e tentare di rianimare la propria tradizione musicale e i pochi veramente validi si contano sulle dita di una mano.<br />
Nella cloaca massima televisiva, a parte la farlocca competizione tra case discografiche di Sanremo che monopolizza un&#8217;intera settimana all&#8217;anno, non si fa musica se non in casi assolutamente eccezionali. Un vero divulgatore musicale come Renzo Arbore viene relegato a tarda notte oppure non va neppure in onda. Nonostante ciò, grazie a trasmissioni come le sue, anche chi non masticava proprio il jazz ha potuto imparare ad apprezzare uno Stefano Bollani, tanto per fare un esempio.<br />
Il massimo della musica classica che passa in televisione è il concerto di Capodanno, sia nella versione austroungarica che in quella italiana, dove imperano il plinplin di Giovanni Allevi e il poveropiero di Peppino Verdi. Oltre quello, il vuoto pneumatico. Musica contemporanea, jazz, folklore, etnica, lirica, non pervenute.</p>
<p>Siccome il panorama musicale è un encefalogramma da coma profondo, con pochi sporadici impulsi qua e là, la critica musicale si annoia e allora si dedica alla riesumazione dei cadaveri dei musicisti del passato, alla loro depredazione e vilipendio.<br />
L&#8217;ultima vittima è Fabrizio de André che, in un articolo della rivista &#8220;Rolling Stone&#8221;, viene descritto come un cantautore sopravvalutato ed eccessivamente idolatrato post-mortem, oltreché, ohibò, personaggio dalle molte contraddizioni. Confondendo l&#8217;artista con l&#8217;uomo, come mai si dovrebbe fare nel giudicarne l&#8217;opera, si rimprovera a De André di essere stato nientepopodimeno che un borghesuccio, finto comunista (a parte che era casomai anarchico) e collezionista di dobloni d&#8217;oro alla faccia del proletariato.<br />
Riesumando, da bravi becchini, il vecchio dualismo Coppi-Bartali, i criticominkia di &#8220;RS&#8221; finiscono per giocherellare anche con il cadavere di Lucio Battisti, secondo loro un povero Salieri offuscato (perché di destra) da colui che si credeva il Mozart di Boccadasse, privilegiato dalla critica perché di sinistra. Figuriamoci se un articolo del genere non avrebbe fatto subito salivare copiosamente &#8220;Panorama&#8221; e <noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://www.ilgiornale.it/spettacoli/la_bibbia_musica_chic_distrugge_mito_de_andre/02-07-2011/articolo-id=532710-page=0-comments=1" >&#8220;Il Giornale&#8221;</a></noindex> che, trovandosi tra le mani la polemichetta estivo-funeraria sul cantante di destra vs. cantante di sinistra, ci hanno scritto sopra altri tre o quattro articoli. Tutti orgogliosamente pro-Lucio e anti-Faber, sostenendo oltretutto che la tacchetta esistesse veramente tra i due cantautori.</p>
<p>Se si fossero fermati a ragionare invece di pagare pegno all&#8217;idiozia culturale di regime, avrebbero notato che, ormai, per il pubblico, sia le canzoni di De André che quelle di Battisti sono classici del nostro patrimonio culturale e che nessuno, di fronte ai &#8220;fiori rosa fiori di pesco&#8221; o al &#8220;letame da cui nascono i fiori&#8221; si preoccupa se chi ha scritto le due canzoni era di destra o di sinistra, se era tirchio o munifico e se gli puzzavano o meno i piedi. Sono canzoni memorabili e basta e l&#8217;unica distinzione che possiamo fare è se ci piace di più lo stile dell&#8217;uno o quello dell&#8217;altro.<br />
Fabrizio de Andrè era un poeta, anche se preferiva definirsi cantautore perché, diceva: &#8220;Fino a 18 anni tutti scrivono poesie. Dopo i 18 anni le scrivono solo 2 categorie di persone: i poeti e cretini. Per questo io preferirei considerarmi solo un cantautore.&#8221;<br />
E&#8217; stato senza dubbio l&#8217;autore che con maggiore raffinatezza ha tradotto la lingua italiana in musica. Prima di lui, solo Montale aveva descritto Genova nella sua vera essenza. Se ascoltare &#8220;Creuza de ma&#8221; riesce ogni volta a spezzarmi il cuore di nostalgia e &#8220;Dolcenera&#8221; a riportarmi tutta intera la tragedia dell&#8217;alluvione del 1970, è perchè De André non era un canzonettaro pompato dalla sinistra, come ridacchiano i becchini saltellando sulla sua bara, ma un poeta. La sua musica è <noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://www.rollingstonemagazine.it/magazine/articoli/ce-anche-una-genova-a-cui-non-frega-niente-di-de-andr/40084" >&#8220;priva di soul&#8221;</a></noindex>? Pazienza.</p>
<p>I poeti hanno il vizio di predire il futuro. Di vedere in anticipo dove stiamo andando a finire. Poeti come Pasolini, Gaber e lo stesso Fabrizio de André hanno descritto minuziosamente con quarant&#8217;anni di anticipo cosa siamo diventati oggi, che razza di paese anticulturale e profondamente ignorante siamo. L&#8217;omologazione, il ruolo della televisione, <noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://www.angolotesti.it/G/testi_canzoni_giorgio_gaber_4285/testo_canzone_destra-sinistra_884686.html" >&#8220;cos&#8217;è la destra, cos&#8217;è la sinistra&#8221;</a></noindex>, sono stati previsti e ci sono stati annunciati affinché potessimo, attraverso la conoscenza, salvarci in tempo.<br />
Non li abbiamo ascoltati ed ora tentiamo di distruggerne la testimonianza parlando solo delle loro debolezze. Pasolini era un omosessuale, de André un ubriacone. Dei &#8220;poveri comunisti&#8221;, come direbbe lui.<br />
Ci divertiamo a vilipenderli da morti ed a scarabocchiarne il ritratto perché, così facendo, ci illudiamo di essere ancora vivi. Invece i morti siamo noi.</p>
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		<title>Sanremo e Isola dei famosi: Finalmente! E&#8217; Questa la tv Pubblica che Vogliamo!</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Feb 2011 11:30:29 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri dalla Venturi ha telefonato il dg della Rai pubblica. Ma ha subito messo le mani avanti! Io non mi dissocio ne&#8217; dal modo con cui stai conducendo il programma, ne&#8217; dai contenuti . Questa è la tv che voglio!. Non virgoletto perché questo più o meno il succo del discorso. La tv pubblica che vogliamo è L&#8217;Isola dei Famosi. La tv che vogliamo è quella in cui ogni argomento politico o di cronaca lo si può commentare o approfondire solo ogni otto giorni, come il pagamento delle pizza fritte a Napoli: &#8220;mangi oggi e paghi fra otto giorni&#8221;. E non basta! La tv che vogliamo è quella in cui per ogni argomento devono esserci le due tesi contrapposte (e poi perché solo due? e se ve ne sono più di due di tesi quale fra le tante scegliere? Non si capisce!) e addirittura per alcune trasmissioni vi devono essere due conduttori che per cultura (uno studi classici ed uno tecnici&#8230;) devono essere diversi e contrapposti.</p>
<p><object id="polyshowEmbed" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="590" height="340" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="name" value="polyshowEmbed" /><param name="align" value="middle" /><param name="flashvars" value="configId=4&amp;configUrl=../content/conf/CorrierePolymediaShow_embedded_400.xml&amp;autostart=false&amp;configAdvLabel=embed&amp;configNielsenLabel=embed&amp;videoId=e5fe5d58-39f9-11e0-bd09-192dc2c1a19a&amp;videoUrl=http://static2.video.corriereobjects.it/widget/content/video/rss/video_e5fe5d58-39f9-11e0-bd09-192dc2c1a19a.rss&amp;logo=http://static2.video.corriereobjects.it/widget/img/logocorriere.png&amp;channelName=TELEVISIONI&amp;advChannel=Televisioni&amp;nielsenChannel=Televisioni&amp;videoChannelLabel=Televisioni&amp;advTemplateUrl=http://video.corriere.it/widget/content/adv/advtemplate_108.xml&amp;newsPaper=corriere&amp;clickUrl=http://video.corriere.it/" /><param name="src" value="http://static2.video.corriereobjects.it/widget/swf/CorrierePolymediaShow.swf" /><param name="wmode" value="transparent" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><param name="quality" value="high" /><embed id="polyshowEmbed" type="application/x-shockwave-flash" width="590" height="340" src="http://static2.video.corriereobjects.it/widget/swf/CorrierePolymediaShow.swf" quality="high" allowfullscreen="true" wmode="transparent" flashvars="configId=4&amp;configUrl=../content/conf/CorrierePolymediaShow_embedded_400.xml&amp;autostart=false&amp;configAdvLabel=embed&amp;configNielsenLabel=embed&amp;videoId=e5fe5d58-39f9-11e0-bd09-192dc2c1a19a&amp;videoUrl=http://static2.video.corriereobjects.it/widget/content/video/rss/video_e5fe5d58-39f9-11e0-bd09-192dc2c1a19a.rss&amp;logo=http://static2.video.corriereobjects.it/widget/img/logocorriere.png&amp;channelName=TELEVISIONI&amp;advChannel=Televisioni&amp;nielsenChannel=Televisioni&amp;videoChannelLabel=Televisioni&amp;advTemplateUrl=http://video.corriere.it/widget/content/adv/advtemplate_108.xml&amp;newsPaper=corriere&amp;clickUrl=http://video.corriere.it/" align="middle" name="polyshowEmbed"></embed></object></p>
<p>Anche qui vale l&#8217;obiezione della dualità come unicità del contraddittorio. E qualcuno ha obiettato &#8220;ma perché tanto casino! Non è meglio dire, e facciamo prima, che trasmissioni di approfondimento e di cronaca politica in una televisione pubblica non ci devono essere?&#8221;  Gad Lerner si frega le mani. Più va avanti in Rai questa cultura più il mio programma raccoglie ascoltatori! Fanno miglior figura coloro che si arzigogolano in argomentazioni e intrecci dialettici ed ingarbugliati e facciamo prima.<br />
Presto e subito.<br />
Togliamo ogni velo e diciamola la verità Ma dov&#8217;è il problema? Perché non dire apertamente, francamente che il modello di tv pubblica è quella rappresentata dal Grande Fratello, da L&#8217;isola dei Famosi e sopratutto dall&#8217; evento degli eventi il &#8220;Festival di Sanremo!&#8221;  In fondo la tesi non è &#8220;è questo che vuole il pubblico&#8221;?<br />
E allora dov&#8217;è il problema! Quest&#8217;anno poi è al passo con i tempi! Conduce Gianni Morandi che voleva come sigla Faccetta Nera, ma accanto a Bella Ciao! Vi sono poi le veline Belen che alla conferenza stampa non sapeva che milioni di donne e uomini in Italia e in vari paesi del mondo avevano manifestato per la dignità della donna (mentre Luca e Paolo suggerivano sottovoce) accompagnata dalla Canalis (non eccezionale come attrice, conduttrice, come testimonial di spot, ecc ecc ) la quale ha candidamente detto che lei non aveva partecipato e non condivideva la manifestazione. Per lei è giusto che le donne siano trattate e considerate solo come corpo e sopratutto se lo mettono in vendita. Il talento, le capacità intellettive è meglio non averle.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.mentecritica.net/wp-content/uploads/2011/02/canalis.jpg" ><img class="size-full wp-image-19649 aligncenter" title="canalis" src="http://www.mentecritica.net/wp-content/uploads/2011/02/canalis.jpg" alt="" width="590" height="617" /></a></p>
<p>Lei è un esempio su misura! D&#8217;altro canto si sa. le donne belle non hanno e non devono avere cervello! Di Paolo e Luca sorvolo. Mercenari nel mondo dello spettacolo, ma bravi perché appunto sanno interpretare con piena convinzione tutti i ruoli da quelli più impegnati dal punto di vista culturale a quelli più impegnativi del culturame nazional-popolare. Alcuni si sono ribellati a questo ciarpame (<noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://sanremochiuso.com/" >http://sanremochiuso.com</a></noindex>). ma è poca cosa! La tv che noi vogliamo è questa. E poi ci stupiamo del degrado civile, morale, politico in cui ci troviamo! Diciamo che i politici sono altro rispetto alla maggioranza degli italiani?<br />
O ne sono lo specchio, il riflesso del paese?</p>
<p><noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://www.corriere.it/spettacoli/11_febbraio_17/masi-telefonata-isola_104364d6-3a73-11e0-a00e-b467f0f3f2af.shtml" >Dal Corriere</a></noindex>, il botta e risposta di Masi e Aldo Grasso sulla telefonata all&#8217;Isola dei Famosi</p>
<blockquote><p>
<strong>Masi</strong><br />
Ho già espresso in più occasioni la stima e il rispetto che nutro nei confronti di Aldo Grasso, ma questa volta sono in totale disaccordo con il suo commento sull&#8217;Isola dei famosi. Non perché mi riguarda personalmente, ma perché &#8211; a mio avviso &#8211; è ingiustificatamente miope. La telefonata che ho fatto in diretta a Simona Ventura, peraltro durata meno di un minuto, è stata dettata da due motivi:<br />
1) da una ovvia cortesia aziendale sollecitata in questo caso, nella mia visione, da una serie di attacchi ingiusti e faziosi ricevuti a priori dalla conduttrice del programma per le scelte fatte,<br />
2) per evidenziare le procedure della Rai in tema di trasparenza del televoto; tema particolarmente delicato, in quanto al centro di polemiche anche per quanto riguarda il Festival di Sanremo; il mio intervento si era reso infatti obbligatorio &#8211; e sottolineo obbligatorio &#8211; da un provvedimento dell&#8217;Autorità Antitrust comunicatoci formalmente pochi minuti prima dell&#8217;inizio della trasmissione e chiaramente evidenziato dalle agenzie di stampa nella stessa serata e il giorno successivo.</p>
<p>Mi consenta poi due considerazioni finali. La prima è che non credo che l&#8217;episodio in sé meriti particolare attenzione, ma se lo si fa forse sarebbe stato meglio vedere la questione nella sua interezza. La seconda è che le mie letture giovanili (cito solo per esempio e per pura passione personale il Conrad di «Lord Jim», il Mishima di «Confessioni di una maschera» e un pò tutto Dostoevskij) mi hanno insegnato, quando si è convinti e in buona fede, a metterci la faccia anche per sostenere qualcosa molto lontano dalle proprie radici culturali e professionali. Anzi forse proprio per questo. So che non è molto politically correct ma tant&#8217;è&#8230;</p>
<p>Mauro Masi (direttore generale Rai)</p>
<p>La risposta di Aldo Grasso<br />
Gentile dottor Masi, spero che lei si renda conto che, grazie alla sua telefonata, L&#8217;isola dei famosi è la prima trasmissione a ricevere in diretta la benedizione della direzione generale. Il servizio pubblico non aveva altri programmi da indicare come modello virtuoso? (a.g.)</p></blockquote>
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		<title>L&#8217;Abolizione delle Stupidaggini e la Diminuzione delle Emissioni di Anidride Carbonica</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Feb 2011 20:14:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Comandante Nebbia</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>In un&#8217;era nella quale l&#8217;opinione, per quanto superflua (e questo sito ne è una segnata dimostrazione) si diffonde comunque per via dei mezzi di comunicazione di massa, è interessante fare qualche considerazione sui possibili risparmi in emissioni derivanti dall&#8217;abolizione delle stupidaggini.<br />
Quando una stupidaggine si propaga sui media, produce emissioni dovute all&#8217;energia dissipata per diffonderla ed a quella utilizzata per leggerla. Elettricità per tenere accesi computer, televisori, trasmettitori, router, illuminazione studi televisivi, eccetera. Carburanti per alimentare rotative, camion per la distribuzione, eccetera. Questo senza contare l&#8217;energia dispersa per recuperare il tempo sprecato per scrivere la stupidaggine (in genere basta una sola persona) e quello perso da chi la legge (milioni e milioni). Tempi che devono essere recuperati, con conseguente dissipazione di altra energia. I numeri possono apparire non significativi, ma prendete in considerazione il numero di stupidaggini prodotte ogni secondo (tristemente alto) e moltiplicatelo per il numero di utenti del circuito d&#8217;informazione. Le quantità di energia coinvolte diventano apprezzabili.</p>
<p><span id="more-19603"></span></p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-19609 aligncenter" title="co2" src="http://www.mentecritica.net/wp-content/uploads/2011/02/co2.jpg" alt="" width="570" height="330" /></p>
<p>Per produrre energia è necessario emettere CO<sub>2</sub> con conseguente degrado dell&#8217;ambiente. Proibire, o almeno tentare di ridurre, la scempiaggine nel mondo favorirebbe un aumento della qualità della vita senza perdite sensibili nei servizi e nel processo industriale.<br />
Passo a qualche esempio.<br />
<strong>Proibizione per legge delle dimissioni</strong>: Ogni volta che l&#8217;uomo politico X, membro della maggioranza, compie un&#8217;azione ritenuta esecrabile dall&#8217;opposizione, l&#8217;opposizione richiede le dimissioni. Giornali, televisioni e rete incominciano il consueto concertino. Migliaia, se non milioni, di persone discutono dell&#8217;opportunità o meno che X si dimetta. Mentre le caldaie bruciano per produrre l&#8217;energia per diffondere questa fesseria, X se ne frega e non si dimette. Risultato? Una montagna di CO<sub>2</sub> dispersa nell&#8217;ambiente alla faccia del protocollo di Kyoto. Proibire le dimissioni per legge eliminerebbe alla radice il problema.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Abolizione della Vergogna</strong>: &#8221; Si dovrebbe vergognare!&#8221; &#8220;Che vergogna!&#8221; &#8220;Vergognati!&#8221;. In genere il destinatario di questi appelli rimane impassibile di fronte  tali moralistici preconi e non si vergogna. E poi? Se pure si vergognasse,  cosa ne guadagnerebbe la società? Niente.<br />
Nel frattempo per trasferire la richiesta di vergognarsi, spesso condivisa da migliaia di sollecitanti ad un singolo piuttosto indifferente, si è dovuto prosciugare un pozzo di petrolio che si è trasformato in una mefitica nuvola di CO<sub>2</sub>.<strong><br />
</strong></p>
<p><strong>Tassa sull&#8217;indignazione</strong>. In una prima versione di questo scritto, indignazione e vergogna condividevano la stessa trattazione e andavano parimenti proibiti. Purtroppo, il nostro ufficio legale ha espresso l&#8217;opinione che il diritto all&#8217;indignazione sia costituzionalmente garantito. Da questo sorge la proposta di tassarla. Mi spiego: Quando un uomo politico, ad esempio Belrusconi, si intrattiene con donzelle di facili costumi, milioni di italiani sentono la necessità di dire ad altri milioni che sono indignati. La cosa produce una sorta di effetto valanga perché alcuni, non essendosi indignati da subito, si sentono diminuiti nei confronti degli indignati e s&#8217;indignano anch&#8217;essi, benché non del tutto convinti. Altri, invece, si sentono obbligati a spiegare perché non s&#8217;indignano. Ma, a rifletterci bene, chi se ne frega se il signor X si è indignato e il signor Y no? Se X si è indignato e la cosa ha contribuito a farlo sentire superiore a quelli che non si sono indignati, ne ha ricavato un aggio personale che è giusto venga tassato. L&#8217;indignazione non ha altro effetto che la gratificazione di chi s&#8217;indigna. Se fosse diversamente, Berlusconi si sarebbe fatto frate trappista dieci anni fa.</p>
<p>Anticipando le osservazioni di qualche arguto lettore, anche il CO<sub>2</sub> prodotto per scrivere, diffondere e leggere questo articolo poteva essere risparmiato in quanto, con tutta la buona volontà, non può che essere definito una sciocchezza.<br />
Va comunque notato che non è da tutti difendere una teoria e dimostrane l&#8217;inapplicabilità nella stessa trattazione.<br />
Arrivati ad una certa età, si vive anche di queste piccole soddisfazioni.<br />
Buonanotte e grazie per l&#8217;attenzione.</p>
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		<title>Il Pittore della Musica</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Jan 2011 19:33:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela Tuscano</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Io ho conosciuto tardi Ziggy Stardust, nel senso che i primi scatti di <strong>David Robert Jones</strong> in arte <strong>Bowie</strong> non furono quelli dell&#8217;androgino e sublime ragno spaziale dal linguaggio complicato e allusivo, bensì la lunare marionetta di <em>Heroes</em>, dalla copertina essenziale e <em>rétro</em>, anni &#8217;40.</p>
<p><a href="http://www.mentecritica.net/il-pittore-della-musica/media-mente-critica/suoni-musica/daniela-tuscano/19082/" ><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>
<p><span id="more-19082"></span>Ma bastava: evocava Marlene Dietrich anche se ignoravo si trattasse del secondo album della &#8220;trilogia berlinese&#8221;. Arrivava accompagnato da un gran chiasso, di voci, di <em>rumors</em>, nelle aule scolastiche sorgevano interminabili discussioni sui suoi dischi, portati di nascosto (e con gran fatica, vista la dimensione) da un compagno che conosceva a memoria tutti i suoi brani. E che pochi giorni dopo si presentò con il lp precedente, quel <em>Low</em> dalla sfacciata copertina arancione e il cui titolo mi sedusse per il suono, la brevità e l&#8217;intraducibilità: in Italia un album non avrebbe mai potuto chiamarsi <em>Basso</em>, o <em>Profondo</em>. <em>Low</em> era semplicemente <em>Low</em> e i colori vivaci non smorzavano un clima freddo, anzi, glaciale e spietato; erano spennellate di Munch, o dei <em>fauves</em>; eppure <em>Low</em> rimandava pure a qualcosa di serico e fumogeno, decaduto. Insomma, tiepido. Celestiale.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-19087 aligncenter" title="bowiedavid-low" src="http://www.mentecritica.net/wp-content/uploads/2011/01/bowiedavid-low.jpg" alt="" width="500" height="500" /></p>
<p>E fu subito amore per <em>Sound and Vision</em>, un&#8217;incompiutezza geniale, dalla grammatica futurista, assolutamente priva di metrica, ancorché di logica: solo introduzione, con la voce che si affacciava timida e sballata nella parte finale, soffogata dai suoni (e visioni). E all&#8217;apparenza, del tutto accessoria, ininfluente. Un trionfo di tecnologia, l&#8217;assorbimento dell&#8217;uomo nella macchina. Eppure vi pulsavano tentacoli di vita imperiosi e potenti. Già elaborati dai monumentali e &#8220;anonimi&#8221; Pink Floyd. Dietro c&#8217;era Eno e anche in quel caso ero ignara di tutto. Eno lo avrei racchiappato, o meglio divorato, soltanto a 16-17 anni, anch&#8217;egli a ritroso: prima <em>My life in a bush of ghosts</em>, il frutto maturo; poi le radici, <em>Before and after science</em>, <em>Another green world</em>. Ma per tornare a Bowie, Ziggy mi apparve solo in seguito, e scattò il tripudio per la studiata raffinatezza di quello che pensavo un aristocratico dandy e invece proveniva da famiglia proletaria, con fratellastro pazzo, poi morto suicida. Ah, ecco, all&#8217;origine era rock&#8217;n'roll. E il rock&#8217;n'roll di Ziggy era davvero insuperabile. Una scatola visiva. Bowie era una proprio una macchina, una di quelle escavatrici &#8211; o centrifughe &#8211; che maciullano e condensano tutto. Ricco di citazioni e auto-citazioni. Da Lindsay Kemp (quello di <em>Flowers</em>, soprattutto, ma <noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://1.bp.blogspot.com/_ryOZB7pN5u8/TSlb2JV1csI/AAAAAAAACzU/VMwfV-tgkd0/s1600/ziggy.jpg" ></a></noindex>anche del sulfureo <em>Sebastiane</em>) ai Who, e naturalmente a Lester Bowie da cui prese il nome. E qui, lungi dall&#8217;artificio e dalle glaciazioni, eravamo davvero al calor bianco.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-19088 aligncenter" title="david-bowie" src="http://www.mentecritica.net/wp-content/uploads/2011/01/david-bowie.jpg" alt="" width="590" height="400" /></p>
<div><span style="font-family: arial; font-size: 85%;"> </span></div>
<div>L&#8217;intero linguaggio dell&#8217;arte e dell&#8217;espressività umana ne risultava stravolto e i confini esplodevano, rinsaldandosi poi in un bislacco mosaico inatteso e spaventevole. Così accadeva che il protagonista del <em>Budda delle periferie</em> di Hanif Kureishi si prendesse una solenne scuffia per il vaporoso amico nordico che si presentava a casa sua con le gambe infinite sugli stivali a fiore. Non solo fremiti d&#8217;adolescente, ma piuttosto risvegli di cacce ancestrali, rivalse di colonizzati, giochi d&#8217;istinto con impagabili prede. Kureishi avrebbe ammesso molto più tardi che per quella figura di amico si era ispirato a Bowie.<br />
Già troppo attore nel viso per essere un grande anche nel cinema, Bowie, nella sua voracità così succulenta, conservava però un fondo (<em>&#8220;low&#8221;</em>, appunto) troppo oscuro, sublime, tedesco &#8211; berlinese &#8211; per avvincermi del tutto. Era un gentiluomo, l&#8217;avrei visto passeggiare in Riviera alla fine dell&#8217;Ottocento assieme alla moglie (la prima, Angie) e sarebbe stato un pittore, avrebbe realizzato tele squisite dai colori rovesciati, ma come un alieno, sempre a qualche centimetro dal suolo, il suolo mattinale e cattolico delle terre italiane. Io avevo bisogno di lucori, fratellanza e mestizie, in cui dolcemente cullarmi.</div>
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		<title>Monicelli: In Morte d&#8217;un Eretico</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Nov 2010 18:32:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela Tuscano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La carnosità e la carnalità. La risata, anzi, la risataccia, sapida, polposa, sgangherata. E secca. Secca, sì, affilata, tagliente e schioccante come frusta. Due opposti che si fondevano, nella maschera cisposa di Mario Monicelli. Un italiano aristocratico. Ribelle con una causa. Umanista. Umanesimo &#8220;minoritario&#8221;? Andiamoci piano. Monicelli discende direttamente dalle costole di Donatello, di Verrocchio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La carnosità e la carnalità. La risata, anzi, la risataccia, sapida, polposa, sgangherata. E secca. Secca, sì, affilata, tagliente e schioccante come frusta. Due opposti che si fondevano, nella maschera cisposa di <strong>Mario Monicelli</strong>. Un italiano aristocratico. Ribelle con una causa. Umanista. Umanesimo &#8220;minoritario&#8221;? Andiamoci piano. Monicelli discende direttamente dalle costole di Donatello, di Verrocchio e, ovviamente, di Machiavelli. Ma, sotto alcuni aspetti, traluce in lui qualche eco dell&#8217;Adriano di Yourcenar, non quello degli ellenistici languori, certo, ma il lucido intellettuale senza dio, il camminatore di sterrati solatii, solo, spettrale, dinoccolato ma umile. Che a quell&#8217;<em>humus</em>, a quella terra, torna, perché questo è il suo unico destino, e se ne riappropria e se ne ricongiunge. Non il superuomo che si fa divino, ma l&#8217;uomo snudato, che ci conficca lì, sgomberandoci d&#8217;illusioni consolatorie e meschine. Che ci rinfaccia la nostra solitudine immensa, e lo fa con la sgarbatezza rude dell&#8217;amore autentico, privo d&#8217;alibi. E l&#8217;amore sempre ferisce.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-18808 aligncenter" title="monicelli" src="http://www.mentecritica.net/wp-content/uploads/2010/11/monicelli.jpg" alt="" width="450" height="450" /></p>
<p>Lo rivedo avvolto in un cappuccio rosso, d&#8217;un rosso pontormiano, e mi rimanda a un&#8217;altra immagine a me nota: l&#8217;<em>Autocamaldolese</em> del romano Walter Lazzaro, il pittore dei silenzi sospesi, della vita che si umanizza nell&#8217;oggetto. Ma l&#8217;occhio di Monicelli è ridarello, alchemico, pazzo; quel suo ritratto è bestemmia, l&#8217;ultima burla alla mistica truffaldina. Pochi giorni fa manifestava contro i tagli alla cultura; e ieri s&#8217;è gettato nel vuoto, da una finestra, scegliendo, per sopprimersi, la maniera più vorticosa, straniante, diremmo: urlata, <em>fottuta</em>. Mi par di vedere quel volo, negli stessi occhi allucinati e folli, nell&#8217;ellisse sghemba d&#8217;un Pinocchio rimasto ligneo, quindi estraneo a codici e regole. Un estremo grido d&#8217;anarchia e d&#8217;amoralità. Monicelli ha voluto lanciarci la sua sfida suprema, martire di quella laicità che in Italia non ha mai avuto dimora. E per l&#8217;assenza della quale siamo privi di religione, e pervasi di clericalismo.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-18809 aligncenter" title="autocamaldolese" src="http://www.mentecritica.net/wp-content/uploads/2010/11/autocamaldolese.jpg" alt="" width="449" height="566" /></p>
<p>L&#8217;abbiamo sfregiato noi Monicelli. Noi, nella vigilia di Natali dolciastri, spumeggianti di rotondità vuote, e l&#8217;abbiamo appiattato là, su quel volgare cortile d&#8217;ospedale, disusato, distrutto. Ne abbiamo scardinato l&#8217;anima, perché non la potevamo contenere. La morte di Monicelli ci asciuga delle ideologie senza cuore. Ma non ce ne accorgeremo. E proseguiremo a vegetare, in quest&#8217;Italia incollata alla sua plebea atemporalità.</p>
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		<title>Cucitrici di Camicie Rosse</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Nov 2010 10:06:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La ricerca pittorica in Italia a metà dell’ottocento avvenne per opera di un gruppo di artisti, Lega, Signorini, Fattori, Borrani, Abbati, Cecioni, per nominarne alcuni, che volse la propria attenzione alle emozioni che la realtà muoveva attorno a loro. Questi artisti avevano una formazione severa e incontrandosi al Caffè Michelangelo di Firenze, stavano “componendo” un percorso comune finalizzato al rinnovamento della ricerca nell’arte.</p>
<p>Fattori scrive: &#8220;Cos’era la macchia? Era la solidità dei corpi di fronte alla luce&#8221; (Alfredo Aleardi: “Sullo ingegno” Atti della reale Accademia di Belle Arti. Venezia).</p>
<p>Adriano Cecioni afferma in “Scritti e ricordi”  che &#8220;l’artista non deve ispirarsi né a scuole filosofiche né ad accademie. La sua opera deve essere la riproduzione delle sue emozioni personali create dall’ambiente in cui vive.&#8221; (Firenze, Tipografia Domenicani 1905 pag. 295)</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-18510 aligncenter" title="Odoardo Borrani - Via San Leonardo" src="http://www.mentecritica.net/wp-content/uploads/2010/11/Odoardo-Borrani-Via-San-Leonardo.jpg" alt="" width="587" height="427" /></p>
<p><span id="more-18233"></span></p>
<p>Giorgio Vasari definiva la pratica del “macchiare” attribuita a Tiziano, come lo stato intermedio di esecuzione pittorica; nel 1856, Telemaco Signorini, in un suo soggiorno a Venezia, fa propria la certezza che la “macchia” possa rendere la realtà in modo efficace per trasporre sulla tela ciò che l’occhio “ingordo” di luce e colore conquista: il vero.</p>
<p>È così che si fonda un colloquio certo tra natura e realtà quotidiana. I giovani pittori del Caffè Michelangelo teorizzano la propria ricerca rifiutando le accademie proponenti bellezze ideali e modelli ormai statici e lontani dalla realtà contingente.</p>
<p>Ma la pratica della macchia sarà sottolineata in senso negativo nel 1862 da un anonimo recensore, che definì la ricerca di questi artisti una “tecnica sbrigativa”, coniando per loro il termine “macchiaioli” che rimarrà nella storia, certo non tenendo in alcun conto la potenzialità espressiva ed essenziale che quegli artisti celebravano con l’antiretorica e con la quale, guardando al vero, su quelle tele suggellavano l’alleanza, il vincolo tra arte e vita quotidiana, permettendo la nascita del “paesaggio domestico”.</p>
<p>Questo modo di vivere l’arte fu rivoluzionario come i tempi che si stavano vivendo e in molte opere leggiamo quale fosse la dolorosa commozione e autentica partecipazione di quegli artisti alle vicende risorgimentali.</p>
<p><noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://it.wikipedia.org/wiki/Odoardo_Borrani" >Odoardo Borrani</a></noindex> ci offre un’opera profondamente rivelatrice di queste caratteristiche introducendoci nella casa, nella stanza delle “Cucitrici di camicie rosse” del 1863.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.mentecritica.net/wp-content/uploads/2010/11/Borrani1.gif" ><img class="alignnone size-full wp-image-18508" title="borrani-cucitrici" src="http://www.mentecritica.net/wp-content/uploads/2010/11/borrani-cucitrici.jpg" alt="" width="460" height="567" /></a></p>
<p style="text-align: center;">click per allargare l&#8217;immagine</p>
<p>Il fascino di quest’opera è definito dall’intimità della narrazione e dai simboli che devono essere letti in funzione della storia. L’artista ci introduce in un inno al risorgimento nella casa, nella stanza dove lavorano le “cucitrici”: sulla consolle Biedermeier, arredamento austriaco come la sedia, la pendola segna le 7,15 per le donne che cuciono lana rossa con agili dita. Il loro lavoro è come la preghiera del mattino, è il loro “rito” di partecipazione alle vicende risorgimentali.</p>
<p>Ancora sulla consolle, una conchiglia, simbolo di rinascita; un’alzata di cristallo adorna di rose, simbolo d’amore; e altre rose in un vaso, aperte, mature, come il tempo della storia.</p>
<p>Come Flaubert in “Madame Bovary” sottolinea una complessa realtà ideale e materiale nella sua prosa, così Borrani traduce in immagine la molteplice realtà di quegli anni. Il rigore della prosa dello scrittore è simile alla ricerca dei Macchiaioli, e ci meraviglia l’elemento a forma di freccia che sostiene la tenda descritto nella stanza della protagonista di Flaubert, che, qui come simbolo di guerra e immagine di un elemento di lotta, ritroviamo a sostegno della tenda di delicata mussola bianca posta a cupola di luce nell’opera di Borrani.</p>
<p>Alla parete cerulea il ritratto color seppia di Garibaldi, al di sopra un “capriccio romano”: evidentissimi riferimenti alla storia risorgimentale assieme ai colori della bandiera italiana che immediatamente vengono incontro all’osservatore.</p>
<p>La scena è vivace: è arrivata un’amica, la vediamo di spalle. Sì, è appena arrivata, lo intuiamo dalla postura: ha poggiato la sua cappa( l’artista lascia intravedere la foggia a <em>pellegrina </em>in pesante tessuto blu); si è appena seduta sulla poltrona di velluto verde cucito a mano (lo capiamo dai punti sottili); cattura l’attenzione delle due donne a sinistra (riferisce certamente delle novità); la sua gonna, o meglio, il fruscio della seta del suo abito, si “poggia” sulla diagonale della composizione.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>La donna a destra è, invece, totalmente presa dal proprio lavoro. Interessante è notare il contrasto di colore tra la pellegrina di velluto blu e il giacchino ocra chiaro a falde corte che sottolineano la vita sottile della donna; contrasto subito sapientemente raccordato dalla passamaneria di velluto blu che profila la manica di ampio taglio appena arricciata sulla spalla che scende morbida e abbondante. Le dita della donna spingono l’ago nella lana rossa e tutt’e due le mani sono parallele al tavolo coperto da una tovaglia verde di cotone pesante, dove sono descritti con meticolosità gli strumenti di cucito.</p>
<p>L’artista non trascura nessun dettaglio e ci narra, con meticolosità quasi fiamminga, del costume dell’epoca, della moda, delle acconciature, e riporta i canoni e il gusto del tempo: i capelli sono lisci e composti in una scriminatura centrale che li divide in due bande laterali che scendono a raccogliersi concentrandosi in piccole crocchie sulla nuca poi fermate da nastri di <em>taffetas</em> di seta a quadri azzurri per l’ospite e di leggerissima mussola arancio nella donna che cuce.</p>
<p>Le due donne a sinistra indossano una cuffia prevalentemente, portata in ambiente domestico, qui elaborata con nastri di <em>taffetas</em> plissettato a sottolineare l’ovale del viso, perché risulti candido e composto, così come si vuole per la donna della nuova borghesia, la carnagione bianchissima a rivelare un discreto senso del pudore.</p>
<p>Questa composizione appare quale prezioso e delicato involucro di una realtà pervasa di commozione corale per gli avvenimenti che stavano cambiando la storia d’Italia. La data del dipinto, però, ci riporta alla delusione dei democratici italiani: l’opera è intrisa di poesia composta da illusioni, speranze perdute e sentimento di commosso affetto per le vittime coinvolte in quelle vicende drammatiche; è attraverso la narrazione del quotidiano che Borrani celebra l’assoluto connubio tra Arte e Storia, in una dimensione che, lontana dalla retorica, celebra la solennità del vero.</p>
<p><strong>Curiosità</strong></p>
<p>La moda come problema d’immagine è sempre stato nella storia, e negli anni  50 e 60 dell’ottocento costrinse la donna a indossare busti che stringevano il torace per rendere il punto vita quasi inesistente, al fine di mostrare una figura femminile esile e con un volto il cui  pallore era  esaltato dal trucco con polvere di riso.</p>
<p>Strette in busti listati con stecche di balena, le donne soffrivano spesso di svenimenti causati dalla morsa al torace che non permetteva loro di sollevare il diaframma per una completa ossigenazione.</p>
<p>Nelle sale da ballo, nei luoghi affollati, o in qualunque situazione in cui vi era la necessità di un maggior apporto di ossigeno, accadeva spesso che le signore perdessero i sensi… in realtà molto poco romanticamente!</p>
<p>Si ha testimonianza di un “incidente” incorso ad una giovane donna, che morì misteriosamente durante un ballo. La famiglia volle indagarne le cause: alcune stecche del busto spezzatesi le avevano trafitto i polmoni provocando una emorragia interna.</p>
<p>Altrettanto disagio era presente a tavola, dove le eleganti e raffinate dame più che mangiare assaggiavano il cibo: in realtà non avrebbero potuto ingerirne quantità maggiori.</p>
<p>Già all’età di otto &#8211; nove anni le bambine venivano sottoposte a autentiche torture dalle loro madri, affinché fosse “impostato” da subito il “vitino” voluto dalla moda: le povere creature venivano fatte sdraiare a terra, e la madre teneva un piede pressato sulla spina dorsale stringendo fino all’inverosimile i lacci del busto, limitando movimenti e impedendone altri, provocando danni alla respirazione, alla spina dorsale, agli organi interni e difficoltà ai fini della maternità; ma pur di seguire la moda le ragazze digiunavano e prendevano sostanze per dimagrire: la moda le accompagnava così all’anoressia, alla tisi, alla morte.</p>
<p>Nel 1851 l’americana Amelia Bloomer, sostenitrice dei diritti delle donne, fu la prima a pronunciare  un grido d’allarme contro la barbara costrizione che la moda imponeva con questo tipo di abbigliamento, e, anche se confortata dal giudizio di alcuni medici, fu derisa dalla società e accusata di sconvolgerne le basi. Le donne stesse, mal recependo questa denuncia che, se accolta, le avrebbe rese “più libere”, vissero la cosa come un attacco alle loro vanità.</p>
<p>E noi, ad oggi, come ci poniamo di fronte alle mode? Siamo veramente liberi di dire  di no alle assurdità che spesso ci vengono proposte-imposte dai mass media, dalle case di moda che ci impongono magliette cortissime e pantaloni molto al di sotto del giro vita  lasciando al freddo parti vitali del nostro fisico, scarpe slacciate che non ci sostengono nel passo provocando problemi alla spina dorsale e “profumi nuovi” di “grande stile” ma artificiali che spesso conducono a allergie e al tumore della pelle?</p>
<p style="text-align: right;">Dal nostro lettore<strong> Riccardo Taliani</strong></p>
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		<title>Guccini &#8211; Il Maestro della Porta Accanto</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jun 2010 07:27:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela Tuscano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Guccini compie 70 anni Non era né La locomotiva, né L&#8217;avvelenata. Il &#8220;mio&#8221; Francesco Guccini si ritrovava nella Canzone delle osterie di fuori porta e, ancor più, ne Il vecchio e il bambino e Il pensionato, sua ideale prosecuzione. Le osterie, al tempo in cui ascoltai il brano per la prima volta, non le avevo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Guccini compie 70 anni</em></strong></p>
<p>Non era né <noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://www.youtube.com/watch?v=VMvRjINvMc4&amp;feature=related" ><em><strong>La locomotiva</strong></em></a></noindex>, né <em><strong>L&#8217;avvelenata</strong></em>. Il &#8220;mio&#8221; <strong>Francesco Guccini</strong> si ritrovava nella <noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://www.youtube.com/watch?v=BWd47u3mKL8" ><em><strong>Canzone delle osterie di fuori porta</strong></em></a></noindex> e, ancor più, ne <noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://www.youtube.com/watch?v=e9UwLKDmzoI" ><em><strong>Il vecchio e il bambino</strong></em></a></noindex> e <noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://www.youtube.com/watch?v=WnT_95mRdyM" ><em><strong>Il pensionato</strong></em></a></noindex>, sua ideale prosecuzione.</p>
<p>Le osterie, al tempo in cui ascoltai il brano per la prima volta, non le avevo mai viste in vita mia, salvo qualche sparuta stamberga sul Ghisallo, e ne conservavo un&#8217;immagine alquanto fantasiosa, remota, libresca: da <em>Promessi Sposi</em>, insomma. Eppure le percepivo in qualche modo anche vicine, reali; forse perché le associavo ai colori autunnali, e per me autunno significava ottobre, quindi scuola.</p>
<p><span id="more-18114"></span></p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-18117 aligncenter" title="guccini" src="http://www.mentecritica.net/wp-content/uploads/2010/06/guccini.jpg" alt="" width="590" height="400" /></p>
<p>A quei tempi, settembre era ancora un mese vacanziero, ancorché mesto (il grosso dei gitanti era ormai rientrato), mentre ottobre no: ottobre si coniugava col marrone dei banchi scolastici, il caldo bigiognolo delle castagne e delle foglie secche, le piogge brumose, il vasto parco del collegio e&#8230; il mio compleanno.</p>
<p>Nessuna osteria, dunque, ma una certa trasversale familiarità permeava quei versi di Guccini.<br />
Anche perché, poi, lui raccontava d&#8217;un mondo scomparso, di qualcuno <em>&#8220;andato per età, perché già dottore, perché fa carriera, ed è una morte un po&#8217; peggiore&#8221;</em>.</p>
<p>La campagna di Guccini era pingue, lenta, settentrionale, variegata di salici e pioppi, ma non un vagheggiamento decadente. Era una storia d&#8217;amore che finiva, un abbandono, una violenza, davanti a un incombente mare di città e al degrado di rapporti e sentimenti. Quello stesso degrado aleggiava nel <em>Vecchio e il bambino</em>, dove le <em>&#8220;torri di fumo&#8221;</em> diventavano, ai miei occhi, quelle dell&#8217;acquedotto che si ergevano, misteriose e imprecisate, sopra l&#8217;antico campo volo, sempre al tramonto, sempre nel silenzio, quel silenzio attuffato e cinereo che seguiva la scia d&#8217;un&#8217;auto.</p>
<p>Ma poi, certo, per i miei quattordici anni, Guccini era la <em>Piccola storia ignobile</em>. Qualcuno l&#8217;ha utilizzata per realizzare un video riprodotto che documenta le lotte femministe per l&#8217;aborto legale. Io la lessi come un brano dolente, una conversazione, venato del cinismo dei vinti. La protagonista aveva in verità un&#8217;unica colpa, quella d&#8217;aver goduto del proprio corpo, di quei pochi scampoli di felicità, senza porsi troppe domande, senza pensare al futuro, semplicemente lasciandosi andare, anche abbastanza incautamente. Ma solo in apparenza. Una donna, o meglio, una ragazza slavata. Normale, <em>&#8220;neanche minorenne&#8221;</em>, precisa Francesco, che non potrà quindi contare sulla solidarietà &#8211; né sul pietismo, forma narcisistica e pelosa d&#8217;attenzione &#8211; degli amici, dei giornali. Una storia ignobile nel senso di poco interessante &#8211; non scandalistica, diremmo oggi. Una storia del silenzio su cui nessuno spenderebbe una rima <em>&#8220;per una canzone di successo&#8221;</em>. Ma il dolore di quella donna, quello era tutto intatto, tutto pesante, tutto reale, colmo, greve, e solo un artista sensibile come Guccini poteva coglierlo nella vetta più intima e impudica. Solo lui, il laureato con le mani da contadino, che armeggiavano la chitarra come una vanga e non si sapeva mai quale corda andassero a colpire, con quella voce buttata là, rabbuffata e senza grazia, e il peso, la fisicità di quel corpo enorme, sano ed eretto, prestato, chissà come, alla musica, errabondo <em>&#8220;tra la via Emilia e il West&#8221;</em>. Improbabili, alchemici percorsi.</p>
<p>Menestrello, talora, se il termine non suonasse un po&#8217; lezioso per quel marcantonio nato con la barba (e quale stupore per me, anni dopo, rivederlo in alcune foto giovanili col viso pulito!): mia nonna lo chiamava <em>&#8220;il negus&#8221;</em>. Francesco ha saputo cantare la felicità e le sue donne sono state anche beate, formose, intraprendenti, fuggitive e lunari, seducenti e spiritose. E nuove: in <em>Culodritto</em> è il padre che parla, che osserva e, nel contempo, si ritrae. E appella la figlia, all&#8217;epoca fanciulla, con un termine tipicamente emiliano per descrivere la ragazza altera, sicura di sé, d&#8217;una rudezza spartana e, pertanto, soave, ma senza sbavature o eccessi. Che assapora la natura, e la vita, come un pugno di terra ma, come tutte le donne, non la violenta né la possiede, si limita a viverla, quasi fosse eterna.</p>
<p>E&#8217; un&#8217;illusione, ma il padre non spegne quel tenue fiore, non ne ha diritto. Le lascia aspirare l&#8217;aria bianca, alle soglie d&#8217;un&#8217;altra epoca; ma lui ci aspetta ancora dietro l&#8217;uscio, sul far della sera, per offrirci un po&#8217; di vino.</p>
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		<title>Una Donna Normale</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jun 2010 07:47:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela Tuscano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il ricordo è nitido e fulminante. Anno 1973, su tutte le locandine svetta Malizia, con una procace ragazza su una scala a pioli, sorpresa nell&#8217;attimo in cui scopre un reggicalze nero e, più sotto o più oltre&#8230; Era lei, Laura Antonelli. E lui era Alessandro Momo: il giovanotto sedotto che avrebbe girato con la sensuale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il ricordo è nitido e fulminante. Anno 1973, su tutte le locandine svetta <em>Malizia</em>, con una procace ragazza su una scala a pioli, sorpresa nell&#8217;attimo in cui scopre un reggicalze nero e, più sotto o più oltre&#8230;<br />
Era lei, Laura Antonelli. E lui era Alessandro Momo: il giovanotto sedotto che avrebbe girato con la sensuale attrice istriana un altro film dal titolo ammiccante: <em>Peccato veniale</em>. Laura Antonelli era una bella pesca dagli occhi rinascimentali. Avrebbe fatto la gioia dei pittori pompieri di fine secolo.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-18088 aligncenter" title="antonelli" src="http://www.mentecritica.net/wp-content/uploads/2010/06/antonelli.jpg" alt="" width="590" height="408" /></p>
<p>Nulla di complicato e di decadente in lei. Era nata a Pola, ma restava così floreale, squisita, italiana fin nelle rotondità del seno generoso e florido. Succosa, la classica figlia-madre-amante. Anche di Alessandro Momo, suo partner nel film che la lanciò, ho un ricordo abbacinato: come la sua carriera.</p>
<p><span id="more-18085"></span></p>
<p>Un ragazzo dall&#8217;aria campagnola, scuro scuro, in piena tempesta ormonale, amava molto le motociclette, come il campione d&#8217;allora, Giacomo Agostini. Credo mi piacesse, anche se non ne sono così sicura. Si vociferava che Laura e Alessandro avessero una <em>love story</em>. Una storia di sentimento e di sesso adolescenziale, un <em>Porci con le ali</em> senza manifestazioni né picchetti. In fondo, più onesti. Io non feci in tempo ad assaporare nulla di quanto promettevano i loro corpi giovani e infiammati. Ero troppo giovane per entrare in quei luoghi scuri dai pesanti panneggi rossi, dove proiettavano un&#8217;indiscreta educazione sentimentale. Sensazioni d&#8217;aperta campagna, di parasole aperti, di sorrisi, di gioia di vivere. Un quadro classico, appunto. Ma quel quadro si deturpò presto dei colori neri della cronaca: Alessandro Momo si sarebbe schiantato di lì a poco con la sua moto. Non credo avesse i turbamenti di James Dean. Soltanto amava la velocità, come qualsiasi ragazzo sano, timido, spavaldo, impudente, gioioso.</p>
<p>Poi ci furono le complicazioni, i torbidi vapori di Visconti, esalazioni ambigue in interni del primo Novecento. Troppo, per me. Laura Antonelli svanì come modello di donna con la rapidità d&#8217;un cirro luminoso, troppo presto perché ne imparassi la devota tenerezza.<br />
E&#8217; riemersa una ventina d&#8217;anni fa. Deturpata dalla chirurgia estetica. Ormai fantasma di sé stessa. Poi implicata in una storia di cocaina. E adesso, riemersa dall&#8217;oblio grazie all&#8217;<noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto///it.movies.yahoo.com/blog/gossip/article/3017/lino-banfi-salvate-laura-antonelli.html" );"><strong>appello dell&#8217;amico Lino Banfi</strong></a></noindex>. Povera e sola, l&#8217;icona sexy che non ascolta altro che Radio Maria pensa di non aver più molto da vivere, ma di volerlo fare almeno dignitosamente.</p>
<p>Mi si obietterà che si tratta d&#8217;una parabola come tante altre. La diva caduta in disgrazia, una moderna Foscarina che non si rassegna alla fine e che vela gli specchi di casa. Ma Laura non è una Foscarina, e non è una Contessa di Castiglione. E&#8217; la palpabilità di allora, la bella pesca sulla tavola rinascimentale. E&#8217; la classicità italiana. Una certa scremata freschezza, simbolo d&#8217;un paese sessualmente balbettante, l&#8217;amore nella sua lallazione. Un rimpianto della gioventù, forse, ma non soltanto. E&#8217; un mondo di finestre aperte e di sguardi luminescenti, un futuro chiazzato di mare, che viene a oscurarsi nella triste vicenda di Laura Antonelli. Il suo sguardo nocciola era davvero disarmato, incapace di gestire quella bellezza sfuggitale di mano, sempre in attesa della mano forte, dell&#8217;uomo mai venuto, del figlio non nato. Laura Antonelli è una donna che ha perduto e che non ha molto da offrire.</p>
<p>Una persona normale, piovuta in una polvere di stelle. Una Frine suo malgrado. Restituitele il diritto all&#8217;errore e alla quotidianità.</p>
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		<title>Tram N. 8</title>
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		<pubDate>Sun, 09 May 2010 14:52:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Billie</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La mattina sale spesso una bambina, avrà 8 anni e una fisarmonica pesante sulle spalle. Fino a qualche mese fa girava con un uomo adulto, ma ora ha imparato il mestiere, può lavorare da sola. La bambina è svogliata, quando sale sul tram suona qualcosa, ma con poca convinzione. Però rispetta tempo e armonia e le sue mani sulla tastiera si muovono sicure.</p>
<p>Ha gli occhi neri piccoli, e quando finisce di suonare chiede il denaro con un bicchiere Coca Cola mezzo scolorito; qualcuno ci butta dentro una moneta, altri girano lo sguardo, c’è chi le sorride e chi la ignora. A quest’ora dovresti essere a scuola, le dice una signora indignata. Lei avanza lentamente, non si scompone mai. Non insiste, non indugia.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-17859 aligncenter" title="Tram" src="http://www.mentecritica.net/wp-content/uploads/2010/05/Tram.jpg" alt="" width="586" height="383" /></p>
<p><span id="more-17858"></span>Mi giro verso di lei e sento tutto il peso del suo sguardo. Intenso svogliato sfuggente. Potrò mai capire? Vorrei seguirla tutto il giorno, scoprire dove va quando finisce di lavorare, sapere se gioca, come gioca.<br />
Penso anche che abbia talento, ma che non lo butti via su quel tram.<br />
Mi chiedo per quanto tempo rimarrà bambina, quanto tempo è stata bambina.</p>
<p>Sul tram sale sempre dopo le 11, quando è già mezzo vuoto. Suona una mazurca, raccoglie le sue monete e si siede; il tempo che le rimane guarda fuori dal finestrino, con la fisarmonica abbandonata sul corpo, svogliata e vissuta quanto lei.</p>
<p>Le piace la vecchia locomotiva di viale Trastevere, ci passiamo davanti e la segue con lo sguardo.<br />
Scende sempre alla fine del viale, e si incammina lenta per la piazza di Santa Maria, con la fisarmonica a tracolla che sembra più grande di lei.</p>
<p>Una mattina se ne stava seduta assorta in qualche pensiero, la locomotiva era già passata, la fisarmonica sempre addosso. Qualcuno risponde a un cellulare, uno squillo metallico che riproduce Per Elisa. Passa qualche secondo e la bambina avvicina le mani alla tastiera, lo sguardo sempre altrove, e inizia a suonare Per Elisa.<br />
Adesso è un angelo.<br />
Poi arriva alla fermata, si alza e scende.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Al Festival di San Silvio Nuovo Trionfo di Maria De Filippi</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 08:25:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniela Tuscano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Malika Ayane vince il premio &#8220;Mia Martini&#8221;, la consolazione (si fa per dire) di tutti i trombati. Perché a lei, a Cristicchi e a Irene Grandi è stato preferito il trio Pupo-Filiberto-Canonici, e a nulla sono serviti gli spartiti volati sul palco, i fischi, le plateali contestazioni. Anzi, i destinatari se ne sono probabilmente gloriati. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Malika Ayane vince il premio &#8220;Mia Martini&#8221;, la consolazione (si fa per dire) di tutti i trombati. Perché a lei, a Cristicchi e a Irene Grandi è stato preferito il trio Pupo-Filiberto-Canonici, e a nulla sono serviti gli spartiti volati sul palco, i fischi, le plateali contestazioni. Anzi, i destinatari se ne sono probabilmente gloriati. Il loro secondo posto è stato ben più significativo d&#8217;una vittoria. Troppo spudorata quest&#8217;ultima, momento topico, ma anche logico, essersi invece piazzati dietro un vecchio camuffato da giovane. Nel frattempo, per quattro giorni consecutivi ci hanno martellati con gli annunci delle loro prossime apparizioni tv, grazie anche al decisivo appoggio di Marcello Lippi, perfetta incarnazione (plasticata) di un&#8217;Italia pizza-mandolino-patria-famiglia cara all&#8217;iconografia fascista riverniciata per l&#8217;occasione, e oggi ammannita dai calciatori-intellettuali da <em>Grande Fratello</em>, da Lele Mora (che si aggirava per il festival dichiarandosi <em>&#8220;fascista, anzi, mussoliniano&#8221;</em>) e Fabrizio Corona. Tutti &#8220;anime nere&#8221; (in ogni senso) del Festival, tutti ad aggirarsi vistosi e squillanti dietro le quinte.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://www.mentecritica.net/wp-content/uploads/5122005214859.jpg" alt="" width="450" height="300" /></p>
<p><span id="more-16646"></span>Un paio d&#8217;anni fa i Savoia chiesero allo Stato italiano <a href="http://www.mentecritica.net/caffe-amaro-del-21-11-07-le-colpe-dei-padri/meccanica-delle-cose/storia-e-memoria/grobo/2154/" >un risarcimento di 260 milioni di euro per i danni morali subìti in 54 anni di esilio</a>: 170 li esigeva Vittorio Emanuele, 90 proprio quel simpaticone di <a href="http://www.mentecritica.net/non-violentate-filiberto/informazione/cronache-italiane/lameduck/2298/" >Emanuele Filiberto</a>. Era l&#8217;epoca della fugace parentesi di Prodi in quasi un quindicennio di debordante potere berlusconiano, che volle fortemente il rientro degli esiliati in Italia (amore mio). Quanto ai proventi dell&#8217;eventuale vittoria processuale, sarebbero andati a una neonata &#8220;Fondazione Emanuele Filiberto di Savoia&#8221; che li avrebbe destinati <em>&#8220;in opere di beneficenza e di sostegno alle fasce sociali più disagiate&#8221;</em>. La benemerita famiglia ex reale, il cui augusto avo Vittorio Emanuele III appose fra l&#8217;altro, nel &#8217;38, la propria firma alle leggi razziali nazifasciste, rimase con un palmo di becco, ma in Italia (amore mio) nulla va mai perduto; e, volatilizzatosi Prodi, la monarchia catodico-berlusconiana ha forse trovato il modo di rifondare il Savoia coi soldi degl&#8217;ipnotizzati contribuenti, attraverso trasmissioni tv, ospitate e, adesso, la vittoria morale (?) al Festival.</p>
<p>I corifei della stampa asservita già suonano la grancassa, (stra)parlando di rivoluzione: è il Festival dei giovani, è il Festival delle donne (grazie all&#8217;impeccabile conduzione della grande &#8211; o immensa? &#8211; Antonella Clerici). Valerio Scanu, umanamente incolpevole protagonista vittorioso dell&#8217;ennesimo show del marito di Costanzo, anch&#8217;egli tornato a biascicare in Rai, presta il bel faccino androgino a un motivetto che più antiquato non si può. Nemmeno Gigi D&#8217;Alessio sarebbe stato incapace di tanto. Marco Mengoni, altro protagonista di <em>talent show</em> e unico dei finalisti a rappresentare una potenziale novità, canta bene (come del resto il pur acerbo Scanu), ha personalità e, se sarà capace (o gli permetteranno) di crescere, diventerà un nome di punta dello spettacolo italiano. Ma altri meritavano più di lui; ma il ragazzo ostenta spocchia; e poi, ancor prima che esploda, di sentirlo nominare la sottoscritta s&#8217;è già stancata, causa martellamento delle testate gay, commerciali ma non solo, che al brano non hanno dedicato una riga, ma già si mostrano ironiche e agguerrite nel denunciare l&#8217;ennesimo omosex &#8220;velato&#8221; appena definitosi <em>&#8220;non bisex né gay, ma con tanti amici &#8216;così&#8217;&#8221;</em>. Ormai, la caccia al vip omo sembra diventata un punto d&#8217;onore, e il disgraziato<em> deve</em> confessare assolutamente di esserlo, pena l&#8217;ostracismo, il disprezzo, l&#8217;accusa d&#8217;oltraggio alla bandiera (arcobaleno). Che canti bene o no, che abbia una storia artistica importante alle spalle o sia poco più d&#8217;un dilettante allo sbaraglio, conta poco o nulla: l&#8217;importante è rivelarsi. La bravura in tal caso, e il conseguente successo, verrà decretata automaticamente dai professionisti del <em>coming out</em>.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-16649 aligncenter" title="ANTONELLA CLERICI" src="http://www.mentecritica.net/wp-content/uploads/2010/02/clerici.jpg" alt="" width="482" height="300" /></p>
<p>Nell&#8217;Italia degli Svastichella e dei <a href="http://www.mentecritica.net/anatema-contro-i-gay-la-posta-in-gioco/meccanica-delle-cose/vere-donne/daniela-tuscano/16514/" >cardinali Caffarra</a> la tv propina in quantità esponenziali personaggi diafani, carucci, vocibianche, caricaturali, che non sposteranno di un millimetro la sensibilità dei nostri connazionali sulle autentiche esigenze della popolazione <noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://it.wikipedia.org/wiki/LGBT" >LGBT</a></noindex>, ma ingrosseranno truppe di carne fresca e impomatata per prossimi reality e chiacchiere da web.<br />
Roba nuova, questa? Rivoluzionaria? Roba terribilmente vecchia, invece. Rancida.<br />
L&#8217;Italia degli Svastichella è pure l&#8217;Italia delle<em> escort</em>, l&#8217;<a href="http://www.mentecritica.net/patrizia-daddario-ad-annozero-per-salvare-litalia-non-basta-una-zoccola/cuore-di-tenebra/comandante-nebbia/14608/" >insopportabile eufemismo anglista</a> del provinciale che, incapace di usare correttamente la propria lingua, emette borborigmi maccheronici per sentirsi all&#8217;ultima moda, e più fine. Il modo in cui le donne, anzi le femmine, anzi le loro parti anatomiche, vengono trattate e usate nella telecrazia berlusconiana non ha bisogno d&#8217;esser ricordato qui. Eppure i consueti famigli osanneranno l&#8217;avvento della donna sola al comando, la tagliatella di nonna Pina con la sua ineffabile semplicità. Evviva, la destra del fare ci ha consegnato, per la prima volta nella Storia, i seni serpottiani al posto dei grigi pippibaudi della &#8220;sinistra&#8221; altezzosa e chiacchierona. Ecco la miglior risposta a chi l&#8217;accusa di svilire le donne.</p>
<p>In un lontano programma di Canale 5, non casualmente intitolato <em>Viva le donne</em>, il regista Beppe Recchia così replicò a chi lo accusava di antifemminismo:<em> &#8220;Non è vero, le donne sono le protagoniste&#8221;</em>. E aveva ragione, anche in <em>Drive In</em> le donne erano in qualche modo protagoniste, anche in <em>Colpo grosso</em>, anche nei più recenti <em>La pupa e il secchione</em>, e, naturalmente, nei film pecorecci degli anni &#8217;70 che talora ci càpita persino di rimpiangere.<br />
Protagoniste, ecco la formula magica. Apparire. Nel vangelo televisivo l&#8217;importante è star lì; non esserci, ma piuttosto sembrare, mostrarsi; come, e in che modo, non è questione che riguardi. Il solo formularla è da anime belle; quindi, da stupidi.</p>
<p>Nell&#8217;immaginario maschile, saldamente al potere e adesso ripropostosi nella variante più brutale e antistorica del machismo, la donna è fata o puttana, angelo o diavolo; ed ecco dunque la finta casalinga Clerici a controbilanciare le Noemi e le D&#8217;Addario &#8211; per inciso, abbiamo rischiato di ritrovare pure lei, al Festival. Ecco la mamma buona, dal seno così straripante da risultare del tutto asessuato &#8211; le brave mogli e sorelle sono sempre, per la cultura sessista, asessuate, anzi, vergini &#8211; quella che ogni sera aspetta paziente e premurosa il padrone di casa, e chiude un benevolo occhio sulle scappatelle di quest&#8217;ultimo, perché dalle grandi mamme si torna sempre, ma sono terribilmente noiose e gli uomini, si sa, hanno le loro sacrosante esigenze. Ecco la donna &#8220;protagonista&#8221; oggi esposta dai mezzi di comunicazione di massa: e fra parentesi, tante lavoratrici, studentesse, artiste, insegnanti, politiche, tanto numerose quanto oscurate, perché problematiche e aliene nel mondo semplificato del grande occhio televisivo.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://www.mentecritica.net/wp-content/uploads/tenco02jt2.jpg" alt="" width="497" height="698" /></p>
<p>Nei remoti anni in cui gli artisti facevano solo gli artisti, l&#8217;arte era una cosa seria, vera, sudata e faticosa; e <em>politica</em>, nel senso più ampio nobile del termine. Per quanto concerne la musica, non erano davvero solo canzonette. Ma ora che sponsorizzano il potentato del momento, tutti i velleitari <a href="http://www.mentecritica.net/perche-sanremo-non-e-solo-sanremo/meccanica-delle-cose/consumo-criticamente/ataru/12332/" >sono famosi per 15 minuti</a>, nel modo più brutale e pericoloso. Arte sì, ma d&#8217;arrangiarsi, di cercare scorciatoie, di salire presto per bruciarsi subito dopo, nell&#8217;inceneritore del consumismo che tutto inghiotte come un moderno Leviatano. Arte, anche questa, molto italiana, o meglio arcitaliana. Rivoluzionaria? Macché, qui siamo al ritorno dei Borboni, tanto per restare in tema regale.<br />
E così, dopo lo Stato di diritto, la legalità, il lavoro, ci sono state rubate anche le canzoni. Il tempo libero. Noi stessi. Applausi, fra poco riprende l&#8217;<em>Isola dei Famosi</em>.</p>
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		<title>Il NeoNeorealismo</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Feb 2010 08:31:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Comandante Nebbia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Schermo dei Sogni]]></category>
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		<description><![CDATA[Anni fa, a raccontare la società italiana nelle sue meschinità, ma anche nella grandezza d&#8217;animo dei singoli è stato il cinema. Prima il neorealismo con le indimenticabili scene di &#8220;Ladri di Biciclette&#8221; , &#8220;Bellissima&#8221;, &#8220;Il Ferroviere&#8221; e tanti altri titoli. Poi la commedia all&#8217;italiana. &#8220;I soliti ignoti&#8221;, &#8220;Una vita difficile&#8221; e &#8220;Divorzio all&#8217;italiana&#8221;, solo per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Anni fa, a raccontare la società italiana nelle sue meschinità, ma anche nella grandezza d&#8217;animo dei singoli è stato il cinema. Prima il neorealismo con le indimenticabili scene di &#8220;Ladri di Biciclette&#8221; , &#8220;Bellissima&#8221;, &#8220;Il Ferroviere&#8221; e tanti altri titoli. Poi <a href="http://www.mentecritica.net/cinque-anni-fa-moriva-luomo-sordi-lattore-invece-me-lo-porto-ancora-dentro/media-mente-critica/schermo-dei-sogni/mc/3132/" >la commedia all&#8217;italiana</a>. &#8220;I soliti ignoti&#8221;, &#8220;Una vita difficile&#8221; e &#8220;Divorzio all&#8217;italiana&#8221;, solo per fare qualche esempio, hanno disegnato un quadro vivido ed indimenticabile degli italiani del dopoguerra e del boom economico. Tanto di cappello, ancora oggi, a chi fu capace di tanto. Poi il cinema italiano è diventato quello che è. A parte i<a href="http://www.mentecritica.net/il-divo-la-fisionomia-del-potere/media-mente-critica/schermo-dei-sogni/johnpaul/4194/"  target="_blank">nevitabili e lodevoli eccezioni</a>, ci si è ridotti a parlare di Moccia e Muccino come fenomeni culturali. Amen.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-16580 aligncenter" title="una-vita-difficile" src="http://www.mentecritica.net/wp-content/uploads/2010/02/una-vita-difficile.jpg" alt="" width="590" height="400" /></p>
<p><span id="more-16577"></span>Silenziosamente, ma efficientemente, il compito di registrare nella memoria collettiva ciò che oggi siamo e di tramandarlo alla posterità è passato alle intercettazioni ed alle notiziole di spalla dei giornali.</p>
<p>Un dialogo come <a href="http://www.mentecritica.net/meglio-rapinatore/cuore-di-tenebra/dellefragilicose/16567/" >il colloquio tra Rossetti e Stefano che cerca i preservativi usati da Bertolaso</a> (senza nemmeno trovarli, poi) è un pezzo d&#8217;arte antico e modernissimo degno dei più grandi maestri del neorealismo e della commedia all&#8217;italiana uniti insieme per fissare gli anni 10 del nostro paese e conservarne la memoria non più sulla pellicola, ma sulla traccia ferrosa del nastro del magnetofono.</p>
<p>Cosa dire poi di quel trionfo di ipocrisia perbenista descritto dalla notizia di quel tizio mandato via dalla televisione perché<noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://www.corriere.it/animali/10_febbraio_15/prova-cuoco-ricetta-gatti-sospeso-bigazzi_3d43cc14-1a49-11df-8cad-00144f02aabe.shtml" > ha detto di aver mangiato carne di gatto</a></noindex>? Mangiato gatti, attenzione, non torturati, scuoiati vivi o accecati con ferri roventi. Mangiati. Mangiati come tutti noi mangiamo vitelli, manzi, capretti, agnellini, oche, coniglietti, il mai troppo lodato maiale, tacchini, lumache, marzaiole, beccacce, pecore, polli, polpi,  pesci di ogni genere.</p>
<p>Qualche tempo fa, <noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://www.doxaliber.it" >un caro amico</a></noindex> mi ha segnalato il fatto che c&#8217;è un consistente movimento di opinione che vorrebbe ottenere il divieto, per legge, <noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://www.cacciapassione.com/notizie/701-niente-carne-di-cavallo-sulle-tavole-italiane.html" >del consumo di carne equina equiparando i cavalli a cani e gatti</a></noindex>.</p>
<p>Una brutta notizia non solo per i buongustai pugliesi e per gli anemici, ma anche per i proprietari di cani e gatti stessi, visto che la carne di cavallo è una componente fondamentale dei bocconcini o dei biscottini che gli amorosi padroncini comminano ai loro animaletti, magari dopo essersi strafogati una bella costata di porco. Gente che, forse, non crede nell&#8217;anima perché agnostica, ma poi crede in quel <em>quid</em> che rende diverso un cane da un porco facendo del primo un animale d&#8217;affezione, un amichetto, e del secondo un paio di quintali di sanguinolenti proteine.</p>
<p>Peccato che simili opere di rappresentazione sociale non abbiano il riconoscimento che meritano. Il Festival di Taormina e quello di Venezia dovrebbero iniziare a prevedere delle sezioni per le intercettazioni, mentre il premio Campiello e quello Strega dovrebbero prendere in considerazione queste minuscole notizie che, dopo poco, scompaiono nell&#8217;oblio senza un meritato riconoscimento.</p>
<p>Intercettazioni e notiziole sono l&#8217;arte spontanea del nostro tempo. Sincere e potenti come il realismo, dirompenti e provocatorie come il futurismo.</p>
<p>Ognuno ha ciò che merita. Né più, Né meno.</p>
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		<title>L&#8217;Era di Sarah</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Dec 2009 06:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Comandante Nebbia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cuore di Tenebra]]></category>
		<category><![CDATA[latest]]></category>
		<category><![CDATA[Media Mente Critica]]></category>

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		<description><![CDATA[Durante la mia lettura mattutina dei quotidiani on line, attratto da un occhiello piacevolmente adornato, apprendo che ieri sera, al grande fratello, è iniziata l&#8217;era di Sarah Nile. Sì, è vero, l&#8217;articolo parla anche di una certa &#8220;Dominique La Rosa, 25 anni bolzanina, ragazza energica e grintosa che si definisce «avventurosa» e loquace, ma anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Durante la mia lettura mattutina dei quotidiani on line, attratto da un occhiello piacevolmente adornato, apprendo che ieri sera, al grande fratello, <noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://www.corriere.it/spettacoli/speciali/2009/grande-fratello-10/notizie/nuove-entrate_0dddbef0-e351-11de-b4bf-00144f02aabc.shtml" >è iniziata l&#8217;era di Sarah Nile</a></noindex>.<br />
Sì, è vero, l&#8217;articolo parla anche di una certa &#8220;Dominique La Rosa, 25 anni bolzanina, ragazza energica e grintosa che si definisce «avventurosa» e loquace, ma anche disordinata e sbadata&#8221;, ma chi se ne fotte? Sarah non ha bisogno di far mostra di carattere perché lei è una &#8220;coniglietta apparsa sul primo numero di Playboy Italia&#8221;. Sì, forse avrà anche un carattere, ma <em>who cares</em>?</p>
<p><span id="more-15605"></span></p>
<p><noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://www.vip.it/wp-content/uploads/2009/03/sarah-nile-10.jpg" ></a></noindex></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.mentecritica.net/wp-content/uploads/2009/12/sarah-nile-10.jpg" ><img class="alignnone size-full wp-image-15607" title="sarah-nile-10" src="http://www.mentecritica.net/wp-content/uploads/2009/12/sarah-nile-10.jpg" alt="sarah-nile-10" width="500" height="752" /></a></p>
<p>Apperò, <noindex><a target="_blank" rel="nofollow" href="http://www.mentecritica.net/goto/http://images.google.it/images?q=Sarah%20Nile&amp;oe=utf-8&amp;rls=org.mozilla:it:official&amp;client=firefox-a&amp;um=1&amp;ie=UTF-8&amp;sa=N&amp;hl=it&amp;tab=wi" >guardando il curriculum di questa ragazza</a></noindex>, è facile pronosticare una rapida e luminosa carriera.<br />
Ma sì, perché fare i moralisti? E&#8217; sempre andata così e continuerà ad andare così per sempre. Perché ci dovremmo aspettare che al grande fratello ci presentino una ragazza studiosa, lavoratrice, molto timida, magari anche un po&#8217; bruttina? Oppure una specie di orso con gli occhiali, con i peli sul petto e sulla schiena? In fondo, è quello che ci tocca vedere tutti i giorni guardandoci allo specchio o andando in ufficio. In televisione si fa spettacolo, lo spettacolo è stupore, novità, meraviglia, e Sarah Nile, diciamoci la verità, è più vicina alla meraviglia dell&#8217;orso con gli occhiali di cui sopra.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.mentecritica.net/wp-content/uploads/2009/12/sarah-nile.jpg" ><img class="size-full wp-image-15606 aligncenter" title="sarah-nile" src="http://www.mentecritica.net/wp-content/uploads/2009/12/sarah-nile.jpg" alt="sarah-nile" width="500" height="500" /></a></p>
<p>Se proprio vogliamo cercare il pelo nell&#8217;uovo, il problema è che l&#8217;eccezionale, il meraviglioso, lo stupefacente, almeno dal punto di vista dell&#8217;apparenza, si sono trasformati in un modello e chi non ci si avvicina a sufficienza si sente inadeguato.<br />
La comunicazione di oggi viene fatta essenzialmente per immagini. Sono immediate, semplici da realizzare e da trasmettere e non serve saper leggere per fruirne. Il valore si conduce attraverso l&#8217;aspetto delle cose più che attraverso la sostanza la cui consistenza non si può digitalizzare e inviare lungo un canale, qualsiasi sia la sua ampiezza di banda.<br />
E&#8217; inevitabile che, su un collettore che veicola forme e sembianze, lo spirito e il concetto abbiano difficoltà a passare.</p>
<p>Ora c&#8217;è da chiedersi se sia vero che una bella mente sia meglio di una bella pupa, che l&#8217;essenza valga più dell&#8217;apparenza. Certo, le più fortunate possono vantare una bella mente in una bella pupa (o in un bel pupo, <em>it doesn&#8217;t matter</em>), ma non è sempre così.<br />
Io mi sono sempre raccontato che sì, essere è meglio che sembrare, ma ora non ne sono più tanto sicuro.<br />
Ciò che si pensa, quello che si sente, è difficile da sintetizzare e trasmettere. Se non si è fortunati, si corre il rischio di trascorrere la vita in una cupa solitudine intellettuale. Forse è meglio disporre di un sistema di comunicazione immediato come un bel viso, una voce calda ed un corpo eccezionale.<br />
In questo caso, il messaggio è istantaneo, non necessita mediazione e chi lo riceve non deve fare sforzi per capirlo.<br />
Io credo che sia tempo di aggiornarsi e di incominciare a pensare che nell&#8217;era di Sarah, la bellezza sia un valore e non un accessorio e chi non si adegua si assume tutti i rischi connessi.</p>
<p>Per me, comunque, è troppo tardi.</p>
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