Leggere

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Io mento è il paradosso linguistico più breve che esista. Lo so bene perché all’esame di logica il mio professore non gradì la mia arguta obiezione che rivendicava la maggiore brevità di io naso. Esistono proposizioni che nascondono insidiosi trabocchetti, non solo logici, ma anche filosofici e spesso grammaticali. Per esempio io sono libero è una frase capace di smuovere le fondamenta stesse dell’esistenza, a meno che i vostri genitori non vi abbiano battezzato con l’aggettivo in questione.

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Infocrazia

Quando ho iniziato, qualche anno fa, ero in assoluta buona fede. Mi ero impresso in mente, delicatamente ma con un certo piglio decisorio, le parole che Nabokov ha scritto nel romanzo “L’occhio”: “Ho capito che l’unica felicità a questo mondo sta nell’osservare, spiare, sorvegliare, esaminare se stessi e gli altri, nel non essere che un grande occhio fisso, un po’ vitreo, leggermente iniettato di sangue”. Pensavo fosse così. Con una precisazione: il mio occhio non è fisso; è dinamico, al plasma, iniettato di bit, di pixel, di font, di tipografia. E’ il portato dei tempi: l’occhio di Nabokov è anteguerra, del 1930. Il mio è calato nell’era digitale. Più che un occhio – cornea, retine, iride, cristallino, etc – è una telecamera, un registratore mobile, un browser biologico liquido, scorrevole ed implacabile.

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Spesso la malapolitica ho incontrato:
era il finanziamento ai partiti che raddoppia,
era l’assegnazione segretariale della greppia
arida, era il capolista dell’UDC al senato.

 

Bene altresì non vidi fuori dal palazzo
che scatena la popolare insofferenza:
era il concorsista alla ricerca
dell’appoggio, e la superbia, e l’evasore tollerato.


Liberamente ispirata a Spesso il male di vivere ho incontrato.

Non chiederci la scelta che salvi il nostro Stato
moribondo, né il voto utile,
o chi abbia più a cuore
il futuro di tuo figlio appena nato.

Ah l’uomo a cui di tutto han raccontato,
che non vede e non sente,
e non ricorda niente, che esulta e fa gran
tifo di sopra a un muro scalcinato!

Non domandarci la lista che gli occhi domani possa aprirti
sul futuro di cui tutti più bisogno abbiamo.
Codesto solo oggi possiamo dirti:
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Liberamente ispirata a Non chiederci la parola

Constatare a poco più di due anni di distanza che, se non fosse stato per la brillante idea avuta da qualcuno di ripresentarsi alle elezioni ancora una volta con un nome nuovo, sfruttando per l’occasione la sofisticata tecnica detta del riscaldamento della minestra all’americana, avrei potuto scrivere ieri quanto segue, e che invece è conservato sul mio computer in un file che riporta la data del 22/02/2006, è, come al solito, disarmante.
L’ultima campagna elettorale. Dedicata a quelli, beati loro, che l’avessero già dimenticata; e a quelli che invece in questi giorni la rivivono.

Taci. Tanto
se parli non odo
parole che siano
umane; ma odo
soltanto grugniti
o suoni simili a versi
di cane.
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A volte capita che alcuni libri (o fumetti, in questo caso) non vengano più ripubblicati e che si riescano a trovare solamente in qualche mercatino dell’usato. Un gran peccato, in realtà, perché di fronte alla miriade di libri inutili che vengono dati alle stampe ultimamente (Moccia docet), si potrebbe recuperare alcune perle del passato prossimo.

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Marzo (2008)

Gemmeo il piano, così argentin le voci,
che tu avverti la fiducia in cuore,
e del futuro non di gioie avaro
già senti l’odore…

Ma vecchio è il quadro, e le adunche mani
di nere trame segno son foriero,
e vuoto è il nuovo, e cavo a chi è pensante
il cavaliero.

Silenzio, intorno: voci, solo sventate,
odi ogni sera dai telesalotti:
è un trito adescar di foglie fragili. E’ la campagna,
elettorale, dei morti.

Liberamente ispirato a novembre

Chiedo, il più umilmente possibile, scusa a J.L.B. Forse il modo migliore di mostrare il mio pentimento e la coscienza della pochezza di quanto scritto, sarebbe stato non pubblicarlo affatto e anzi distruggerlo, ma, da inane ed eterogeneo emulo degli sforzi del Menard, ho trovato difficile separarmi da questo stralcio faticosamente richiamato da uno degli scaffali della biblioteca di Babele, dove tra l’altro avrebbe continuato in ogni caso ad esistere; ed ho inoltre, dopo lunghe riflessioni, convenuto con me stesso che quanto segue è, comunque, solo il mediocre frutto di un’ispirazione di molto più nobile e ammirevole provenienza, frutto di cui io non ho colpa, se non forse quella di averlo sognato, troppo frettolosamente, e senza alcun metodo, in una sola notte.

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Selected by dM for MCStorie da vendere
finché ne vuoi
intere pagine
riempirei
Ho libero accesso
ho la più ampia facoltà
di scrivermi addosso
vere o presunte verità
assorbo di tutto
raccolgo quei sentimenti e poi…

Vi siete mai fermati a guardare i vostri vicini di casa? Le persone con cui lavorate? I negozianti che vi vendono pane e pasta?
Io sì, è un esercizio che dice molte cose, e vi riporta con i piedi per terra.
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Premessa: è cosa buona e giusta leggere questo post prima di recarvi sugli altipiani di Arcinazzo a fare il picnic di pasquetta con palloni calciati, bambini manati, agnelli sacrificati alla diavolina e presto tira su tutto che piove. Ne trarrete sicuramente giovamento e un’espressione consapevole vi farà compagnia sulla sediola pieghevole che già non vi sopportava più la Pasqua scorsa, figuriamoci ora che vi si è rotto l’ABKing Pro.

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Forse un giorno ci sarà uno strumento. Una specie di GPS. Per il momento bisogna farne a meno. Qualche aiuto può venire dal guardarsi indietro valutando il percorso fatto e imparando dagli errori del passato. Ma quando nemmeno questo è utile, allora per tracciare la rotta si deve fare da sé.

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l voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.

 

Art. 48 comma 2 della Costituzione della Repubblica Italiana.

C’è sempre un misto di trepidazione, concitazione ed esitazione nel giorno delle elezioni. O meglio, nel giorno prima delle elezioni, quello del doveroso e tassativo silenzio. Per riflettere sopra le proposte, dice la legge. Il dott. Meroni è uno di quelli che, a urne semi-aperte, si chiude in casa e si lascia avvolgere dall’abbraccio asfissiante dei maître à penser e della loro carta stampata.

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I.

Può capitare. Tre persone (due uomini e una donna) seduti al tavolino di uno Starbucks con davanti i loro bei bicchieroni di iced coffee, come ogni altro avventore lì intorno.
Ma non è proprio così. Perché, anche se nessuno ci fa caso, qualcosa di speciale sta accadendo tra di loro.

L’uomo, diciamo quello un po’ più maturo, apre un libro davanti a sé e legge qualcosa. Ma non la tira lunga, solo poche frasi. Poi l’altro uomo, quello più giovane, si rivolge alla ragazza e, guardandola negli occhi, pronuncia quella che sembra essere una dichiarazione d’intenti o una promessa. Lo stesso fa lei, ma con parole diverse.
Subito dopo lui tira fuori dalla tasca una scatolina di raso, l’apre, prende un anello e lo infila al dito della ragazza. Lei fa lo stesso con l’altro anello.
Saranno passati 15 minuti da quando sono entrati nella cafeteria. Nel momento in cui escono, lui e lei sono marito e moglie. Legalmente e a tutti gli effetti.

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(prima parte)

5 - Chiediti - come siamo potuti arrivare fino a questo? Mentre poveri cristi si scannano senza motivo tra di loro, immersi nella spazzatura fino al collo, costretti allo slalom tra scarti di vite perdute, dilaniati dal cancro, vittime di un aumento impressionante di malattie tumorali causati dalle varie terre dei fuochi che bruciano alla maniera delle fiamme infernali dantesche, incessantemente e senza soluzione di continuità, le autorità rimangono inermi, si invischiano in reti normative inutilmente intricate, si perdono irrimediabilmente nell’opacità del sistema di controllo del ciclo dei rifiuti.

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Esponete la spazzatura, fatela conoscere. Lasciate che la gente la veda e la rispetti. Non nascondete le vostre strutture. Create un’architettura fatta di immondizia. Progettate fantastiche costruzioni per riciclare i rifiuti e invitate la gente a raccogliere la propria spazzatura e a portarla alle presse e ai convogliatori. Così imparerà a conoscere la propria spazzatura.

Don DeLillo

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