Una Diciottenne: “Votare? No Grazie!”
19 marzo, 2010 di Gilda
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Io non voto. Avrei tanto voluto farlo, anche perché aspettavo questa possibilità da diciotto anni, ma evidentemente sono stati bravi a rendermi impossibile farlo. Sono stati molto bravi in questo frangente, perché la voglia di far valere questo mio diritto era molto forte… ma adesso è diventato più forte il disgusto. In realtà non so se si può parlare propriamente di disgusto: se lo fosse davvero, probabilmente il mio voto andrebbe a qualcuno. Si tratta più di indifferenza, delusione, stanchezza.
E’ triste che questa stanchezza arrivi così presto, prima ancora di aver ottenuto il mio diritto di cittadina. Vi chiederete dove andremo a finire, se a questa giovane età le persone si sono già stufate, già disilluse, già rammaricate. Forse qualcuno mi appellerà come una di quelle tante persone a cui non gliene frega niente, che non vogliono scegliere. La mia, invece, è proprio una scelta: la scelta di non scegliere.
Io, sinceramente, tra i politici di adesso non vedo distinzioni concrete. Che li apprezzi o che li disprezzi, non ha importanza alcuna (o almeno non per il voto): per me, semplicemente, non fa differenza. Qualcuno si è arrabbiato di fronte alla mia scelta. “E’ un tuo dovere votare! Se non voti, poi, non hai diritto di lamentarti!”, “Pensa che ci sono valanghe di italiani che fanno come te; ed è per colpa loro se adesso siamo in questa situazione!”, oppure ancora, la migliore di tutte: “Ma perché devi far vincere Berlusconi o chi per lui?”

Ora, premesso che votare è un diritto e non un dovere e che nessuno ha diritto a dirmi cosa devo o non devo fare; chi l’ha detto che se io non voto poi non mi posso lamentare? Se io non voto, anzi, ho doppiamente diritto a far sentire il mio dissenso. Un dissenso verso una classe politica che non mi soddisfa e non mi rappresenta, fino a farmi arrivare al punto di rinunciare al mio diritto primario di cittadina. Il mio non è un non-voto, ma è proprio un voto per il nulla… altrimenti non mi prenderei nemmeno la briga di presentarmi ai seggi elettorali. In realtà penso che si dovrebbe dare maggiore importanza alle schede bianche e nulle, sono e saranno sempre sottovalutate.
In secondo luogo, se adesso siamo in questa situazione certo non è per colpa dei non-votanti. E’ colpa dei politici in primis, visto che sono loro che amministrano lo Stato. Sono loro che fanno le leggi, che decidono come organizzare la distribuzione del denaro, che si litigano il Parlamento e il Senato. E sono sempre loro che si prendono (o meglio: che dovrebbero prendersi) le responsabilità, ma che invece sempre più spesso si prendono il denaro e basta. Che colpa avrei io? La colpa di non dare la fiducia ai maggiori ladri dello Stato? Grazie, se questa è la mia colpa me la prendo molto volentieri, e ci metto anche una controfirma. Poi, sinceramente, se si deve proprio dare la colpa a qualcuno che non sia un politico, si desse a chi invece a votare ci va, visto che sono loro che decidono per le sorti del nostro paese. E’ vero o no? I politici vengono eletti dai votanti, non da chi imbratta la schedina per esprimere il suo dissenso. Semmai loro sono quelli che sempre infliggono il male minore.

E con Berlusconi, come la mettiamo? Dovrei votare la sinistra per non avere Berlusconi? E in base a quale criterio? Perché la sinistra è migliore? E chi l’ha detto? Veltroni, Prodi, Di Pietro… e grazie graziella e grazie al ca***! Anche Berlusconi si ritiene migliore, ma questo non basta a rendere reale la sua opinione. Poi la gente dà per scontato che uno debba votare a sinistra, ma perché? Perché la sinistra ha sempre fatto la parte dei “buoni”, di quelli corretti e non corrotti, di quelli gentili ed educati. Ma fare la parte di qualcuno non significa esserlo realmente. Sono tutti corrotti, sono tutti egoisti, sono tutti umani… o forse più precisamente italiani. Tutti a lamentarci della corruzione e delle raccomandazioni… e poi siamo i primi a mettere una buona parola per i nostri amici, parenti, anche solo conoscenti. Siamo i primi a farci corrompere da un ideale e da un partito, che ci rivolgono promesse mai mantenute, che sperano di illuminarci o strumentalizzarci. Sì, strumentalizzarci, e la sinistra è la prima a fare ciò, con la sua persistenza ad andare “contro” a prescindere, nemmeno fosse un adolescente alle prime armi. Che tristezza che mi fa… banalizzare così la politica, distruggerla fino a farla diventare una negazione e basta: “tutto tranne Berlusconi!”. Non ce l’hanno una loro idea, una loro unione, un’alternativa. Vanno semplicemente contro, e basta. Ma come sperano di vincere? Per avere il mio voto mi devono come minimo dare un’alternativa, non solo un’opposizione a qualcuno. Non mi basta che sono contro, voglio di più. Esigo di più.
Abbiamo una sinistra che non è sinistra, una destra che non è destra, una maggioranza che non vuole nessuno e una minoranza che vogliono tutti: il paese dei contro-sensi.
Vedo tanti ragazzi della mia età, poi, fermi su un ideale comunista. Un ideale sorpassato, direi. Non tanto per il fatto che non funziona, ma più perché è un ideale ereditato: votano a sinistra perché lo fanno i genitori, perchè sono stati educati così. Votano a sinistra perché nel loro ambiente lo fanno tutti, e se facessero altrimenti diventerebbero la pecora nera, quelli sempre incompresi, insultati, annientati. Votano a sinistra, per partito preso, puntando al conservatorismo di un ideale che non hanno mai nemmeno conosciuto. Come se votare a destra significasse distruggere una democrazia, essere anti-costituzionali. Solo perché è destra, e perché la destra è legata al fascismo, e il fascismo fa venire in mente le camicie nere e gli stermini razzisti e i grandi dittatori.

Ma io inviterei quelli che definiscono “fascista” Berlusconi a farsi solo qualche giorno degli anni ’20, che io non ho mai vissuto ma che avendoli studiati non mi verrebbe mai di fare paragoni con Berlusconi. Perché ti può stare antipatico, lo puoi ritenere un pessimo politico, un ladro, uno stronzo, un egoista… ma non puoi fare il paragone con il fascismo, nemmeno alla lontana. Non puoi paragonare le leggiucce che si fa per i suoi comodi alle leggi razziali che il fascismo ha portato con sé, non puoi paragonare la sua brama di potere, la sua convinzione di “essere Dio” al regime totalitario dei primi del novecento. Io un paragone del genere non lo sopporto, non posso nemmeno concepirlo. Forse studiare un po’ di storia e far lavorare un po’ il cervello aiuterebbe a non fare un errore madornale come questo.
Poi, quelli che votano a sinistra, sono quelli che ad Annozero si lamentano perché, poverini, i cittadini dell’Aquila “hanno le case tutte uguali, con i balconi tutti uguali, le pentole tutte uguali”. Ma almeno hanno una casa, no? Se preferiscono, possono anche andare in tenda, almeno ognuno se ne fa una diversa, personalizzata. Roba che gli sfollati dell’Irpinia, dopo vent’anni, ancora non ce l’hanno una casa. E allora, è anche vero che adesso si deve pensare al centro storico, alla ricostruzione. Si deve organizzare una commissione che decida come muoversi e non si sta facendo, ridare un’anima alla città. Ma da qui a dire che non si è fatto niente, o a lamentarsi per le case tutte uguali… è ridicolo, davvero ridicolo. Se è questa la sinistra italiana, grazie tante ma io il mio voto me lo tengo per me.
Io non voto, questo turno passo, e non so se e per chi voterò alle prossime elezioni. A queste faccio decidere a chi si sente in grado di scegliere, a chi vede una differenza, a chi è illuminato da una rivelazione. Siccome a me l’una o l’altra non cambia, sceglierà il resto degli italiani:
il mio voto è troppo prezioso per gettarlo via così.
Lo Spettro dell’Articolo 18
16 marzo, 2010 di Comandante Nebbia
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E’ notizia di ieri che il Presidente della Repubblica, insieme al “nucleo di valutazione” che lo assiste, starebbe seriamente pensando di rimandare alle camere il ddl 1167-b, approvato in via definitiva e in attesa della firma del capo dello stato per la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.
[...]questa legge, che il Capo dello Stato ha già visionato sommariamente, suscita in lui forti perplessità. La sta esaminando insieme al “nucleo di valutazione” del Colle, formato da Salvatore Sechi, Donato Marra e Loris D’Ambrosio. Non ha ancora preso una decisione definitiva. Ma, allo stato attuale, sembra intenzionato a non firmare la legge. E a rinviarla al Parlamento con messaggio motivato, per una nuova deliberazione. Secondo i poteri che gli assegna l’articolo 74 della Costituzione e che può attivare anche per provvedimenti non necessariamente inficiati da “vizi palesi” di legittimità costituzionale.[...](1)
L’argomento, almeno per questo sito, è vecchio. Lo abbiamo affrontato qualche mese fa e, più recentemente, abbiamo evidenziato l’insipienza dell’informazione “ufficiale” italiana che si è interessata concretamente del problema solo il giorno precedente l’approvazione definitiva della legge.

In un’economia sana, trasparente, nella quale il perseguimento del profitto avviene in maniera lungimirante facendo attenzione a non deteriorare il tessuto sociale sul quale si innesta la produzione di beni e servizi, queste parole:
Ferme restando l’esperibilità delle procedure previste dall’articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell’articolo 2 della predetta legge o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. Tali disposizioni si applicano altresì ai datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori, che nell’ambito dello stesso comune occupano più di quindici dipendenti ed alle imprese agricole che nel medesimo ambito territoriale occupano più di cinque dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa alle sue dipendenze più di sessanta prestatori di lavoro.
il famoso incipit dell’articolo 18(2), suonano come un’ottusa intromissione statalista in un sistema che dovrebbe già prevedere dei meccanismi autogeni di auto regolamentazione. Che significa, infatti, licenziamento per “giusta causa”? Se ho più lavoro, assumo, se ho meno lavoro licenzio, se uno mi è simpatico me lo tengo, se uno mi sta sulle balle lo licenzio. Ecco una lista di giuste cause. E chi viene licenziato, trova un altro lavoro o si mette in proprio a fare l’imprenditore. L’articolo 18 è superfluo.
Questo, ovviamente, in un’economia sana, trasparente, nella quale il perseguimento del profitto avviene in maniera lungimirante facendo attenzione a non deteriorare il tessuto sociale sul quale si innesta la produzione di beni e servizi.

Quello sul quale occorre mettersi d’accordo è se la nostra, quella italiana, sia un’economia sana, trasparente, nella quale il perseguimento del profitto avviene in maniera lungimirante facendo attenzione a non deteriorare il tessuto sociale sul quale si innesta la produzione di beni e servizi.
Non scrivo da un po’ perché questo è un momento un po’ difficile per la nostra famiglia. La società per cui lavoriamo ha aperto la procedura di licenziamento per 1192 su 1880 e gli animi non sono dei più sereni. Il 22 ottobre mentre aspettavamo ancora di ricevere lo stipendio di agosto (mai arrivato) abbiamo ricevuto invece la lettera di licenziamento. Così per risposta il 28 la sede di Roma è stata occupata così come quella di Pregnana Milanese (Milano) dal 3 novembre.
Si è cercato di arrivare all’attenzione delle istituzioni e dei media con tanta fatica perché mantenere un presidio attivo non è semplice. I primi giorni quasi nulla: Anno Zero ci ha nominato nel mucchio delle aziende in crisi, Ballarò ha filmato due ore il presidio e ha mandato 5 minuti di servizio affogato in un contesto che non è del tutto la nostra realtà. (Noi siamo vittima soprattutto di una cattiva gestione. E non voglio aggiungere altro, ndr). Poi l’occupazione di Milano ci ha portato sul TG3 nazionale. Poi tutto tace.
Ma ecco improvvisamente la botta di fortuna (nella sfortuna): all’ex AD gli parte la brocca e viene a fare un raid all’alba per stanarci dalla SUA sede.
E così siamo su tutti i giornali e in tutti i TG almeno per un paio di giorni.
Ora c’è un continuo pellegrinaggio di giornalisti che scattano, riprendono, intervistano. Sembra quasi un pellegrinaggio (dice una mia collega). Forse anche loro aspettano un miracolo. Come noi. Che continuiamo ad aspettare che venga aperto un tavolo alla Presidenza del Consiglio. Che continuiamo ad aspettare i nostri stipendi.
E intanto continuiamo a gestire questa crisi all’interno delle nostre famiglie. Che sono quelle che rischiano di più, perché si rischia di far ricadere sui familiari le tensioni accumulate.
Edoardo è troppo piccolo per comprendere totalmente i motivi della protesta ma glielo abbiamo spiegato lo stesso. Così quando il fine settimana andiamo insieme al presidio lui in macchina canticchia: «vogliamo i soldini, vogliamo i soldini. Per comprare il gelato …. al cioccolato». Beata ingenuità.(3)
Io credo che si possa concordare abbastanza tranquillamente che la nostra non sia un’economia sana e piripin piripan.
Il paese è in aperta recessione. I nuovi investimenti, se ci sono, vengono attivati in nazioni dove il rapporto tra infrastrutture disponibili e costi sono molto favorevoli all’investitore. Oggi, se una persona perde il lavoro, che sia per giusta causa o no, non ne trova un altro. Statisticamente il dato è praticamente nullo. Fare gli imprenditori, dopo venti anni di lavoro dipendente, è già difficile. Mettersi in competizione con quelli che hanno la produzione in Slovenia, poi, è impossibile.
Certo, si può puntare sull’innovazione e sulla qualità, ma su quante idee rivoluzionarie si può contare al giorno e per quanti produttori di finissimo olio d’oliva premuto a mano c’è spazio?
Inoltre, da tempo, l’uso e l’abuso delle opportunità incontrollate offerte dalla legge Biagi che regolamenta non solo il lavoro flessibile (o precario), ma anche le procedure di esternalizzazione e cessione di ramo d’azienda, hanno offerto una serie di strumenti indiretti, a volte ai limiti della legalità formale, ma perfettamente efficienti per liberarsi di forza lavoro con contratto a tempo indeterminato e sostituirla con servizi erogati da società che impiegano personale “flessibile”.
Il meccanismo è semplice. Si individua un ramo d’azienda sul quale intervenire. Lo si cede ad una società esterna, a volte creata ad hoc e, poco dopo, questa società inizia a dichiarare esuberi, a utilizzare ammortizzatori sociali, licenziare o, come nel caso di Agile-Eutelia, finisce col fallire, privando il personale anche del trattamento di fine rapporto che va a finire nelle insolvenze della società fallita. Nel frattempo, la società cedente inizia ad approvvigionarsi dei servizi del ramo ceduto da una società esterna che, utilizzando manodopera sottopagata, può tenere i costi molto più bassi.
Probabilmente il meccanismo è più complesso ed articolato di quanto descritto, ma in linea di massima funziona così.
Quello che sta avvenendo è che oltre che a spostare altrove la produzione, il nostro paese importa globalizzazione applicando sul proprio suolo condizioni di retribuzione che avrebbero il loro senso in zone più depresse del pianeta.
La difesa dell’articolo 18 è inutile, perché l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori è stato aggirato da tempo e quello che rappresentava è morto e sepolto. Requiescat in pace. Il lavoro dipendente in Italia è una falsa promessa alla quale non credere più.
In fondo, è tutto lecito. Secondo alcuni, il fine del capitalismo è il profitto. Quello che c’è da chiedersi e se il profitto vada perseguito a qualsiasi costo. Deteriorare in questo modo il tessuto sociale della nostra nazione è miope. Continuando così, l’Italia rischia di trasformarsi in un deserto dove nessuno potrà permettersi di acquistare le merci prodotte all’estero e dove di servizi non ci sarà più necessità perché la sopravvivenza diventerà l’obiettivo primario.
Una nazione è una specie di campo dove chi produce svolge il ruolo di contadino. Si può rinunciare al massimo profitto, magari alternando le colture, per fare in modo che il terreno si mantenga vivo e produca a lungo. Un altro sistema è quello di applicare una coltura intensiva molto redditizia sfruttando la terra fino a renderla secca, salvo poi spostarsi altrove e cominciare daccapo con un terreno vergine.
Ho paura che sia quello che sta accadendo. Siete d’accordo? Sarebbe interessante saperlo, anche se ho paura che non serva a nulla.
NoteFine delle NoteGli Impresentabili
15 marzo, 2010 di Gaspare Serra
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Formigoni ed Errani: ineleggibili ma candidati. La regola: cosa prevede la legge?
A seguito della legge costituzionale n.1 del 1999 (che introdusse, per le regioni ordinarie, l’elezione diretta dei presidenti di regione), la legge quadro dello Stato n. 165 del 2004 ha fissato alcuni principi generali cui le regioni sarebbero state vincolate nel rinnovare la propria legislazione elettorale.
Tra questi, vi è il principio della non immediata rieleggibilità, allo scadere del secondo mandato, del presidente della giunta regionale eletto a suffragio universale e diretto (in pratica, un divieto di terzo mandato consecutivo per i governatori).
Due sono i punti più controversi di tale normativa:
I- tale principio è direttamente applicabile (a prescindere dall’emanazione di una conforme legge regionale)?
II- inoltre, lo stesso deve intendersi retroattivo (nel novero dei mandati consecutivi, dunque, devono ricomprendersi anche quelli precedenti l’entrata in vigore della legge n. 165 del 2004)?
Pur essendo vero che il legislatore statale non si è espresso in maniera inequivoca, la risposta comunemente data dal mondo giuridico-accademico è, però, positiva ad entrambi i quesiti.
E’ vero, infatti, che la legge del 2004 rinvia, per la disciplina di dettaglio, alla legislazione regionale (che, colpevolmente, in alcune regioni, tra cui Lombardia ed Emilia Romagna, non è ancora stata emanata), ma i maggiori costituzionalisti si sono espressi in favore della diretta applicabilità del principio su esposto.
Se così non fosse, del resto, si otterrebbe il risultato paradossale di vincolare le regioni solerti (nell’approvare una nuova legislazione regionale) a dare immediata applicazione alla legge dello Stato e di premiare, di contro, le regioni inadempienti (lasciandole libere di violare apertamente un principio fondamentale sancito da una legge dello Stato)!
Gli esperti, inoltre, concordano nel sostenere la retroattività del divieto.
Per far scattare il vincolo del doppio mandato, quindi, occorre tenere conto: non solo dei mandati vigenti (o successivi) al momento dell’entrata in vigore della legge n. 165 del 2004 bensì anche di tutti quelli immediatamente precedenti all’entrata in vigore della legge.
Quando la politica si pone al di sopra delle leggi
Cosa sta avvenendo, invece, in Lombardia ed Emilia Romagna (come per par condicio, la prima roccaforte di Silvio Berlusconi, la seconda storica regione rossa)?
In Lombardia Roberto Formigoni, che governa la regione dal 1995 (ossia da ben 15 anni e tre mandati consecutivi), è ricandidato per la quarta volta successiva alla presidenza della regione. In Emilia Romagna, invece, Vasco Errani, che presiede la regione dal 1999 (ossia da 11 anni), è ricandidato per la terza volta consecutiva.
Tutto questo nel più palese dispregio della legge (che rende ineleggibili entrambi i candidati, come dichiarato da Valerio Onida, presidente emerito della Corte Costituzionale) e nel più comodo silenzio bipartisan da parte degli schieramenti avversi (sembra quasi che il centrodestra e il centrosinistra abbiano siglato un tacito accordo di non belligeranza, avendo interesse comune a non denunciare pubblicamente la questione).
Il problema che ciò solleva riguarda il funzionamento stesso di una democrazia moderna.
Ossia, può il mero consenso elettorale (la sostanza di una democrazia) derogare impunemente alle forme (introdurre deroghe alla legge non previste dalla legge)? E, dunque, legittimare candidature di per sé illegittime?
Questa anomalia si trasforma in paradosso nel caso del Pd, forse l’unico partito in Italia ad avere uno statuto che (all’art. 22) afferma testualmente che gli iscritti al Partito Democratico non possono ricoprire una carica monocratica di governo o far parte di un organo esecutivo collegiale per più di due mandati pieni consecutivi (o per un arco temporale equivalente).
Uno statuto, evidentemente, democratico ma ampiamente violato (visto, tra l’altro, che lo stesso documento stabilisce per i parlamentari del Pd un limite di tre mandati consecutivi, anch’esso vistosamente sottoposto a deroghe impreviste: si veda il caso dell’on. Massimo D’Alema).
In un Paese normale tali candidature avrebbe suscitato una sentita reazione indignata da parte, prima ancora che dei cittadini, degli stessi esponenti dei partiti e dei loro militanti e le leggi dovrebbero prevalere sul mero consenso (o, tanto più, sui sondaggi), poiché espressione di un Parlamento chiamato proprio a dar forma legislativa al consenso liberamente espresso dai cittadini nelle urne
In Italia, invece, le cose funzionano diversamente, prevalendo sia un comune disprezzo per le regole, per le formalità e per i controlli (la deroga è l’unica vera regola, mentre la legalità l’eccezione!), sia una generalizzata esaltazione della funzione auto-legittimante del consenso elettorale, capace di prevalere finanche sulle leggi dello Stato o sulle decisioni della Magistratura (il voto popolare è regolarmente utilizzato come colpo di spugna con cui sanare irregolarità o mascherare misfatti e cattivi costumi!).
La vera anomalia politica italiana, dunque, è il mancato rispetto delle regole, quasi per principio.
E, purtroppo, le recenti peripezie nella presentazione delle liste Polverini nel Lazio e Formigoni in Lombardia (con conseguente decreto salva irregolarità) rappresentano solo l’ennesima ulteriore conferma.
Sì, lo Voglio
14 marzo, 2010 di redazione
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Martedì 23 marzo 2010 sarà un giorno importante per la storia italiana.
Il 23 Marzo la Corte Costituzionale dovrà pronunciarsi sulla costituzionalità di alcune norme del Codice Civile (Articoli 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143-bis, 156-bis) che, in materia di matrimonio e famiglia, nel riferirsi genericamente a “marito” e “moglie”, discriminano le coppie di persone dello stesso sesso.
È da sottolineare che in Italia non esiste una definizione legale di matrimonio, né un divieto espresso al matrimonio tra persone dello stesso sesso, né la differenza di sesso è esplicitamente richiesta quale condizione per contrarre matrimonio.
Lo Status Quo: Quando L’eccezione Si Fa Regola
10 marzo, 2010 di Gaspare Serra
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L’attuale legislazione relativa alla compatibilità tra il ruolo di parlamentare e quello di sindaco o presidente di provincia presenta una lacuna evidente: mentre l’art. 62 del T.U.E.L.(1) obbliga ogni sindaco o presidente di provincia, intenzionato a candidarsi alle elezioni politiche, a dimettersi dal proprio incarico di amministratore locale, la legge non vieta espressamente il contrario, ossia ad un parlamentare in carica di candidarsi alle elezioni locali(2).

- Testo Unico delle leggi sull’Ordinamento degli Enti Locali [↩]
- oppure ad un politico a candidarsi, nella stessa tornata elettorale, contestualmente alle elezioni locali e politiche [↩]
Paura in Italia
9 marzo, 2010 di Comandante Nebbia
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Di cosa bisogna aver paura oggi? Di una deriva golpista e dittatoriale dell’attuale esecutivo? Di una radicalizzazione violenta dello scontro politico?
No, secondo me, l’unica cosa di cui avere veramente paura è l’incompetenza. E’ più che evidente che l’allegro gruppo di dilettanti allo sbaraglio a cui è affidato il timone della nazione non è in grado di assumere determinazioni utili nemmeno quando si tratta di truccare le regole.
Che senso ha fare una grandissima fesseria, fare un decreto interpretativo per giustificarla, farlo firmare al presidente della repubblica se poi un tribunale amministrativo regionale può bocciarlo come gli pare?
Non ci sono mezze misure: è una cazzata.
Da questa storia esce ridicolizzato il PDL, il consiglio dei ministri, il presidente della repubblica, tutti noi. Un’incredibile figura da pasticcioni che getta un’ombra oscura sull’intelligenza cognitiva del gruppo dirigente di questa nazione.
In Spagna si chiedono dove va l’Italia. Con questa guida la risposta è semplice: da nessuna parte.
Aboliamo le Elezioni: la Buffoneria Sintomo di Regime
9 marzo, 2010 di eppursimuove
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L’arroganza, l’ignoranza, la superficialità, la buffoneria, che è dimostrazione autentica che il sistema è diventato regime, ergo: antidemocratico, hanno prodotto l’esclusione delle liste da presentare per le elezioni regionali in Lazio e in Lombardia.
A Roma, non sono state presentate nei tempi previsti dalla legge. Evidentemente, la predisposizione delle liste elettorali nel centro-destra dev’essere stata un’operazione particolarmente complessa. Sarà rimasta esclusa qualche zoccola, qualche cognato, qualche pluri-indagato e la documentazione rifatta più volte sotto, sopra, è giunta in ritardo in Tribunale.
Vicende Vissute. Una Partita Iva Racconta
8 marzo, 2010 di Marechiaro
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Ciao! Sono una partita iva, evasore per definizione, single, nel senso di felicemente ditta individuale. Sono stata una società anch’io, fino al 1995, quando ho rilevato i debiti e i crediti e liquidato la quota all’ex socio. Avevo mille problemi e poco tempo e quindi affidai la contabilità alla consulente. A novembre del ‘98 arrivò una bella comunicazione: c’era a mia disposizione il credito Iva della società.
Nell’agenda del ‘99 che può andare benissimo quest’anno, al posto di marcare le entrate e le uscite scrivevo:
Decreto Interpretativo: I Prossimi in Programma
6 marzo, 2010 di dellefragilicose
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Decreto Interpretativo sulle sentenze passate in giudicato
Il Consiglio dei Ministri, riunito in seduta plenaria e presieduto da S.E. Dr. Silvio Berlusconi, all’unanimità dispone quanto segue: interpretando opportunamente le norme vigenti si deduce che una sentenza di colpevolezza la cui pena non possa essere comminata perché il reato è caduto in prescrizione va interpretata e, di conseguenza, definita “assoluzione”.
Crisi Economica: Lacrime, Sudore e Sangue, ma non per Tutti
5 marzo, 2010 di Comandante Nebbia
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La mia competenza di economia è minima. Non potrei sostenere un discorso serio. Mi limito a chiacchierare come se fossi al bar a prendere un caffè con gli amici. Perdonatemi.
Iniziamo con un racconto, reale.
X ha poco più di cinquant’anni. Suo padre, un contadino lucano si trasferì a Napoli negli anni cinquanta per combattere l’estrema indigenza nella quale versava la sua famiglia. Nella città trovò un lavoro fisso ed ebbe sei figli. Il papà di X, poi, sì ammalò gravemente, perse il lavoro e la famiglia fu sostenuta dalla madre che faceva la sarta. Ciò nonostante, X oggi ha due figli che studiano, è un bravo musicista, ha una importante laurea tecnica ed un lavoro dignitoso equamente retribuito.
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Il Posto Fisso è una Fregatura
4 marzo, 2010 di dellefragilicose
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Qualche mattina fa leggevo la bella lettera di un amico che, parlando del suo lavoro (da dipendente), raccontava dell’entusiasmo con il quale sta affrontando le nuove responsabilità che gli sono state affidate e della determinazione che intende avere se e quando si tratterà di prendere decisioni difficili e dolorose.
Mi ero ripromesso di non commentare o almeno di non commentare troppo. Ognuno fa il suo percorso e non è utile trasmettere esperienze che fanno riferimento ad altri tempi ed altri costumi.
Ora, invece, mi ritrovo a scrivere di lavoro, forse proprio avendo in mente quella bella lettera ed, in particolare, i passi dove il mio amico descrive il modo con il quale è stato capace di conciliare il maggiore impegno con la vita familiare.
Per quanto sia poco loquace nella vita a base carbonio, questa virtù non mi è stata concessa in quella a base silicio dove, ormai da anni, parlo e sparlo di ciò che conosco e, con molta disinvoltura, di ciò di cui non so nulla.
Chi mi vuole bene, mi perdonerà. Degli altri non mi preoccupo.
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Arbitrato Al Posto del Giudice: In Pericolo l’Articolo 18
3 marzo, 2010 di redazione
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Giunge oggi, in colpevole ritardo, l’attenzione dell’informazione mainstream(1) sul disegno di legge 1167-B di cui ci siamo occupati su MenteCritica oltre due mesi fa in un articolo dal titolo colorito, ma molto esplicativo: Sotto, Sotto, Mentre Parli del Complotto, Io ti Fotto l’Articolo 18.
Il quotidiano on line che ne parla è La Repubblica, che apre la sua edizione web proprio con questa notizia, anteponendola addirittura alla vuota quanto insipida querelle sulla presentazione delle liste PDL nel Lazio e nella Lombardia.
Note- definizione [↩]
Il Voto non è un Diritto per Tutti
2 marzo, 2010 di Comandante Nebbia
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Fra il 1958 ed il 1959, Robert A. Heinlein, uno scrittore di fantascienza molto noto agli appassionati, scrive Starship Troopers(1). Robert A. Heinlein è già uno scrittore affermato e di successo, Starship Troopers è una cosiddetta juvenile novel(2), un genere letterario di grande successo perché si rivolge ai ragazzi, grandi appassionati di fantascienza. La trama del romanzo è semplice, tipica del periodo. La Terra è in guerra contro i Ragni, un popolo di alieni di conformazione aracnide, ma con una strutturazione sociale simile a quella delle termiti(3), la classica trasposizione metaforica del conflitto USA-URSS che tanto successo ebbe in quegli anni.
Eppure, la Scribner, la casa editrice presso la quale Heinlein è da tempo accreditato, rifiuta la pubblicazione del romanzo. Heinlein se la prende a male. Da allora in poi non pubblicherà più nulla per la Scribner e Starship Troopers uscirà a puntate su The Magazine of Fantasy & Science Fiction(4).
In effetti, il breve romanzo è caratterizzato da una vena militarista probabilmente eccessiva anche per l’America di quegli anni, ma l’aspetto più politicamente scorretto del romanzo è la questione relativa ai diritti civili.
Nella società terrestre di Starship Troopers il mondo è unificato sotto un unico governo, la nazionalità rimane un retaggio esclusivamente culturale e gli uomini vivono in completa libertà. Non tutti, però, godono del diritto di voto. Per ottenere i diritti politici, un cittadino deve svolgere il servizio militare la cui ferma minima è di due anni. Il reclutamento è fortemente scoraggiato e l’unico ed esclusivo vantaggio che deriva dall’uniforme è quello di poter votare una volta congedati.
- in Italiano Fanteria dello spazio [↩]
- vedi [↩]
- regina, operai, guerrieri [↩]
- nota rivista di SF americana [↩]
L’Inganno della Democrazia Italiana: Libertà Sociale
1 marzo, 2010 di doxaliber
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Su Mentecritica abbiamo parlato spesso di libertà. In effetti basta effettuare una veloce ricerca per ottenere diversi articoli che in qualche modo trattano questo argomento. Io stesso qualche tempo fa scrissi un pezzo che, in sostanza, era un atto d’accusa contro coloro che abusano della parola libertà, svilendone il significato.
La libertà è senza ombra di dubbio un diritto a cui nessuno vorrebbe mai rinunciare, tuttavia la domanda che dovremmo davvero porci è: siamo davvero liberi? Quand’è che un uomo può dirsi libero? Abbiamo discusso spesso di libertà di satira, libertà di stampa, libertà di opinione, cercando di giungere ad opinioni condivise su quali sono i limiti oltre i quali la nostra libertà diventa un ostacolo per gli altri. Tuttavia una cosa è certa, tutti questi tipi di libertà sono succedanei alla libertà più importante di tutte: la libertà sociale.
Gettiti e Parole
18 febbraio, 2010 di Gaspare Serra
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Un paese di “tartassati” ed “evasori”
Non esistendo sistemi fiscali “perfetti” (un po’ come le leggi elettorali), un sistema fiscale, generalmente, può essere: – più “efficace” che giusto – o più “giusto” che efficace. Il dramma del nostro sistema fiscale, invece, è che esso non è: né efficace (stante l’enorme “buco nero” dell’evasione fiscale che ha consentito crescere negli anni), né giusto (stante la grave discriminazione dei lavoratori dipendenti e dei pensionati rispetto ai lavoratori autonomi: i primi tartassati con pesanti prelievi alla fonte, i secondi liberi di auto-denunciare a piacimento il proprio reddito!).
Segno evidente del marcato “disequilibrio” del nostro sistema fiscale è che mentre sulle spalle di lavoratori dipendenti e pensionati grava gran parte del “carico fiscale” pendente sugli Italiani (da soli, queste categorie garantiscono ben l’“82%” dell’intero gettito Irpef!), i lavoratori autonomi sono in grado di difendersi dall’elevata pressione fiscale: – “evadendo” le tasse (essendo il loro “reddito effettivo” difficilmente accertabile) – “eludendo” le imposte (ad esempio, scaricando l’Iva anche su beni ad uso personale) – e “dividendo le fonti di reddito” tra i componenti della famiglia (di modo che, pur a parità di reddito complessivo, il livello di reddito di ogni componente familiare si mantenga più basso di quello effettivo e rientri in scaglioni Irpef inferiori!).

Il “tax freedom day”
Del taglio delle tasse si discute oramai da anni, per lo meno dal 1994 (con lo slogan “meno tasse per tutti” è avvenuta la scesa in campo di Silvio Berlusconi). Salve qualche intervento settoriale e sporadico (come la cancellazione dell’ICI sulla prima casa), però, di risultati concreti non se n’è visto l’ombra. L’imposizione fiscale in Italia continua ad essere tra le più alte d’Europa (se non del mondo!). In Italia quest’anno il “tax freedom day” (ossia il giorno dell’anno a partire dal quale i lavoratori, al netto delle tasse dovute allo Stato, iniziano a guadagnare fino alla fine dell’anno solo per se stessi) si è ulteriormente spostato in avanti: dal 22 al 23 giugno!
Ogni contribuente italiano, in pratica, nel corso del 2010 dovrà devolvere all’erario un’equivalente in media pari a tutto ciò che intascherà col suo lavoro dall’1 gennaio fino al 23 giugno. Un esempio di quanto il fisco sia vorace? Nella dichiarazione dei redditi quando si raggiunge la soglia dei 28.000 euro scatta automaticamente l’aliquota del 38%(1) : ciò vuol dire che una famiglia media italiana (con un reddito poco superiore ai 2.000 euro mensili, oggigiorno appena sufficiente per vivere se si è in affitto, si ha un mutuo da pagare o si hanno più figli a carico) deve restituire quasi il 40% del proprio reddito allo Stato. Per fare qualche utile comparazione: – in Francia un contribuente dichiarante 55 mila euro di reddito paga solo “3 mila euro” di tasse sul reddito (mentre in Italia lo stesso sarebbe tenuto a pagare ben “16 mila euro”!)
- in Germania i redditi fino a 52 mila euro scontano un’aliquota del solo “15%”, contro un’aliquota del 42% per i redditi superiori (in Italia, invece, entro lo stesso livello di reddito l’aliquota Irpef varia dal 23 fino al “38%”!).
Berlusconi (la promessa): “due sole aliquote irpef per gli italiani!”
“Riforma fiscale? Si parta dalla riduzione a due delle aliquote Irpef!”. Questo il progetto al quale starebbe lavorando il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ed il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti. La novità principale altro non è che la riedizione (per la terza volta) della proposta con cui lo stesso Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si era presentato agli elettori già 15 anni fa: la riduzione delle aliquote Irpef a due sole (del 23% per i redditi inferiori a 100 mila euro e del 33% per i redditi superiori).
Il sistema dell’irpef vigente in italia
In Italia l’Irpef (l’imposta sul reddito delle persone fisiche) si articola in “cinque scaglioni” di reddito ad ognuno dei quali corrisponde una propria “aliquota imponibile” (progressiva all’aumentare del reddito). Più in dettaglio:
I- per i redditi compresi tra 0 e 15 mila euro l’aliquota Irpef è pari al 23%
II- per quelli tra 15 e 28 mila euro al 27%
III- per quelli tra 28 a 55 mila euro al 38%
IV- per quelli tra 55 a 75 mila euro al 41%
V- e per quelli oltre i 75 mila euro al 43%.
Sui redditi più bassi, inoltre, grazie ad un complesso sistema di “deduzioni” dal reddito e di “detrazioni” dall’imposta, l’incidenza effettiva media dell’Irpef risulta pari per i redditi fino a 8 mila euro, all’1,6% e per quelli compresi tra 8 e 15 mila euro, al 9%.
Che l’Irpef rappresenti l’“imposta perno” del nostro sistema fiscale, infine, lo dimostra il suo enorme gettito, pari a 163,4 miliardi di euro (contro i soli 43 dell’Ires e 38 dell’Irap), oltre i 2/3 dell’intero gettito delle imposte dirette e ben 1/3 delle intere entrate tributarie dello Stato (pari a 471 miliardi di euro).
Cosa cambierebbe con la riforma dell’Irpef annunciata?
Se la riforma prospettata dal Premier entrasse in vigore, il sistema dell’Irpef si articolerebbe in due soli scaglioni di reddito con aliquote fiscali notevolmente ridotte rispetto alle attuali:
I- per i redditi tra 0 e 100 mila euro l’aliquota risulterebbe del 23%
II- per i redditi oltre i 100 mila euro si ridurrebbe a solo il 33%!
Un simile disegno riformatore risulterebbe premiante soprattutto per i ceti sociali più alti. Più in dettaglio: – per le fasce sociali basse (dichiaranti fino a 15 mila euro) il beneficio fiscale sarebbe “nullo”: in sostanza, i soggetti più deboli (come pensionati e lavoratori percepenti meno di 1.000 euro al mese) non riceverebbero “1 solo euro” di riduzione fiscale. per le fasce sociali medio-basse (dichiaranti dai 15 ai 28 mila euro) cambierebbe ben poco, beneficiando di una minima riduzione dell’aliquota (dal 27% al 23%). per le fasce sociali medio-alte (dichiaranti dai 28 ai 75 mila euro) lo “sconto fiscale” risulterebbe già “sostanziale” (beneficiando di una riduzione dell’aliquota dal 38% al 23%), mentre le fasce sociali alte (ossia dichiaranti oltre i 75 mila euro) risulterebbero paradossalmente essere quelle in assoluto più premiate, beneficiando di una riduzione dell’aliquota dal 43% al 33% (di 10 punti percentuali netti!).
Secondo l’ufficio studi della Cgia di Mestre (“Associazione artigiani e piccole imprese”) a fronte di una riduzione del carico fiscale di “520 euro” annui per una coppia con un figlio a carico e con un reddito di 21.500 euro ciascuno, coloro che intascano più di 40 mila euro vedrebbero ridurre il loro carico fiscale di “2.320 euro”, mentre coloro dichiarati oltre 100 mila euro disporrebbero di ben “14.170 euro” di sconto fiscale.
Ecco perché l’annunciata riforma dell’irpef risulterebbe “classista”, “iniqua”, “insostenibile” e “populista”.
Una riforma classista
A seguito dell’approvazione di una riforma del genere, a regime, mentre chi dichiarerà 100 mila euro di reddito annuo beneficerà di ben “14 mila euro” di sconto fiscale, la maggioranza dei pensionati e dei lavoratori (dichiaranti non più di 15 mila euro) non beneficerà di “1 solo euro” di taglio dell’Irpef. A dimostrazione del fatto che in pochi (anzi “pochissimi”) beneficerebbero della riforma in oggetto, basti considerare il fatto che mentre il 50,9% dei contribuenti (oltre 21 milioni) dichiara meno di 28 mila euro annui e il 93,2% dei contribuenti dichiara meno di 40 mila euro, il 6,8% dichiarano più di 40 mila euro, l’1% (pari a 400 mila contribuenti) dichiarano più di 100 mila euro (contribuendo solo per il 17% all’intero ammontare del gettito Irpef) e solo lo 0,5% (pari a 150 mila contribuenti) dichiarano oltre 150 mila euro.
Questi dati, da soli, evidenziano il carattere “classista” di una riforma che sarebbe soltanto un’offesa alla dignità di chi lavora ed un regalo inatteso per grossi professionisti, ricchi ereditieri e speculatori economico-finanziari. Qual è, dunque, l’“interesse generale” che giustifica una riforma costosissima ed a beneficio di una minoranza risicatissima?
Una riforma iniqua
Secondo l’art. 53 co.2 della Costituzione “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Progressività dell’imposizione fiscale significa che chi guadagna di più, per un principio di “equità sociale”, deve pagare più tasse (non in proporzione ma “in progressione” al proprio reddito), mentre chi guadagna di meno è tenuto a contribuire di meno alla finanza pubblica. La riforma fiscale in discussione, invece, va esattamente nella direzione opposta!
Se si considera che il 99,5% dei contribuenti italiani dichiara redditi inferiori a 100 mila euro (per cui l’aliquota del 33% si applicherebbe soltanto ad una ristrettissima minoranza di contribuenti), tale riforma comporterebbe, di fatto, l’introduzione di un’“unica aliquota” del 23% su tutti i redditi: il pensionato o l’operaio pagherebbero allo Stato (in proporzione al proprio reddito) le stesse tasse dovute da un imprenditore, un medico, un commercialista, un avvocato o un libero professionista.
Una riforma insostenibile
Alle considerazioni sull’impatto sociale della prospettata riforma vanno aggiunte quelle sul suo impatto economico. Come coniugare, infatti la notevole diminuzione del gettito provocata dalla riduzione degli scaglioni e delle aliquote Irpef (intorno ai 20 miliardi di euro) con la tenuta dei conti pubblici dell’Italia (il terzo paese più indebitato al mondo, pur non essendo la terza economia al mondo)? Quale sarebbe il vero prezzo (in termini di tagli alla spesa sociale e/o di aumenti della fiscalità generale, ossia di “macelleria sociale”) che gli Italiani sarebbero tenuti a pagare?
Una riforma populista
Un ultimo interrogativo lo pone la tempistica degli annunci del Governo: il 9 novembre 2009 il Premier ha pubblicamente manifestato il suo proposito di riduzione delle aliquote Irpef. Appena quattro giorni dopo, però, ha parzialmente smentito se stesso dichiarando: “l’attuale situazione di crisi non consente alcuna riduzione delle imposte”. L’impressione, allora, è che si tratti dell’ennesima boutade berlusconiana. Un ulteriore fatto, tra l’altro, ci impone di esser scettici: lo scorso ottobre 2009 il Cavaliere si era impegnato (davanti all’assemblea di Confcommercio) per una riduzione dell’Irap nella Finanziaria 2010. Poco dopo, però, il Parlamento, ha piuttosto concesso libertà alle Regioni di aumentare ulteriormente l’Irap in caso di deficit sanitario eccessivo e poche settimane dopo, infine, lo stesso Cavaliere, dimenticandosi della promessa fatta, ha trasformare la riforma dell’Irpef nella priorità dell’azione di Governo.
Quale la ratio di questa politica dei “continui proclami”? Verrebbe voglia, al proposito, di richiamare alla mente una notoria citazione del sen. Giulio Andreotti: “A pensar male si sbaglia… ma a volte ci s’azzecca!”.
Una proposta alternativa di riforma dell’Irpef e del sistema fiscale
Una riduzione dell’Irpef, sia pur necessaria (specie in una fase di generale impoverimento delle classi sociali medie, di perdita di potere d’acquisto delle famiglie e di crollo dei consumi), non può che avvenire nel rispetto del principio di “progressività dell’imposta” e nel quadro di una lotta senza campo contro l’evasione fiscale. Stante le limitate risorse finanziarie di cui dispone attualmente lo Stato, se è improponibile una “riduzione generalizzata” delle imposte per tutti è, di contro, auspicabile una rimodulazione del carico fiscale su lavoratori, pensionati e famiglie in modo da alleviare il carico fiscale specificatamente sui percettori di “redditi minori” e sulle “famiglie numerose” (l’introduzione del quoziente familiare, benché richieda uno notevole sforzo riformatore, dovrebbe divenire il principale obiettivo di qualsiasi riforma fiscale).
Sarebbe allora opportuna una progressiva riduzione degli scaglioni di reddito (portandoli da 5 a 4) e delle aliquote Irpef. Un nuovo possibile schema impositivo dell’Irpef, così, potrebbe essere il seguente:
I- fino a 20 mila euro di reddito, riduzione dell’aliquota Irpef al 15%
II- fino a 40 mila euro, riduzione dell’aliquota al 25%
III- fino a 60 mila euro, riduzione dell’aliquota al 35%
IV- oltre gli 80 mila euro, riduzione dell’aliquota al 40%.
Una riduzione così sostanziale del gettito Irpef, ovviamente, sarebbe sostenibile solo riequilibrando il sistema fiscale nel suo complesso. A tal fine sarebbe auspicabile:
- L’introduzione di una “tassa patrimoniale” sui grandi patrimoni (ossia, di valore stimato superiore a “1 milione di euro”), una sorta di “imposta di solidarietà sociale” che garantirebbe un nuovo gettito fiscale in grado di compensare, almeno in parte, la riduzione del gettito Irpef e di incentivare le fasce sociali più ricche a spendere i propri redditi piuttosto che accumularli parassitariamente.
- L’aumento della tassazione sulle “rendite finanziarie”. In Italia l’aliquota sulle rendite finanziarie è del 12,5%. Ciò significa che: mentre chi lavora paga l’irpef dal 23 al 43%, mentre chi fa impresa paga fino al 50% di tasse, mentre chi consuma paga l’IVA dal 4 fino al 20%, chi dispone semplicemente di rendite finanziarie (dunque guadagna sul capitale investito) paga solo il 12,5% di tasse. Ragioni di “equità fiscale”, dunque, impongono di portare la tassazione delle rendite ad un livello più adeguato, comparabile con quello europeo. Sarebbe auspicabile il raddoppio dell’imposta dal 12,5 al 25%.
- L’aumento dell’IVA sui “beni di lusso”. E’ auspicabile spostare progressivamente l’imposizione fiscale sempre più dal reddito ai consumi, sulla base della constatazione che la capacità di consumo (salvo che per i beni primari) cresce all’aumentare del reddito. L’imposta sui consumi di beni “di lusso”, dunque, è l’imposta progressiva per eccellenza! In Italia l’aliquota IVA varia dal 4% (per beni primari come il pane e la pasta) al 20% (per beni come i profumi): sarebbe opportuno portare al 25% l’aliquota IVA sui beni di lusso (come auto di grossa cilindrata, barche di grosse dimensioni, ville, piscine…).
- La reintroduzione dell’ICI sulla prima casa per i redditi più alti, ossia per i proprietari di case con redditi personali superiori ai 60 mila euro annui e per i proprietari di abitazioni con un valore stimato superiore ai 500 mila euro.
Una dichiarazione d’amore per gli evasori.
Speciale MC Evasione Fiscale.
Gruppo “per un fisco più equo e solidale.
- in aliquota marginale [↩]
Vincere (e Vinceremo?)
15 febbraio, 2010 di doxaliber
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Vincere. Governare. Queste le parole d’ordine del PD, da qualche giorno fatte proprie anche dall’Italia dei Valori che, in nome della vittoria e del governo nel 2013, ha accettato la candidatura di De Luca a Presidente della Regione Campania. D’Alema sogna(va) alleanze con l’UDC costi quel che costi, a discapito di tutto il resto. Tra i lettori di Mentecritica non mancano coloro che, in un modo o nell’altro sembrano voler abbracciare questa tesi basata sul pragmatismo.
Leggi il resto
Anatema Contro i Gay: la Posta in Gioco
12 febbraio, 2010 di Daniela Tuscano
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Negli ultimi tre mesi abbiamo assistito a un’escalation di anatemi antigay da parte di alti prelati della Chiesa cattolica. La miccia è stata accesa da mons. Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna. Di fronte alla proposta di una regolamentazione delle coppie di fatto avanzata dalla Regione Emilia-Romagna, ha preso carta e penna per scrivere una lettera dai toni apocalittici e perentori (“Dio vi giudicherà, anche se non credete”) tra cui spicca la frase: “E’ ingiusto trattare in modo uguale i diversi”.
Lo stesso Caffarra, rigido censore dei “sodomiti”, che però, a quanto risulta, non ha mosso un dito (anzi…), per difendere una bambina dagli assalti d’un confratello pedofilo. Stesso comportamento tenuto dal vescovo ausiliario mons. Vecchi, anch’egli distintosi varie volte, in passato, per i suoi strali contro i gay, accusati nientemeno che di alimentare la violenza . Pochi giorni dopo il card. Lozano Barragan, già famigerato per aver dato dell’assassino a Beppino Englaro e per la sua somma indifferenza verso i veri crocifissi della Terra (immigrati, disoccupati ecc.), ha creduto di doverci ricordare, scomodando nientemeno che san Paolo, che “omosessuali e trans non entreranno nel regno di Dio“.

Anno nuovo, mondo vecchio: all’indomani della vittoria di Nichi Vendola alle (inutilmente) sofferte primarie del Pd, mons. Babini, vescovo di Pistoia, ha rincarato la dose, invocando addirittura la scomunica latae sententiae. Dopo aver premesso di “provare ribrezzo a parlare di queste cose” e di considerare “aberrante” la pratica omosessuale, ha dichiarato che “dare le case agli omosessuali, come avvenuto a Venezia, è uno scandalo. All’omosessuale dichiarato e conclamato non va data mai la comunione”.
Non è forse ozioso sapere cosa pensa Sua Eminenza dell’Islam (“una religione violenta ed anticristiana e che distinguere tra Islam moderato e estremo non ha senso.. L’Islam è unico e il brodo di coltura sono proprio i Paesi moderati. Nazioni islamiche ricche ad Haiti non hanno mandato neppure un soldo. Bisogna svegliarsi dal letargo e difendersi dall’Islam, prima di essere colonizzati”: nemmeno Fallaci e Calderoli avrebbero saputo dir meglio), e soprattutto della recente visita di Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma: “Il Papa abbia fatto bene a visitarla. Ma con la stessa franchezza è arrivato il momento di affermare che gli ebrei non sono più i nostri fratelli maggiori [la definizione, come ognuno ricorderà, è di Giovanni Paolo II]. Meglio, lo sono stati sino all’arrivo di Cristo, poi lo hanno abbandonato e non conosciuto. Loro sono contro la storia e dal Nuovo Testamento in poi hanno scelto di non essere nostri fratelli. Sull’albero dell’ulivo é stato fatto un inserto diverso. La Chiesa è nata da Cristo e non dagli ebrei”.

Qualche giorno fa, stessa musica ancora dalla Toscana, per bocca dell’arcivescovo emerito di Grosseto, mons. Scatizzi: niente comunione ai gay “conclamati” (come una malattia contagiosa?), perché “l’omosessualità è un disordine”. E, contemporaneamente, il Vaticano ha ammonito il governo: guai a finanziare campagne contro l’omofobia (altrimenti potrebbe sgretolarsi l’alleanza d’acciaio che pure i due soggetti hanno siglato).
E’ finita? No; sebbene non intendiamo addentrarci nelle sordide secche del caso Boffo, il bruciante intervento di don Farinella basta e avanza – notiamo come, per diffamare qualcuno, sia Feltri, sia il Vaticano non trovino di peggio che dargli dell’omosessuale. Non dell’assassino, del mafioso, del corrotto; tutto può essere perdonato, tranne l’omosessualità, naturalmente se “conclamata” (giacché, se nascosta, non infastidisce nessuno, non dà scandalo, soprattutto non se ne parla; quindi, il problema non esiste).
La Chiesa cattolica italiana, attualmente, si trova a esser governata da simili pastori. Non si vuol generalizzare, sia chiaro; resta il fatto che si tratta di personaggi potenti, influenti e molto attivi sui mass-media. Anziani “lefebvrizzati”, che nemmeno si accorgono di rasentare il ridicolo quando distinguono gli ebrei dall’ebreo Gesù; vecchi e arcigni custodi d’un inesistente Ordine Costituito, che invocano l’apartheid dei “diversi”; sepolcri imbiancati, teologicamente balbuzienti, i quali, sulla scorta dei fondamentalisti islamici che millantano di disprezzare, decontestualizzano Paolo dimostrando una paurosa ignoranza e superficialità sui testi sacri. Gli esegeti più autorevoli (anche in campo cattolico) da tempo ormai hanno ammesso, senza tema di smentite, che san Paolo non poteva certo riferirsi agli omosessuali come li conosciamo oggi, visto che ai suoi tempi la parola non esisteva nemmeno, per non parlare dei trans, che non mi risulta frequentassero i sacri palazzi nel primo secolo dopo Cristo. A parte che Paolo non può esser sbrigato in due maldestre righe, un dimenticato Yves Congar definì chiaramente grave errore “modernizzare un testo che aveva per contesto il paganesimo antico”. Paolo alludeva non agli omosessuali strutturali, ma a eterosessuali che, per vizio e/o curiosità, si abbandonavano a pratiche diverse da quelle con una donna/uomo senza esservi costretti (ed era il caso di taluni circoli intellettuali pagani, ma non solo, visto che Dante punisce tra i “sodomiti” esclusivamente “cherci e litterati di gran fama”, lasciando intendere che si trattava di una perversione riguardante le annoiate classi ricche).

Che poi Paolo disapprovasse anche l’omosessualità come tale, quando l’avesse conosciuta, è con ogni probabilità vero; come è vero che non tutte le rivendicazioni degli omosessuali sono moralmente accettabili; ma il discorso meriterebbe ben altro approfondimento e siamo noi a provare ribrezzo, e dolore, a dover ribadire queste ovvietà ai principi della Chiesa.
Lozano (e i suoi illustri confratelli) fingono pure di dimenticare sia il documento del ‘75 Persona humana, che già adombrava l’idea di un’omosessualità per dir così innata (oggi si sta tornando a considerarla vizio o malattia da guarire; le pubblicazioni cattoliche dànno molto spazio alle cosiddette “teorie riparative”, miranti a “convertire” gli omosessuali in eterosessuali), sia il Catechismo del ‘92. Lo smemorato del Vaticano smarrisce poi in un cassetto della memoria un libro dell’illustre moralista Xavier Thévenot pubblicato in Italia nel ‘92 con l’imprimatur, Omosessualità maschile e morale cristiana (Elle Di Ci), dove i passaggi su san Paolo sono molto ben analizzati (pur nel rispetto della tradizione più ortodossa). Si tratta di uno dei testi in materia più autorevoli e rigorosi, ancor oggi.
Né gl’importa di quel documento dei vescovi americani Pur sempre nostri figli. Forse perché destinato, appunto, a lontane contrade. La Chiesa universale sembra molto più interessata all’orticello italiano.

I nostri vescovi, dimentichi del Vangelo e dell’umana compassione, dimostrano però un intuito politico assai acuto. Essi sanno perfettamente che gli unici dai quali possano ricavare qualche mondanissimo profitto sono gli atei devoti, cui della religione poco cale, ma sono molto sensibili alle richieste temporali della Chiesa, e a cui non costa nulla sacrificare gli scandalosi “diversi” (se conclamati: gli stessi concetti, del resto, enucleati da Joseph Ratzinger in un documento del ‘92). Tornino nel silenzio, smettano di essere conclamati e di suscitare scandalo; in cambio, il governo continuerà a elargire generose somme di denaro alle scuole cattoliche e a impinguare le tasche degli insegnanti di religione, mentre l’istituzione pubblica, sovversiva e “laicista”, può andare allo sfascio. Da parte sua, l’altra metà del Tevere non smetterà di accordare alle “autorità” la sua paterna benedizione. E le leggi inumane contro gli immigrati, la corruzione diffusa, la disoccupazione, le patenti ingiustizie, i decreti ad personam? E la perdita del senso di fiducia da parte di tanti giovani, privati del sogno di costruirsi una vita prima ancora d’averlo accarezzato?
Dottrinariamente, l’anatema contro gli omosessuali costituisce invece un altro passo (pretestuoso) per il definitivo affossamento del Vaticano II. Se questo è il passato che ci attende, c’è poco da stare allegri.
Una Cambiale Firmata Berlusconi
8 febbraio, 2010 di Comandante Nebbia
Archiviato in Cronache Italiane, Cuore di Tenebra, Democrazia e Diritti, Il Lavoro degli Italiani, latest
Fa tristezza, prima che rabbia, leggere la lettera al direttore di Piero Ichino pubblicata oggi sul Corriere della Sera on line.
Che un argomento di tale portata sia praticamente escluso dal dibattito politico nazionale e confinato nello spazio destinato alle letterine a Babbo Natale dà ampiamente la misura della povertà intellettuale di una nazione i cui interessi orbitano, ormai quasi esclusivamente, intorno allo stomaco inesausto di un vecchio satrapo ampiamente in credito con la vita e che non è ancora stanco di abbuffarsi.
[...] È vero: da anni, ormai, a un ventenne o trentenne che cerca lavoro in Italia le aziende offrono di tutto, tranne che un rapporto di lavoro regolare. E anche un rapporto di lavoro di serie B —«a progetto», o comunque a termine— è già considerato, in molte situazioni, un privilegio difficilmente ottenibile, rispetto alla «normalità», costituita dal lavoro di serie C: stage semigratuiti in azienda tutto lavoro e niente formazione, assunzione con partita Iva per mansioni d’ufficio, di cantiere, di negozio, di call center, di magazzino, che erano tradizionalmente considerate come lavoro dipendente. Case editrici in cui da anni non si assume più un redattore o un correttore di bozze con un contratto normale di lavoro dipendente; case di cura private che formalmente non hanno alle proprie dipendenze neanche un solo medico, un solo infermiere, un solo barelliere: tutti a partita Iva, oppure soci di cooperative di lavoro a cui il servizio viene appaltato. [...]
Immigrazione e Statistiche
30 gennaio, 2010 di Comandante Nebbia
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L’equazione è di quelle semplici, di quelle che tutti possono capire: meno immigrati, meno criminalità.
In effetti, volendo ragionare alla grossa così come è ormai d’uso nel nostro paese, dal punto di vista matematico l’equazione è senz’altro corretta.
Secondo un rapporto presentato in giugno dal ministro dell’Interno Giuliano Amato sulla criminalità nel 2006, gli immigrati costituiscono il cinquantuno per cento dei denunciati per rapina o furto in abitazione, il quarantacinque per cento per rapina, il trentanove per cento per violenze sessuali, il trentasei per cento per gli omicidi consumati e il trentuno per cento per quelli tentati, il ventisette per cento per lesioni colpose. Se si considerano i soli immigrati senza permesso di soggiorno, si sale al settantaquattro per cento per omicidio, al settantadue per cento per tentato omicidio, al sessantadue per cento per violenza carnale e al sessantatré per cento per sfruttamento della prostituzione.
A questo va aggiunto che gli stranieri residenti permanentemente in Italia rappresentano circa il sette per cento della popolazione totale mentre sono il trentotto per cento di quella in stato di detenzione.
Eluana: Fermo Posta
29 gennaio, 2010 di Michelangelo
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Proponiamo, di seguito una breve composizione in memoria di Eluana Englaro. Non è nostro costume pubblicare versi e questa va vista come una segnata eccezione. In un certo qual modo, abbiamo inteso riconoscere civilmente la pervicacia di questo autore che continua a ricordare una persona che, dopo essere stata cannibalizzata da giornali, televisioni e blog, è stata rapidamente dimenticata e con lei i grandi temi che la sua vicenda aveva sollevato.

Vita, morte, nascita, amore e dolore, forse non sono i temi essenziali intorno ai quelli deve riunirsi una comunità e discutere fino allo sfinimento, ma anche essi hanno una dignità e non possono essere relegati nelle oscure pagine di cronaca solo perché qualche disgraziato che è incappato nella sventura di avere un congiunto in condizioni terribili, di amare una persona dello stesso sesso o di non poter avere figli minaccia un’azione estrema che richiama la curiosità morbosa di tutti.
Denaro, potere, politica, servizi e lavoro sono componenti fondamentali della società nella quale viviamo, ma non sono le uniche. Una persona non è rappresentata esclusivamente dal suo apparato digerente, ma anche dalla complessa fenomenologia delle emozioni che, volente o nolente, ne influenza la vita ed il destino.




