Si chiamava Mario Rossi: c’è un tot di Mario Rossi in Italia, in tutte le città, cionondimeno lui si chiamava Mario Rossi: succede.
Non era né basso né alto, né grasso né magro, né presbite né miope, né elegante né sciatto, né intelligente né scemo.
Non era. Era un Mario Rossi, con un problema: lui somigliava. Somigliava sempre, in assoluto. Somigliava e basta. Fu il dramma della sua vita.
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e visto che oggi non abbiamo pubblicato nulla, vorrei fare una chiacchierata serale con voi, che è tanto che non la facciamo.
Quando si sono diffuse le prime notizie relative alla vicenda che ha visto protagonista il senatore Gustavo Selva, anche io mi sono sentito offeso e preso in giro. Poi, ci ho riflettuto criticamente (in fondo sono qui per questo) e ho pronunciato la mia personalissima sentenza di assoluzione nei confronti di Selva Gustavo, giornalista in quiescenza, senatore della repubblica italiana. Vado a spiegare le motivazioni.
Il geometra porta sempre con se un metro. E’ un metro di quelli a nastro, quelli che si srotolano e diventano lunghi serpenti guizzanti di metallo. Il geometra misura tutto quello che vede. Calcola volumi, aree, masse, angoli. Lui non lo ammette nemmeno con se stesso, ma ha paura delle dimensioni dell’universo. Ha la segreta speranza che misurando tutto riuscirà a capire quanto è grande.
Passa il tempo e noi con lui.
Passa il tempo e traccia segni ineluttabili su ciò che noi siamo: perenne divenire qualcos’altro.
Crescere.

Volevo scrivere una biografia, la mia magari, e raccontare di quante cose successe - quante. Per scrivere una biografia, però, bisogna trovare l’inizio, una cosa successa prima delle altre, più delle altre.
Ho passato alcune ore immobile, a chiedermi come sia possibile far sì che il muro non crolli. Avrei dovuto chiudere piano le porte, chiedere che i cani sulla terrazza non ballassero. Sarebbe bastato un po’ di silenzio, come adesso. Ma come alleggerire una porta o fermare la danza di un cane? Il muro deve reggersi da sé, trovare energia nel cilindro vuoto del mattone.

Lietta Tornabuoni, illustre critica cinematografica, scriveva “ il cinema è l’espressione naturale del sogno”, pensiero suggestivo che per me significa la possibilità, per ciascuno di noi, di immergersi completamente in una narrazione a cavallo tra la vita reale e la creazione personale, quale è, appunto, il sogno.
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Mio padre era un camallo del porto di Genova. Uno di quelli che scaricavano le merci dalle navi sulle banchine e viceversa. In canottiera sotto il sole, col carico in groppa ed un sacco di iuta per riparare le spalle ed i capelli dalla polvere del carbone e delle altre merci.
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“Ricordi il macedone? O chi per lui. Cercò un’indovina per conoscere la sua sorte. E’ così breve la tua vita! Esclamò la donna. Conquisterai la gloria, ma la tua impresa ti condurrà alla morte. Dove lo leggi donna? Bada, tu menti. Qui, su questa traccia che si interrompe, non ho motivo di mentire. Bada piuttosto tu, soldato. Con una simile linea del destino non c’è nessuna possibilità di errore. Il macedone sollevò la mano e la fissò. Guardò quel solco profondo che bruscamente affiorava in superficie, perdendosi d’un tratto con il suo futuro. E’ tutto qui il tuo problema, donna? Sorrise. Impugnò la spada e con la punta affilata prolungò nel sangue quel segno troppo breve che raccontava la sua vita. Morì lo stesso, e così giovane che entrò nella leggenda, ma visse nella certezza di aver sfidato la sua sorte. Non è forse questo il senso dell’esistenza ?”
E’ Adriana Faranda, ne “Il volo della farfalla”, che mette in parole, le sue, la leggenda di Alessandro Magno, condottiero, stratega e conquistatore detto, appunto, il Macedone.
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