Caste, Conti, Baroni e Servi della Gleba. Perché?

Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "Caste, Conti, Baroni e Servi della Gleba. Perché?" è stato scritto da Fully

Il pezzo di Doxaliber pubblicato qualche giorno fa è di quelli che fanno riflettere.

Che l’Italietta sia piena di “caste” è un fatto. E’ un fatto anche che i libri che hanno nel titolo la parola “casta” siano molto venduti, e forse pure molto letti. Le situazioni in essi descritte ed analizzate sono per lo più note, è vero, anche se la quantificazione dei vari privilegi a me ha fatto una certa impressione. Però non cambia nulla, osserva sconsolato il buon Doxa. Lui sostiene che dipende dal fatto che siamo un popolo di servi della gleba incapaci di reagire alle angherie del barone di turno pur di raccogliere le briciole del suo desco.

E’ triste ammetterlo, ma credo che l’analisi sia ineccepibile.

Ma, se è vero che siamo così, perché siamo così? Provo ad azzardare una risposta e mi perdonerete se la prendo un po’ alla lontana.

In un pezzo che scrissi alcuni mesi fa sull’inchiesta di ‘Report’ sui palazzinari a Roma mi chiedevo anch’io come mai le denunce di fatti gravissimi riportate dalle poche inchieste giornalistiche in TV o sulla carta stampata – che in altri paesi determinerebbero sconquassi, forse anche sollevazioni popolari – da noi producano solo l’indignazione di un momento e poi tutto resti come prima. Per la verità quella puntata di “Report” almeno un effetto lo produsse: un comitato di quartiere di Roma depositò il filmato insieme ad un esposto-querela alla Procura.

Beh, è già qualcosa. Ora, in quella vicenda io non so da che parte stia la verità: magari le denunce di Report erano campate per aria, oppure era tutto vero, io questo non lo so. Però mi sentirei di scommettere che la questione, se davvero arriverà in tribunale, si trascinerà per anni e anni. Se ci sarà una condanna essa arriverà quando il danno sarà diventato irreversibile e dell’intera questione l’opinione pubblica si sarà dimenticata. Nessun TG ne darà conto ed i giornali, se va bene, ne riferiranno con un trafiletto in sedicesima pagina. Per l’opinione pubblica sarà come se quell’inchiesta di Report fosse caduta nel vuoto, l’idea che ce ne faremo è che sarà stata inutile e che contro i (pre)potenti non c’è denuncia che valga.

Cosa voglio dire? Voglio dire che il lassismo, l’accondiscendenza verso l’arroganza, la sensazione di ineluttabilità dell’ingiustizia derivano dal modo di perseguire l’illegalità e di amministrare la Giustizia nel nostro Paese, un modo che sarebbe ritenuto inaccettabile anche in un Paese del Terzo Mondo. Citerò un solo dato di esempio, preso a caso dal rapporto presentato in occasione dell’inaugurazione bresciana del corrente Anno Giudiziario: su 24.968 procedimenti per furto, quelli contro soggetti ‘noti’ sono 3.401 e ben 21.567 sono quelli contro ignoti. Vale a dire che un ladro ha l’86,4% di probabilità di farla franca. E badate bene: stiamo parlando di furti denunciati. Ma è ormai noto a tutti che alcuni crimini minori  neanche vengono più denunciati all’Autorità Giudiziaria nella desolata consapevolezza che tanto gli autori non saranno mai presi, e che, se anche fossero presi, difficilmente la condanna sarebbe scontata per intero.

La convivenza civile si regge sul rispetto delle leggi e il rispetto delle leggi è l’amministrazione della Giustizia che dovrebbe garantirlo. E’ la Magistratura che, sanzionando chi delinque, dovrebbe proteggere la gente onesta dalle sopraffazioni, dall’homo homini lupus. Se chi delinque la fa franca la convivenza civile collassa. Per contrastare l’illegalità lo Stato non può contare solo sul personale senso etico dei cittadini: sarebbe bellissimo, ma sappiamo  che non funziona. Perché i cittadini di una nazione si comportino secondo le leggi occorre che ci sia una condanna per chi le infrange. E’ triste, è puerile forse, ma è così che va il mondo, da Beccaria in poi.

Pensateci: le leggi non sono rispettate finché non si creano le condizioni per sanzionarne il mancato rispetto. Basta citare il caso delle cinture di sicurezza, che servono a salvare la propria vita, ma alle quali ci si è abituati solo a seguito dell’inasprimento della sanzione per coloro che non le allaccino.

In fondo noi italiani non siamo più indisciplinati di altri popoli. Il nostro problema è che sappiamo che, quando lo siamo, abbiamo ottime probabilità di farla franca. Una prova? Basta uscire appena un po’ dai nostri confini e recarsi in Austria, ad esempio. Lì vedreste macchine con targa italiana comportarsi in maniera esemplare, perché lì, se sgarri, puoi stare certo che becchi una multa: è praticamente matematico. Il nostro lassismo, invece, è ormai noto a tutti: ho seguito anche molte automobili austriache, perfettamente disciplinate in patria, sfrecciare oltre i limiti di velocità non appena entrate nelle autostrade italiane.

Per descrivere un modo alternativo, più efficace, di tutelare la legalità voglio raccontare un piccolo episodio di vita vissuta. L’estate scorsa ero in vacanza in Gran Bretagna, guidavo una macchina presa a noleggio e mi fermai in un parcheggio a pagamento di Oxford. Pagai regolarmente le mie belle 2 sterline per 2 ore ma tornai alla macchina una decina di minuti dopo la scadenza della sosta. Risultato? Trovai sul parabrezza una bella multa da 35 sterline. Sul retro dell’avviso c’era scritto che avverso a quella sanzione si poteva far ricorso al Giudice distrettuale (!) mandando una e-mail (!!).
Incredulo mandai l’e-mail all’ufficio del Giudice distrettuale e mi appellai alla clemenza della Corte vista l’esiguità della mia infrazione. Mandai la e-mail confidando nel fatto che si sarebbe persa nei meandri di una burocrazia che immaginavo simile a quella italiana. Invece 24 ore dopo (!!!) ricevevo l’e-mail di ritorno dal Giudice in persona (!!!!), una gentile signora che difficilmente dimenticherò, la quale si diceva molto spiacente (sì, proprio sorry) per la mia negligenza, ma mi ricordava che in quel modo avevo infranto il diritto di un altro cittadino ad usufruire del posto auto (per 10 minuti !!!!!) e danneggiato la collettività di Oxford per il mancato introito (!!!!!!). Superfluo aggiungere che confermava la sanzione. A questo punto non mi restava che pagarla e lo feci (quasi) volentieri, online, cliccando PayPal su un link già predisposto con destinatario ed importo (!!!!!!!).

E’ chiaro cosa intendo dire? Non solo in quel caso la giustizia venne amministrata, ma lo si fece con rapidità, rendendo perfino facile al condannato scontare la sua condanna.


Io penso che quello che in altri Paesi esiste e che invece da noi manca è la fiducia che la Giustizia prevarrà sull’arroganza, sulla prepotenza, sull’illegalità. Se questa fiducia manca il cittadino onesto e disciplinato si sente abbandonato, anzi, arriva a sentirsi un fesso se rispetta leggi che altri impunemente infrangono. Se poi non ha un senso civico ultra sviluppato arriva addirittura a sentirsi frustrato quando deve per forza rispettare una legge che altri allegramente infrangono. Penso ai lavoratori subordinati (specie quelli del comparto pubblico): credete che sarebbero tutti contribuenti così ligi se non ci fosse la ritenuta delle imposte alla fonte?

Non ci abitueremo mai alla legalità se non avremo chi ce la insegna fin dalla scuola. Se oggi sarà tollerato copiare il compito in classe, domani sarà ritenuto tollerabile fregare il fisco.

Se i “furbetti” non sono scoperti, denunciati, giudicati e, qualora riconosciuti colpevoli, costretti a pagare la loro sanzione o a scontare per intero la propria pena, avremo sempre a che fare con qualcuno che riterrà possibile irridere alle leggi e fottersene. Con ciò fottendo anche noi.

L’ho fatta lunga e questo mio pistolotto lo chiudo qui. Cosa dire allo sconsolato Doxa? Purtroppo niente che possa consolarlo. Che se gli italiani, noi italiani, siamo così “servi della gleba” è perché non siamo abituati alla legalità, anzi, ormai ci siamo arresi all’illegalità, la riteniamo ineluttabile.

E sì. Credo proprio che il povero Beccaria si starà rivoltando nella tomba.

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