Casalinghe Disperate?

Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "Casalinghe Disperate?" è stato scritto da Lory Falcone

casalinghedisperate.jpgMi capita sempre più spesso di sentirmi in dovere di giustificami per non avere, in questa società, un ruolo cosiddetto “produttivo”, di sentirmi una specie di aliena in un mondo di donne che lavorano, fanno figli, vanno in palestra, tengono public relation e si occupano del sociale. Alla domanda: tu che lavoro fai? Rispondo semplicemente: sto a casa. Pronta a sorbirmi la solita esclamazione: beata te che non fai niente! Il fatto di aver scoperto, molto recentemente, che come casalinga disperata io abbia più possibilità di altri di vedere realizzati i miei sogni di carta stampata, non mi ha risollevata.

Che le “casalinghe” siano una razza in via d’estinzione è cosa ormai certa e quindi mi piego al volere del fato. Ma non mi piego al luogo comune che, quelle come me, passino la giornata a guardare soap opera in tv, a bere il caffè con le amiche naufragando in un una mare di pettegolezzi per poi, a sera, sciorinare tutta la loro disperazione ad un marito che torna dal lavoro! La mia giornata inizia alle sei del mattino e finisce esattamente diciotto ore dopo. Durante questo lasso di tempo mi occupo della casa, della spesa, del pranzo. Lavo, stiro, vado alla posta, in banca o in circoscrizione o da qualsiasi parte mi portino le beghe che complicano la vita di tutti noi, aiuto mia figlia (fino all’anno passato anche mio figlio) con lo studio, do ripetizioni, scrivo e (dato che non faccio niente… mentre sorelle e cognate lavorano…), all’occorrenza mi occupo anche di genitori e suoceri ammalati. Tutto questo senza alcun aiuto esterno, ci tengo a precisarlo.

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Ne consegue che non ho il tempo materiale per guardare la televisione, per spettegolare con le amiche, per bighellonare su marciapiedi rutilanti di vetrine o tra i banchi di un mercatino. Però, all’atto pratico, il mio lavoro non produce un reddito (tranne quel poco che guadagno con qualche ora di ripetizioni sufficiente a soddisfare piccole esigenze) e questo fa di me una specie di parassita, mi crea imbarazzo quando per esigenze editoriali o simili debbo sciorinare il mio curriculum (che non esiste), mi pone un gradino al di sotto delle mogli dei colleghi di mio marito tutte rigorosamente stipendiate e, come se tutto questo non bastasse, mi colloca in una categoria, quella delle casalinghe disperate appunto, che non mi appartiene perché, se nella mia vita ho avuto momenti di disperazione, non sono stati originati dall’insoddisfazione per il mio ruolo in casa.

Io sono felice di sapere che per la mia famiglia sono un punto di riferimento importante e insostituibile. I miei figli sono cresciuti in questa consapevolezza, sanno di poter contare su di me per ogni loro esigenza, hanno rinunciato ad avere qualcosa in più sotto il profilo materiale, vero, ma hanno avuto ed hanno tutta la mia attenzione. E ciò non ha fatto di loro dei bambacioni insicuri e pieni di complessi, ma dei ragazzi sicuri, responsabili, sereni. Ha permesso loro di crescere senza sentirsi un peso, di vivere liberamente la vita confacente alla loro età. Se Jessica (primo anno di liceo scientifico) può dedicarsi allo studio con risultati più che soddisfacenti, se Jacopo (neo maturato e non ancora diciannovenne) è riuscito (senza alcuna raccomandazione) a farsi assumere in un grande magazzino, è stato ed è anche merito mio.
Alla fine credo sia questo che abbia prodotto il mio lavoro e scusate se è poco.

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Per concludere, vorrei precisare che non ho nulla contro le donne che lavorano. Sono consapevole (perché lo provo sulla mia pelle) che è difficile tirare avanti una famiglia con un solo stipendio. Ma alla fine è una questione di scelte e tutte e due impongono grandi sacrifici. Io ho fatto la mia e ritengo che meriti, sotto ogni profilo, il massimo rispetto.

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