Cartoline dal mondo di sotto. Giorno 1.


Devo aspettare che si faccia ora per il colloquio. Porto la macchina a lavare nel vecchio autolavaggio abusivo situato nello stretto corridoio che separa due costruzioni fatiscenti poco dopo il supermercato “Risparmioso”. Il tizio che mi asciuga la macchina mi guarda e mi dice che è capace di indovinare la mia età con assoluta esattezza. “Avete 63 anni, mi dice”. Io gli faccio i complimenti per il suo occhio. “Però, se perdite a panza ne dimostrate dieci di meno. Facite come a me, vi do il numero del mio nutrizionista”. Io lo ringrazio e prendo il numero. Lui indossa quei pantaloni col cavallo basso dei teen ager americani e porta un clamoroso pizzetto rosso. E’ venti centimetri più basso di me, avrà sui cinquant’anni e è sarà intorno ai 140 chili, ben oltre i miei, credo, anche se io  non sono bravo come lui a indovinare l’età. Non mi offendo, so che questa sottile invadenza è una forma di involuta cortesia nel mondo di sotto.

Quando arrivo il parcheggio è pieno. Ogni spazio circostante è stato colmato secondo la regola di anarchia che domina la creatività della mia gente. Io ho tempo e non ho voglia di mettermi a cercare anche perché gli anni di lontananza hanno consumato la mia capacità di produrmi in questa forma di arte che si esplicita nella totale disobbedienza delle regole declinata nel più sottile egoismo.

Cerco posto nel parcheggio del centro commerciale Mediterraneo. Ci torno dopo anni. E’ un posto nato squallido e il tempo lo ha fortificato in questa sua primigenia inclinazione. Le ampie sale vuote, i negozi sbarrati, le vetrine sventrate mi ricordano le strade e gli edifici abbandonati di Pripyat. La sensazione è così forte che, senza pensarci, mi viene istintivamente da controllare il livello dell’ossigeno.

“Il Professore” mi trattiene pochi minuti e mi congeda affidandomi due o tre frasi che mi tocca interpretare come gli enigmi della sfinge mentre percorro la strada trafficata e lurida che porta alla mia macchina. Ho finito per odiare la lingua nella quale sono stato cresciuto per la possibilità di usarla senza dire nulla, come una sorta di sterile esercizio vocale teso solo a fortificare l’apparato laringeo. Però, dopo un po’, credo di aver capito qualcosa. Ed è quella che racconto a mia madre che è seduta nella sua cucina, davanti alla grande finestra che da sulla ferrovia.

Mentre le parlo guardo fuori e mi accorgo che il sole, nel primo pomeriggio del mondo di sotto, fiammeggia della luce fulgida e fredda dell’apocalisse.
Cari Saluti