L’Infanzia non Conosce Confini. Cartoline da Altri Orizzonti
6 luglio, 2007 di Daniele Bausi
Archiviato in Il Futuro è nei Giovani
Lunedì, come sempre, ero di servizio nel reparto di chirurgia 2 dell’ospedale pediatrico Meyer.
Il rito è sempre lo stesso, ma ogni volta è come se fosse la prima volta.
Mentre attraverso il corridoio, sbircio nelle camere per vedere quanti bambini ci sono, di quali età, per preparare i giochi più adatti all’esigenze dell’età stessa.
Poi, gonfio nel cuore, mi reco all’armadio e preparo il mio sacco. Immancabile il computer di Barman, con decine di giochi di tutti i tipi. Quando incontro i ragazzi un po’ più grandi, gli dico che quello è il gioco adatto a loro perché serve per fare le lezioni di scuola che, per ovvii motivi, sono costretti a saltare.
Gonfio nel cuore perché ogni volta ci sono presenze diverse; bambini diversi e con esigenze diverse; con problemi diversi. A volte semplici a volte lo sono un po’ meno.
Quel reparto è un po’ come un grande circo; pieno di colori e grida di gioia per quelli che sono in attesa di essere operati, o di quelli che l’operazione l’hanno già digerita.
La prima apparenza è quella di gioia, appunto. Di allegria, di bambini che corrono nel corridoio, di quelli che si litigano lo stesso giocattolo, di quelli che ti tirano il camice e ti invitano a seguirli nella loro cameretta affinché tu non gli mostri l’intero contenuto del tuo sacco.

Poi partono le sfide: i puzzle, il gioco dei pirati, il memory di Nemo e così via.
A dirla così sembra tutto molto rosa, invece purtroppo non è sempre così.
A volte incontri occhi che raccontano tutta l’amarezza o il dolore che hanno dentro; genitori costretti a mentire e a recitare un ruolo di serenità apparente mentre il grande masso della preoccupazione gli schiaccia.
Vorresti tendergli la mano, ma l’occhio furbo, vispo e sveglio del bimbo può essere subito pronto a sferrare l’attacco con la domanda fatidica dove, a fatica, non sai cosa o come rispondere.
Ancora un’altra immagine ti si presenta stando lì dentro: la spontaneità innocente dei bambini che, a guardarli, ti intenerisce. Com’è semplice per loro incontrarsi, parlarsi, giocare insieme, litigare e poi prendersi per mano e fare il corridoio per venirti a cercare per avere un gioco nuovo.
Sembra di vivere in un altro mondo, dove dolore e sofferenza non esistono, mentre invece è vero il contrario. Dovrebbe essere fuori di lì che la vita prende forza e gioia e serenità dovrebbero far da padrone.
Ma ancora un’altra immagine ti si presenta con tutta la sua forza, imponente e importante se solo riuscissimo a coglierne il vero e profondo significato: non esistono differenze.
Il caso di ieri è semplice ed io non ho potuto fare a meno di osservare, di restare incantato davanti a tutto questo, mentre nella mia mente passavano immagini di violenza ordinaria; il bianco che uccide il nero; il cristiano che massacra l’ebreo, e quanto si farebbe lunga questa lista.
In una camera, due letti soli occupati: in uno un ragazzo albanese di circa 12/13 anni, nel letto di fianco un bambino di circa 8/9 anni di origini islamiche, forse iraniano, non mi è dato saperlo. Entrambi con i computer, quello di Barman al più grande e l’altro al più piccolo; poi se lo sono scambiato. Dopo un po’ sono tornato a fare visita a questi ragazzi e il più piccolo era nel letto di quello più grande che giocavano insieme in una doppia sfida al computer.
Io li guardavo dalla porta, con ammirazione, e tanti altri pensieri mi frullavano in testa.
Mi sono avvicinato, li guardavo giocare, aiutarsi nelle piccole difficoltà che incontravano nel percorso del gioco.
Guardavo i loro volti e ci vedevo pace. Vedevo due razze diverse, due credo diversi, due ragazzi diversi e diverse l’età, ma erano uniti, in una circostanza obbligata, certo, ma uniti, vicini l’uno all’altro e di tanto in tanto mi regalavano un sorriso.
Sono queste scene che mi mettono in gioco ogni volta; quando davanti a tanta semplicità mi chiedo dove va a finire l’uomo.
Mi chiedo perché, diventando adulti, perdiamo questa spontaneità, questa disponibilità nei confronti del prossimo e accumuliamo odio o indifferenza fino al tal punto di sferrare colpi di coltello o sparare. Cosa ci consuma così? Chi alimenta questo marcio? Questa cattiveria sempre più violenta e talmente repressa da scatenare risse allo stadio, tanto per fare un esempio. Godiamo quando riusciamo a sopraffare l’altro. Sterminiamo famiglie, uccidiamo e seviziamo donne e bambini. Dove stiamo precipitando? Perché vogliamo essere più belli, più bravi, più forti, più ricchi, più potenti degli altri? Perché non accettiamo quello siamo?
Ma soprattutto, perché non impariamo a rispettarci?
Quei ragazzi possono darci l’esempio per essere più tolleranti, più comprensivi e più rispettosi alle diversità degli altri uomini invece di imporre la propria supremazia, sempre che ce ne sia una.
Io voglio credere in un mondo migliore che forse non vedrò, ma voglio anche credere che quei due ragazzi, come tanti altri come loro, possano restare amici, anche una volta diventati grandi; che possano incontrarsi nei loro paesi, senza guerre, senza fame, senza privazioni.
Voglio credere a queste amicizie, nate in queste corsie occupate dal dolore, a queste nuove generazioni, che non si lascino contaminare dall’odio degli adulti e che davvero, un giorno, questa pace regni sul serio.
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Bellissimo articolo. Ammiro molto le persone che lavorano negli ospedali pediatrici, è necessaria una grande forza interiore.
Ho portato mia figlia di 15 giorni per un day hospital al Bambin Gesù l’anno scorso. Sono stato lì l’intera giornata. Ho giocato con alcuni bambini durante le lunghe attese. Sorridevo, scherzavo. Ma avevo un sasso sul cuore in ogni istante. La sera siamo tornati a casa distrutti.
Daniele, per quello che ho capito, è un volontario. Complimenti.
Oi bellissimo articolo!
Ho vissuto l’esperienza del reparto pediatrico (e ogni tanto devo tornarci) in prima persona, ma a 19 anni, quindi ero in una situazione intermedia.. Adoro i bambini (all’epoca avevo già deciso di fare la maestra, possibilmente di scuola dell’infanzia) e devo dire che vederli giocare, vedere i loro sorrisi, la loro forza, la loro sicurezza, la loro sfrontatezza di fronte alle avversità.. mi hanno aiutato non poco!
Ecco, i bambini non sono insicuri come invece possono esserlo gli adulti.. non hanno pregiudizi, la loro mente è aperta a tutte le nuove esperienze.. credo che dovremmo sforzarci di conservare in noi quella parte di “bambino” che ci permetteva di stupirci anche di fronte alle piccole cose!!
Grazie per aver messo a parole quello che provo ogni volta che mi capita di tornare in quel reparto!
Complimenti, solo tanti complimenti.
Daniele è un mio carissimo amico. Sono stata io a segnalargli questo sito. Ed è gay (lo dico perché ne ho l’autorizzazione). Adesso si trova in Terra Santa per un pellegrinaggio. Alla faccia delle farneticazioni dei fanatici.
Gay? A me non piace il cavolo. Se le cose andassero per il verso giusto l’informazione su Daniele dovrebbe avere lo stesso peso
Esatto, con daniela discutemmo tempo fa sull’opportunità di specificare le tendenze sessuali della gente. Facessero che cacchio vogliono
Ad ogni modo un bellissimo articolo.
Infatti non dovrebbe contare nulla, però abbiate pazienza, le cose appunto NON vanno per il verso giusto e dopo quello che ho letto ieri sul mio post mi sono un po’ scaldata. Succede, no? In ogni caso, ripeto, l’ho scritto perché potevo. Daniele per me è come un fratello. Parentesi chiusa.
GLORIA A TE DANIELE!!!FORTUNATI I BAMBINI, GLI UOMINI E LE DONNE CHE TI INCONTRERANNO NEL LORO CAMMINO.