Carlo delle città

Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "Carlo delle città" è stato scritto da Daniela Tuscano

Don Gnocchi era l’infanzia. Non l’infanzia mutilata, lacera e macilenta. L’infanzia, e basta. La mia, innanzi tutto, perché la sua figura mi ha accompagnata fin dai testi scolastici. Perché la via a lui dedicata, a Bresso, sorge sul limitare della grande metropoli, nella periferia ancora disadorna, brulla e ingrigita. Perché le immagini che lo ritraggono, già circonfuso di un’aura sfuggente, hanno qualcosa di fanciullesco. Lo sguardo. Completamente libero, trasparente, senza sopraccigli, sconfinato sulla fronte spaziosa e infinita.

L’infanzia dunque, e, conseguentemente, l’interezza. Nulla di dolciastro, di patetico, di limitato nell’operosità di questo prete lombardo, sottile come un giunco. Se oggi siamo giunti alla consapevolezza che il bambino è persona completa e intatta, lo dobbiamo in gran parte a lui. Non si limitava ad accogliere, come testimonia Vincenzo Russo che, prima di diventare uno stimato professionista, è stato ospite del sacerdote. Lui voleva davvero che gli ultimi fossero i primi; non soltanto spiritualmente, ma effettivamente.

dongnocchi

Quel termine, “mutilatini”, mi ha sempre impressionata, perché il diminutivo non riusciva ad attenuare l’immane tragedia d’una realtà che nulla concedeva al lezioso o al libresco. Quel termine ci diceva: esiste il dolore innocente, esistono individui sfregiati da un odio insensato e brutale, esistono e il loro grido si perde nel silenzio, anche in quello di Dio. E quindi non solo gli storpiati dalla guerra, ma gli svantaggiati di ogni tipo, disabili, emarginati. Bambini. Si torna sempre lì. Il bambino è l’emarginato per eccellenza, anche quando cresce forte, accudito e sano. Perché è basso, indifeso, barcollante. Ed ecco il motivo per cui pure noi, figli o ex-figli del benessere, non fatichiamo a identificarci in quelle fotografie d’infanti stecchiti, di calzoni corti cui spuntano incerti arti di cerbiatto, o rami d’inverno. E’ la nostra vita che biascica, che spunta nuda e sola in un mondo impietoso.

Don Carlo ha dimostrato che per loro, per noi, in quell’istante più isolato della nostra vita, c’è qualcosa. Dio? Il rispetto, innanzi tutto. Rammenta don Giovanni Barbareschi, prete partigiano, incarcerato per la sua attività antifascista, per anni stretto collaboratore del card. Martini: “Una delle frasi più belle che don Gnocchi mi disse prima di morire? ‘Il primo atto di fede che un essere umano deve fare non è in Dio ma nella sua libertà di uomo, perché anche la libertà di uomo è un atto di fede‘. E qui è tutto don Carlo”.

Ho voluto intitolare questo ricordo “Carlo delle città”, non solo “dei mutilatini” o “dei bambini”, proprio per questo suo essere “tutto” a partire dal “niente”. Dalla città, vuota. La città teatro di guerre, sia materiali, sia interiori: le guerre dell’incomunicabilità, dell’angoscia e della solitudine. La città come luogo dell’assenza di Dio. La città disposta a tributare un omaggio formale ai profeti che la solcano, ma che ignora le concrete domande dei figli (le mamme della scuola intestata a don Carlo diserteranno la cerimonia di beatificazione, prevista in Duomo, in segno di protesta contro i tagli del Ministero, che ha lasciato a casa 15 delle 60 maestre provocando seri disagi agli alunni, disabili gravi).

Carlo, nome fatale per gli ambrosiani, non venga dunque vanificato su un altare, ma continui a percorrere queste vie. Se vogliamo che le nostre Ninive d’oggi conoscano ancora un respiro di speranza.

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