Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "Capitalismo e Morale" è stato scritto da Comandante Nebbia
Si svolge oggi a Londra il G20, un summit internazionale organizzato per concordare misure sovra nazionali per contrastare la crisi finanziaria.
A contrapporsi saranno due orientamenti: quello americano, decisamente prosaico, che prevede un aumento della spesa pubblica per riattivare la leva finanziaria e rimettere in moto il sistema, e quello europeo. La posizione europea, se vogliamo deliziosamente romantica come si addice a noi uomini del vecchio continente, si basa sul concetto che non si può uscire da una crisi creata dal debito creando altro debito e che occorre moralizzare il capitalismo.

Sorvolando sull’aforisma del debito che, come tutti gli aforismi, non significa nulla, questa storia di moralizzare il capitalismo mi ricorda un po’ quella di voler raddrizzare le banane cioè imporre una disciplina estetica su un fenomeno generalmente regolato dalle leggi evolutive.
Senza voler scomodare eccessivamente Darwin, non mi risulta che la morale giochi un ruolo fondamentale nella lotta per la sopravvivenza dove la capacità di sopraffare l’avversario e, eventualmente, cibarsene rappresenta un criterio decisamente sostanziale.
Il capitalismo, tutto sommato, è una rappresentazione virtuale, ma sufficientemente fedele, della lotta per la sopravvivenza (compresa l’esaltazione della capacità di sopraffare) ed è proprio per questa sua “genuinità”, se mi si perdona il termine, che ha prevalso nei risultati pratici su sistemi molto più artificiali e morali come il comunismo ed il socialismo.
Volendo cavillare, una dei pochi divertimenti economici a cui possono indulgere gli uomini della mia età, si potrebbe approfondire il ragionamento abbandonando l’empireo delle parole in ismo e passando ad economia e finanza.
L’economia può essere considerata sostanzialmente apolitica, nel senso che è una forma di organizzazione di quello che rimane il secondo più grande talento dell’uomo: la trasformazione delle risorse ambientali in modo che esse divengano disponibili più comodamente e più efficientemente. In poche parole: il lavoro.
L’economia, a mio parere, può essere morale. In un sistema libero nel quale la politica giochi un ruolo marginale, l’economia contiene in sé una disciplina di regolazione che ne consente un’evoluzione virtuosa.
La competizione di efficienza, che è alla base della trasformazione delle risorse, premia coloro che hanno idee e metodi più brillanti. Il rapporto tra qualità delle merci e dei servizi prodotti ed il loro costo è costantemente regolato dall’apprezzamento di chi acquisisce.
Nel lavoro e nella produzione c’è quindi spazio per l’iniziativa, la creatività e l’orgoglio di essere artefici di prodotti e servizi che, altrimenti, non sarebbero stati disponibili o disponibili a qualità meno eccelsa.
Lo spazio per la morale si crea quando, ad esempio, la cupidigia dell’arricchimento è mitigata dal desiderio di assemblare la propria produzione in una maniera unica, personale, sovente irripetibile. Una sorta di serializzazione dell’arte che fa di un artigiano o di un industriale qualcosa di più di un semplice produttore.
Altro opportunità morale è quella che vede il lavoro non solo come sistema per perseguire la propria soddisfazione, ma anche come veicolo per migliorare la società in cui si vive in funzione di un guadagno che, probabilmente, non si potrà esigere nel corso della propria vita, ma rappresenterà un lascito per chi verrà.
A tal proposito cito l’esempio di Adriano Olivetti o, più banalmente, quello dei contadini che piantavano olivi essendo perfettamente consapevoli che solo i figli avrebbero potuto godere dei frutti.
La finanza, viceversa, è una virtualizzazione dell’economia che ha sviluppato vita propria ed indipendente. Partendo dalle quote di proprietà di aziende produttrici di beni e servizi (in italiano azioni, in inglese più coerentemente shares ) la finanza, che io tendo a vedere come una sorta di derivata prima dell’economia, ha sviluppato una serie di “prodotti” a loro volte derivate seconde, terze, quarte e chi più ne ha più ne metta, che lentamente, ma inesorabilmente, hanno remotizzato il concetto di partenza sostituendolo con un’interazione alla base della quale non è necessario un risultato finito, ma una perpetuazione della fiducia che induca i vari componenti della catena a scambiarsi entità virtuali il cui valore reale diviene infine indefinibile.
E’ evidente che in un sistema di questo tipo non c’è spazio per la morale perché l’unica soddisfazione può pervenire dal profitto che si riesce a realizzare. E’ evidente, parimenti, che il capitalismo è fatto di economia, ma anche di finanza.
Esiste un sistema per moralizzare la finanza? Per come essa stessa è definita, io direi di no.
D’altra parte, già in passato, trarre ricchezza dalla ricchezza stessa è stato considerato immorale. Il prestito che con gli interessi derivanti è forse una delle forme più elementari di finanza, è stato per secoli una forma di discrimine religioso tra chi poteva trarne profitto (gli ebrei, ad esempio) e chi no (i cristiani).
La pretesa di moralizzare il capitalismo, quindi, somiglia sempre di più a quella di raddrizzare le banane e, presa in termini troppo seri, è da considerarsi ridicola.

Nessun sistema può essere perfetto e la nostra vita su questo pianeta è caratterizzata continuamente dal dover dominare situazioni “immorali”. Il capitalismo è solo una di queste e, probabilmente, nemmeno la più preoccupante.
Un tentativo interessante ed ovviamente poco pubblicizzato di regolarizzare il capitalismo realizzato attribuendo un fine etico alla finanza è stato fatto dalla terza grande religione monoteista, quella islamica.
La Finanza Islamica è un argomento che vi invito ad approfondire.
Cito da Wikipedia:
La Finanza Islamica è basata su alcune interpretazioni del Corano. I suoi due pilastri centrali consistono nel fatto che non si possono ottenere interessi sui prestiti (divieto del riba) e che bisogna effettuare investimenti socialmente responsabili. La differenza fondamentale dalla finanza tradizionale è il divieto di guadagnare sugli interessi, dato che l’obbligo di investire in modo socialmente responsabile non è diverso da quelli presenti in varie altre religioni.
[...]
Il credito al consumo, i mutui ipotecari e immobiliari per l’acquisto della prima casa sono impieghi “legittimi” del denaro per il diritto islamico, ma non consentono al creditore il guadagno nella forma di una partecipazione ai profitti. Il risultato è quello di orientare i prestiti agli investimenti produttivi, gli unici che permettono una remunerazione, compatibile con il diritto islamico. Per il credito immobiliare e al consumo non è riconosciuto il costo-opportunità del denaro, pari a un interesse risk-free, ovvero quanto avrebbe potuto guadagnare il creditore se avesse investito altrimenti, tenendo conto che la garanzia del bene elimina il rischio del prestito.
E’ ovvio che un sistema finanziario di questo tipo può funzionare se e solo se tutti rispettano le regole e, cioè, la morale (e in particolare una certa morale) diventi legge dello stato.
Questo, come alcuni di voi avranno già immaginato, è, nei fatti, una forma abbastanza subdola di teocrazia.
Quindi o l’immoralità del capitalismo o la morale (forzata) della teocrazia?
No, secondo me esiste un altra via, la terza via che mi tengo sempre di riserva.
Io credo che l’unica vera alternativa sia quella che lo scopo primario della vita si sposti dal sostentamento alla comprensione delle cose e verso il senso di elezione che si vive quando una creatura educata ha la fortuna di procedere nel lungo percorso di apprendimento che ci viene messo a disposizione in questo universo così vasto, misterioso ed affascinante.
E’ ovvio che questo anelito è, per ora, una straordinaria utopia che stride con la realtà di miliardi di esseri umani condannati a trascinare la propria esistenza tra fame, malattia e povertà.
Purtroppo anche un laico come me ha bisogno del suo Giudizio Universale e della grande pace che dovrà seguirne.

waz…mi serve più tempo per leggerlo tutto
per ora ti lascio un saluto, capo
Ciao Dave.
Anche oggi ho consapevolizzato qualcosa.
Grazie
spero caldamente di non aver ispirato io l’uso di consapevolizzare che mi dicono abbia regolare cittadinanza , ma che, sinceramente, priverei del passaporto
Non proprio. L’economia può autoregolarsi in senso virtuoso SOLO SE la politica fa seriamente (quindi non troppo marginalmente) il suo dovere di regolatore e controllore. Quando la politica rinuncia al suo ruolo, come è successo negli ultimi decenni in buona parte del mondo, i risultati sono quelli che vediamo oggi.
L’economia contiene due semi: uno buono e uno cattivo. Qualcuno si deve occupare di far cescere quello buono, e di estirpare sul nascere tutto quello che nasce di cattivo, altrimenti la natura ci insegna che quello cattivo vince.
Quando poi arrivano le cavallette della finanza, allora c’è poco da fare: bisogna solo mettersi al riparo.
Esatto. Non si può raddrizzare la banana; bisogna buttarla e scegliere un altro frutto. Ma nessuno ha veramente intenzione di fare questo passo.
Non sono d’accordo.
Le regole che deve imporre la politica sono, secondo me solo quelle relative a trasparenza, onestà e fiducia, provvedendo a stabilire pene severissime per chi approfitta criminalmente delle infinite possibilità che offre un sistema libero.
Appena si deroga da queste limitazioni ponendo, anche marginalmente, sotto il controllo della politica la produzione, la ricerca e l’evoluzione tecnologica, si entra in un sistema diverso che, come sappiamo, non ha funzionato.
Io credo che aldilà dell’utopia con la quale ho chiuso il post, una via che offra libertà di scelta e tutela reciproca sia possibile se la gente è culturalmente educata a non approfittarne.
Sto parlando, ovviamente, della Norvegia, Svezia, ecc. Praticamente Marte.
Ho diverse obiezioni a proposito del tuo post.
Innazitutto, in tutti i buoni libri di economia, è scritta la definizione che suona più o meno così: “L’economia è la scienza finalizzata alla crescita della ricchezza”.
Da questa definizione, è già chiaro che l’economia non è affatto una cosa neutra. Secondo me, non è neanche una scienza, al massimo si potrebbe definirla una disciplina. In ogni caso, è evidente che l’economia ha già un fine in sè: chi ci dice che sia un fine augurabile?
Alla fine, è fin troppo evidente che per prima deve starci la politica. In fondo, negli ultimi decenni, abbiamo proprio assistito alla defezione della politica. Ciò che si è chiesto ai governi, è in fondo di aumentare il PIL, tutto il successo sta tutto nell’anadamento del PIL.
In una frase sibillina, nel rispondere al BuonPeppe, dici che già sappiamo che non funziona un intervento del governo su produzione, ricer4ca ed evoluzione tecnologica. Non capisco a cosa tu ti riferisca. Tra l’altro, mi pare inevitabile, ed accade anche oggi. La legge salvafiat salva la produzione di autovetture, la ricerca viene finanziata dalla UE in comparti rigidamente definiti.
Ma il punto fondamentale è che la politica deve definire la morale pubblica: se ti sbracci per massimizzare la produzione, se il successo del governo come quello del singolo individuo si misura in euro, come pretendere che non si rubi? Solo con la religione, e questo funzionò abbastanza fino all’ottocento, anche nei paesi cristiani. Ora nessuno ha paura di finire all’inferno, e dobbiamo inventare qualcosa di diverso, che non può essere di avere tutti educati e consapevoli: questa sì è la vera utopia!
Chi di noi è in grado di apprezzare la qualità delle cose, la qualità della vita, il valore di una semplice passeggiata nei boschi, bisogna che lo comunichi, e che si abbia un governo che garantisca la preservazione dell’ambiente. E questo non influenza l’economia?
Così si torna all’inizio: basta con questa supremazia dell’economia, prima viene la politica, e dev’essere la politica a definire il quadro economico.
Se andiamo a cercare tra le definizioni ne troviamo tante, e sinceramente quella che tu hai riportato mi sembra scritta dal classico squalo. Un’altra, molto più neutra, è quella fornita dal De Mauro: “scienza che studia i processi di produzione e distribuzione delle ricchezze all’interno di un sistema sociale e politico“.
Comunque sono d’accordo con te, la politica deve venire prima dell’economia, non per “controllarla” nel senso deleterio del termine, ma per definire le regole e fornire a chi di dovere gli strumenti per bloccare eventuali derive. Cosa che la politica da decenni ha rinunciato a fare, ufficialmente per sviluppare il “libero mercato”. Il risultato lo stiamo vedendo…
PS: dove è finito il mio commento di ieri sera? Non ci avevo scritto niente di compromettente
Scusami, ma non mi pare che siamo d’accordo per niente. Per me, questo è un punto fondamentale. Non credo al mercato, e non credo soprattutto alla religione del mercato che si autosantifica, proprio prendendo il PIL come parametro sacro per definire cosa sia meglio. Siamo prigionieri di un meccanismo automatico che ha messo l’umanità sotto scacco. L’evoluzione tecnologica, lasciata a questo fantomatico mercato, ha stravolto la nostra vita perfino nei suoi aspetti più intimi. Quindi ripeto: prima la politica. Decidiamo ciò che vogliamo con una decisione esplicita e consapevole, piuttosto che basandoci sulla soluzione che porta più ricchezza: questo parametro per me vale meno di niente. Dire che il mercato si autoregola, significa soltanto deificarlo. E’ come se accettassimo come scelte collettive quelle che fanno andare all’inferno il numero minimo possibile di persone. A molti sembrerà un criterio stupido, ma non vedo perchè il PIL come criterio dovrebbe apparire meno stupido (naturalmente, estremizzo).
A me sembra che diciamo la stessa cosa.
Magari ancora non mi sono svegliato…
Beh, se lo dici tu, perchè non crederti? A me non sembrava, ma non insisto, non posso sostituirmi a te.
Non capisco però dove sia finito l’autore del post, sembra che se ne sia disinteressato (o si sarà pentito di ciò che aveva scritto?). In fondo, era a lui che obiettavo: vorrà dire che l’ho già convinto.
Eccomi
stavo cercando di dare il mio contributo al PIL.
Io non ho letto buoni libri di economia e nemmeno cattivi libri.
Scrivo ciò che penso che, ovviamente, può essere sbagliato e cerco di imparare dalle risposte.
Credo nel lavoro degli uomini e nella loro capacità di organizzare utilmente le risorse della natura. Chiamo questo lavoro. Il vantaggio derivante dal lavoro in termini di maggior cibo, salute e tempo libero lo chiamo economia.
L’aggio derivante dal danaro lo chiamo finanza e non mi entusiasma.
Per controllo politico dell’economia intendo il socialismo reale o comunismo.
La storia ci insegna che ha avuto effetti nefasti sulla qualità della vita delle persone e, per me, vuol dire che non ha funzionato.
Non mi piacciono i dogmi. Di nessun tipo.
Sono stato frettoloso ed è uscita una cosa diversa da quello che avevo in mente.
Quando ho detto che la politica deve regolare e controllare, non intendevo mettere l’economia “sotto il controllo della politica” nel senso che (purtroppo) siamo abituati a dare a questa espressione.
Compito della politica è fissare leggi chiare, semplici e rigorose di funzionamento, e dare alla magistratura i mezzi per intervenire in maniera rapida ed efficace quando queste leggi non vengono rispettate. Deve cioè creare e mantenere l’ambiente giusto affinche cresca un’economia sana e proficua per tutti. Ma credo che su questo siamo d’accordo.
Il motivo per cui oggi ci ritroviamo in questo casino è che la politica non ha svolto i suoi compiti lasciando che nell’economia si sviluppassero le tendenze peggiori, a volte addirittura sostituendosi agli stessi operatori economici oppure diventando servi dei peggiori banditi.
Il libero mercato, così come ci viene venduto da decenni, è una bufala che non può funzionare, se non a beneficio di pochi squali. Il mercato funziona nell’interesse comune solo se è ben regolato e controllato: dalla legge, non dall’interesse politico.
Io non ho mai capito come funziona la borsa, non ho mai voluto capirlo. In questi giorni ho ricominciato a vangare il mio orticello di 15 metri quadri, non si può dire che mie siano braccia rubate all’agricoltura!
I’d like to visit it…one day
capire la borsa vuol dire capire il sistema che ci governa. forse per questo che è così difficile.
ma capire questo è una svolta. una volta assodato chi ha le redini del mondo finanziario poi è tutto in discesa
Capire certi meccanismi, capirli veramente è estremamente difficile, per me. E’ proprio il caso di dire “o la Borsa o la Vita!”, io scelgo la Vita.
Grazie, molto interessante…
Il tuo ragionamento parte dall’assunto che così come le banane non si possono raddrizzare così il capitalismo non si può moralizzare e che dunque l’Europa (deliziosamente romantica) s’illude quando propone di uscire dalla crisi imbragandolo in una serie di regole che, se gli venissero veramente applicate, finirebbero, giocoforza, per privarlo di quella “genuinità” che gli ha consentito fin qui di prevalere nei confronti di altri sistemi nati dalla mente degli uomini, piuttosto che dalla loro pancia.
Può essere vero, ma anche no, dipende da che regole parliamo.
La domanda é questa: il capitalismo é davvero estraneo a qualsiasi regola morale? meglio ancora, addirittura rovesciando i termini della questione, il capitalismo può fare veramente a meno di regole morali?
Non pare ascoltando quel che Benjamin Franklin consiglia al suo aspirante tradesman:
“Considera che il tempo é denaro, chi potrebbe guadagnare col suo lavoro dieci scellini al giorno e per mezza gornata va a spasso o poltrisce, anche se spende solo sei pence per i suoi piaceri deve considerare che oltre a questi ha speso altri cinque scellini, o meglio li ha buttati”
e ancora:
“Considera che il credito é denaro […] chi paga puntualmente é il padrone della borsa di tutti […] perché può sempre prendere in prestito tutto il danaro di cui i suoi amici non abbiano bisogno.”
oppure:
“ il colpo del tuo martello che il tuo creditore sente alle 5 del mattino o alle 8 di sera lo tranquillizza per sei mesi.”
e via discorrendo.
Non dico che Benjamin Franklin sia il vangelo, però le sue raccomandazioni paiono sensate. Il fatto che a molti non piacciano non vuol dire che non esistano. Sono le regole di fondo del capitalismo così come lo abbiamo conosciuto fin qui.
Ed é proprio perché non tutti le rispettano che ciclicamente il capitalismo fa crac.
Naturalmente non credo che questa sia la verità, ma di sicuro é un altro modo di vedere la questione.