California


Di ritorno da Vienna devo fermarmi a Monaco. Sembra che ci sia qualcosa di interessante da vedere, un’idea innovativa, roba tedesca. Per questo prendo un taxi e mi inoltro nella periferia della capitale bavarese. Lo stabilimento della BMW, poi l’Allianz Arena, il tassista greco che pretende di farmi da guida ha stabilito una sorta di patto mediterraneo unilaterale al quale cerco di aderire con gentili cenni del capo. Questa, d’altra parte, è la mia vita: Parigi, Londra, Lussemburgo, Vienna, Madrid, queste città, tranne rare eccezioni, le vivo solo per tramite di alberghi squallidi e periferie che sono tutte disperatamente uguali nella loro desolazione.

Arrivo infine negli uffici dell’istituto di ricerca industriale.Il tizio si chiama Hans o Heinz, non ho capito bene, e mi snocciola in un inglese perfetto quindici minuti di banalità prima che io stacchi definitivamente la spina e inizi a ragionare mentalmente su quante probabilità ho di prendere l’aereo della sera. I tedeschi stanno vivendo un momento di splendore, te ne accorgi già quando percorri i fori imperiali dei loro lussuosi aeroporti, ma questo non vuol dire che abbiano sempre buone idee. Quello che Hans o Heinz comecazzosichiama mi sta raccontando è una sequela di stupidaggini che il mio gruppo di lavoro ha già archiviato da mesi. Così, mentre maledico silenziosamente l’intermediario che ha organizzato l’appuntamento, mi alzo e prendo l’uscita lasciando Heinz o Hans a bocca aperta. Prima o poi arriverà anche lui alla condizione mentale che consente di apprezzare l’economia nella comunicazione.

Stavolta il tassista è tedesco. Si fa tutta la strada verso l’aeroporto con flemma vagamente alcolica. Così, quando capisco che non ce la farò mai a tornare a casa, mi viene l’ansia all’idea di passare l’ennesima notte in una camera d’albergo con la consapevolezza di dissipare la mia vita come se valesse ancora meno di quanto la valuto io. Perciò, quando vedo un volo per Napoli di lì a un’ora, sapendo che la mia bambina è tranquilla con sua madre, faccio una pensata folle e con meno di duecento euro, mi pago un viaggio nel passato.

vnn

§

Ho dormito poche ore. Sono arrivato a casa dei miei genitori che era già notte. La mattina me li guardo cercando di capire quanta strada abbiano fatto dall’ultima volta che li ho visti. Mi sembra che stiano bene, è solo che i loro occhi hanno una luce diversa. Ho poco tempo prima di tornare nel presente, per questo cerco di non perdermi in speculazioni inutili. Voglio usare un paio d’ore per pagare un vecchio debito, per questo prendo l’utilitaria di mio padre e vada a casa della madre di Luis.

A Salerno piove. Alla vista del mare grigio e del cielo torvo che lo sovrasta sento una stretta di emozione alla quale mi rifiuto di cedere. Sulla foce del fiume, i gabbiani volteggiano aprendo le ali nel vento teso. Nell’aria c’è odore di salmastro e dell’immondizia che marcisce lungo gli argini dell’Irno. Mi faccio con pazienza tutto il traffico pensando alla faccia di cazzo di Luis e a quello che può essere successo al suo corpo vasto e florido a sei mesi dalla morte.

Mia zia, la madre di Luis, si muove appesa a una stampella. All’inizio nel vedermi ha una specie di soprassalto, ma poi capisce che non sono il figlio e mi abbraccia con quella affettuosità appiccicosa che è tipica della mia terra e che io non ho mai imparato a sopportare. Mi porta nella stanza di Luis per cercare la chiave dello scooter che hanno deciso che devo prendere io come saldo dei debiti che il figlio non potrà più pagare. Mentre mi prepara il caffè, io scosto leggermente la scrivania e trovo la scatola segreta di Luis esattamente dove gliel’ho vista riporre quattro anni fa, quando ci siamo visti per l’ultima volta. Dentro ci sono degli orologi, un sacchetto di fumo, un paio di scatole di preservativi, delle foto di Luis in qualche città russa circondato da puttane. Ha la faccia stravolta, sicuramente è drogato, ubriaco o entrambe le cose insieme, la camicia sbottonata, i pantaloni stazzonati e le mani infilate tra le gambe di una e il seno di un’altra. Poi, avvolta in uno straccio sporco di grasso, quello che ero venuto a cercare. Come avevo sempre sospettato, la vecchia Beretta 7.65 di Luis ha la matricola abrasa. Solo uno come lui poteva essere così coglione da girare con un’arma di cui non conosceva la storia infilata nella cintura, come un camorrista qualsiasi. La prendo delicatamente con lo straccio, cerco di darle una ripulita e me la metto in tasca. Poi, prima di rimettere a posto la scatola, prendo anche le foto con le puttane. La figlia di Luis ha sedici anni e un’intera vita per ricordare suo padre. La chiave dello scooter è nel cassetto, insieme alle pillole per la pressione, gli occhiali da vista ed ad un pacchetto di gomme americane ormai stantio.

La mamma di Luis non può scendere in garage e per me è una benedizione. Io entro, abbasso la serranda e scarico la 7,65. Con le pinze e la morsa apro le cartucce e butto la polvere nel lavandino. Le pallottole le ammacco a martellate, i bossoli me li metto in tasca. Poi smonto quel ferrovecchio e con una gioia che non provavo da tempo ne riduco ogni parte in un rottame informe usando la mazzetta da muratore.
Ora che sono più tranquillo mi studio un po’ lo scooter. Ci vogliono pochi minuti per capire che è da buttare. La testata perde olio, le gomme sono marce, i dischi dei freni rigati ed arrugginiti, le sospensioni inesistenti e, senza grandi sorprese, mi accorgo che libretto e assicurazione sono due fotocopie fatte pure male. Il meglio che posso fare per mia zia è fingere di accettare il regalo e liberarla di quest’altra imbarazzante eredità del suo povero figlio.

Ci vuole un po’ per avviare lo scooter. La batteria è a terra e riesco a farlo partire solo grazie ai cavi che trovo nella macchina di mio padre. Ho già telefonato a una persona che conosco e, grazie a lui, sono stato autorizzato a portare lo scooter a un autodemolitore nella periferia Sud di Salerno. Ora sono nel quartiere portuale e mi toccano circa trenta minuti di guida su un mezzo scassato, senza documenti e con i rottami di una pistola sotto la sella. C’è una schiarita e sembra che abbia smesso di piovere. Valuto lucidamente i rischi, mi metto il casco e parto.

§

Salerno rima d’Inverno. La mia città, del tutto ignara della divergenza temporale lungo la quale mi sono avviato, risplende luminosa nella curva sensuale del golfo. Io procedo lentamente, ora che si annuncia il pomeriggio, tra le strade lungo le quali ho speso fatica inutile e fede mal riposta. Guido prudente, cercando mentalmente di evitare gli agguati delle pattuglie nei posti che, in fin dei conti, sono sempre gli stessi. A bordo dello scooter di Luis è come se parte della sua leggerezza si fosse impossessata di me. Io, la gelida mente micidiale, mi prendo una vacanza da me stesso e mi godo questa corsa in moto come se fossi il ragazzino che non sono mai stato.

Quando arrivo sulla strada Litoranea, mi viene in mente il racconto di Eliana. Quanto sono diversi i suoi occhi dai miei. Lei ha orrore del disfacimento, io ne sono mortalmente affascinato. La lunga successione di stabilimenti balneari abbandonati alla furia del mare, le case diroccate, gli angoli anneriti dai falò delle zoccole, le piattaforme di cemento dai ferri arrugginiti, i frigoriferi abbandonati, le casupole di lamiera ondulata dove vendono carciofi arrostiti, la terra abbandonata a se stessa e quella urbanizzata senza nessuna cognizione mi raccontano di un mondo dove finalmente è giunta la pace con la vittoria definitiva dell’entropia e l’abbandono di ogni resistenza da parte di chi avrebbe voluto stabilire un’armonia nell’universo. La strada, stretta tra il mare, lo scheletro di una pista ciclabile e il nulla è lucida di pioggia, circondata da carta, bottiglie di plastica, cocci di vetro e l’onnipresente merda di cane. Non mi sono mai sentito più a casa di adesso.

Arrivo infine all’ingresso dello scasso. Mi viene incontro l’uomo di fatica, un marocchino, che prende lo scooter e sparisce fra i cumuli dei rottami ammassati. Io entro un attimo nel container che fa da ufficio e scambio qualche parola col titolare. Gli mollo i cento euro e ci stringiamo la mano.
Mentre mi avvio nuovamente verso l’ingresso, apro la busta di cartone con i rottami della Beretta e li spargo fra i frammenti di metallo che sono ovunque. I bossoli li faccio scivolare nelle fessure di uno scolo. Mi rimangono le foto nella tasca del giaccone. Le prendo e le guardo per un’ultima volta. Ed è allora che faccio caso a quanto veramente ci somigliavamo io e Luis. Se non fosse stato per i suoi occhi chiari, saremmo potuti passare per gemelli. Le strappo in piccoli pezzi che lascio andare al vento freddo che viene dal mare dall’altra parte della strada. Ora Luis è morto per davvero.

VeniceReconstituted-hi

§

Io, lo specialista della pianificazione, mi rendo conto che ho pensato a tutto tranne che a come recuperare la macchina e tornare a casa dei miei per passare qualche altra ora insieme prima di precipitarmi nel tempo che mi appartiene. Decido di non preoccuparmi, anche un surgelato come me può cadere vittima della trappola del ricordo e perdere parte della sua efficienza. E’ per questo che ho sempre evitato accuratamente di essere quello che sono quando si è trattato di avere a che fare con le persone che amo o con quelle che conosco. Deve essere per lo stesso motivo per il quale i medici non curano mai i propri parenti.
Potrei chiamare un taxi, ma mi prende ancora una volta la smania dell’anarchia. Forse, in fin dei conti, io e Luis avevamo più di qualche gene in comune. Mi avvio a piedi verso la città, approfittando della tregua offerta dalla pioggia e godendomi l’aria salsa che viene dalla spiaggia grigia e deserta.

Ormai è qualche minuto che cammino quando passo vicino a quella che un tempo era una specie di discoteca. L’insegna sporge sulla strada consumata dal sale e dalla ruggine, ma si scorge ancora il nome del locale: “California”. Si vede anche il disegno di due tizi col surf sotto il braccio mentre fanno gli splendidi con un gruppo di ragazze in bikini dal seno enorme. Mi scopro a ricordare le spiagge odorose di crema solare di Venice, con i fusti palestrati che facevano esercizi coi pesi sotto le palme in costume da bagno tra le ragazze sui pattini a rotelle. Ma è solo un attimo. Quella specie di finestra su un’altra stagione della mia vita si chiude bruscamente. Di fronte ho ancora due o tre chilometri prima di arrivare in città e nel frattempo riprende lentamente a piovere. Così, mentre giunge prematura la sera, è solo il mio corpo che cammina ancora lungo la strada, mentre col cuore sono già dove amore e dovere mi chiamano con silenziosa urgenza.

Nota dell’autore: Questo è un racconto d’invenzione. I fatti narrati come le persone citate sono totalmente di fantasia.


Informazioni su Comandante Nebbia

Sono stato un uomo mediocre. Ho avuto mille paure segrete e le ho tenute nascoste sotto una coltre di ruvida violenza. Ho camminato a caso e qualche volta mi sono fermato quando non dovevo. Ho muti rimpianti, una rabbiosa rassegnazione e vivo di severi silenzi. Ho amato i pigri pomeriggi d’estate, le stanze ombrose con gli scuri abbassati e i giorni cupi dell’inverno più freddo, quando il cielo grigio minacciava pioggia e i primi lampi squarciavano l’orizzonte.