Coltivare un orto di quindici metri quadrati

Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "Coltivare un orto di quindici metri quadrati" è stato scritto da diabolicomarco

Coltivare un orto di quindici metri quadrati, tre metri per cinque, sembra una sciocchezza. Lavorando con strumenti antichi e sconosciuti le mani, abituate al tocco confortevole di un mouse ergonomico, si intorpidiscono istantaneamente. La terra compatta è dura come pietra, la vanga penetra grazie alla forza inerte del peso del mio corpo da gigante. Il vantaggio si annulla nel momento in cui bisogna sollevare la zolla e rompere la fitta ragnatela di radici di una gramigna fintamente morta ma in realtà solo sopita. La zolla va frantumata, le radici non si spezzano facilmente mentre la schiena, privata del suo naturale supporto imbottito e foderato, scricchiola amaramente.

Le dita, abituate al rimbalzo morbido di una tastiera soft-touch, si illividiscono e compaiono in fretta le prime vesciche.
Poi il lavoro sporco, veramente sporco. Il contenitore per il compostaggio è un universo brulicante di insetti e vermi. Sul fondo la massa è compatta. Avrei forse bisogno di un forcone. Di quelli che i contadini di un tempo forse mai esistito imbracciavano durante le rivolte romantiche. Ma ho solo un rastrello dai denti molli concepito per la crepuscolari foglie d’autunno con cui inutilmente raschio via solo lo strato superficiale.

Era in origine uno strato di erba tagliata, ora è un blocco viscoso e caldo. Lo scopro infilando in quell’ecatombe vegetale le mie mani opportunamente inguantate. Ridicoli guanti di lattice che rimandano ad una idea di igiene e sterilità lontana anni luce. Ridicoli guanti di lattice che si squarciano al contatto con il primo ramoscello secco. Un contatto diretto con una morte che non spaventa. Anche gli effluvi rilasciati da questo cumulo di materia organica in decomposizione non mi disturbano particolarmente. Nulla a che vedere con il tanfo prodotto da quella fetta di petto di pollo panato che, per non dover mangiare pur essendo stato costretto, lanciai sul mobile alto della camera dei miei genitori. L’odore di putrefazione della carne scatena un innato senso di protezione che urla “fuggi!”. Ma qui è diverso pur essendo lo stesso. La morte è un passaggio obbligato verso una nuova vita. Nulla si crea, nulla si distrugge.

Quest’anno le piccole mani di mia figlia hanno depositato nella loro dimora nove piante di pomodoro, tre di cetriolo, sei di fagiolini, quattro di zucchina. E poi erbe aromatiche, rucola, semi di insalata sparsi con gioia. Coltivare un orto, anche piccolo, è un impegno perché le piante sono vive e non puoi dimenticarti di loro, non puoi abbandonarle. Coltivare un orto permette di avere prodotti biologici sicuri ed economici.

Coltivare un orto permette di recuperare il gusto dei “sapori di una volta”. Sapori che non puoi comprare. Di vivere esperienze che, come dice la pubblicità, non hanno prezzo perché non possono essere comprate nemmeno con una mastercard. Mentre mangiavamo i frutti della nostra terra ho chiesto a mia figlia “sai da dove viene questa zucchina?”. Mi ha guardato stupita e mi ha indicato l’orto. Da lì, naturalmente. Penso a alle storie che mi hanno raccontato persone con una esperienza decennale in un asilo nido: molti bambini non sanno da dove vengono le cose che mangiano, hanno una visione completamente distorta di questo aspetto che pure è così basilare. Per mia figlia che ha solo due anni non è così.

Tiro un sospiro di sollievo, per ora.

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So' romano quinni non c'ho voja de fà 'n caxxo! 'na vorta scrivevo su mentecritica ma mmò ce stà twitter...

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