Visita <a href="http://www.liquida.it/" title="Notizie e opinioni dai blog italiani su Liquida">Liquida</a> e <a href="http://www.liquida.it/widget.liquida/">Widget</a>

 

Blood

10 gennaio, 2009 - 7:42 di  
Archiviato in latest




Condividi Blood. dellefragilicose ti ringrazia.
6 letture

Ti Piace MenteCritica?

Just a dummy one

click here for the good stuff

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...
Blood è di dellefragilicose

Leggi tutti gli articoli di

Comments

5 Risposte a “Blood”
  1. gianni tirelli scrive:

    MEGLIO OGGI O MEGLIO IERI?

    Per avere un dato più rispondente alla realtà, dovremmo chiedere a quel miliardo e cinquecento milioni di denutriti, se il mondo in cui oggi viviamo è meglio di quello passato.
    Dovremmo chiederlo a tutti i civili iracheni e di tutte le guerre moderne, dilaniati dalle bombe intelligenti, dall’uranio impoverito, dal fosforo e batteriologiche.
Dovremmo chiederlo a tutte quelle persone sacrificate sull’altare del progresso, devastate dall’amianto, dalla diossina, dai pesticidi, diserbanti, metalli pesanti e affini e, da un’inquinamento endemico, che miete sistematicamente sempre più nuove vittime.
Dovremmo chiederlo ai bambini abusati, seviziati e mercificati in tutto il mondo – ai corpi senza un nome, espiantati dai loro organi.
Potremmo chiederlo alle vittime di Chernobyl e ai loro familiari, ai morti per droga, per incidenti stradali; ai morti sul lavoro, ai clandestini in fondo al mare.
Dovremmo chiederlo agli ebrei dei forni crematori, ai giapponesi di Hiroschima e Nagasaki, e a tutte le vittime dell’industria bellica, dell’industria chimica, dell’industria della menzogna.
    Se il mondo in cui oggi viviamo, è meglio di quello passato, dovremmo chiederlo all’acqua, all’aria, agli alberi e agli uccelli. Lo chiederei alla notte, al silenzio, alla compassione, alla felicità e alla bellezza. Lo chiederei alla speranza e alla solidarietà. Lo chiederei al mio cuore, che adesso non risponde.

    Gianni Tirelli

  2. gianni tirelli scrive:

    ONDE DEL PORTO ONDE SISMICHE RADIAZIONI NUCLEARI E GHIACCIO. AGITARE CON FORZA E SERVIRE –

    “Immaginate una capanna nel deserto, prima di costruire una casa dentro le mura della città. Vorrei nella mia mano raccogliere le vostre case, e come il seminatore, disperderle sui prati e le foreste. Le vostre strade vorrei fossero valli, e i vostri viali verdissimi sentieri, perché possiate a vicenda cercarvi tra le vigne e giungere con l’abito profumato di terra”.

    Alla devastazione del terremoto e dell’onda tsunami, vanno poi sommati tutti quei danni (mai considerati e relativi all’inquinamento marino), prodotti dai milioni di tonnellate di una serie infinita di materiali tossici e non degradabili che finiscono in mare, trascinati ed inghiottiti dalle onde di risacca. La plastica non si bio-degrada ma si foto-degrada – si scompone in sempre piú piccole particelle tossiche che automaticamente entrano nella catena alimentare, come parte del cibo ingerito dagli organismi marini. Ai danni incalcolabili, provocati dalla distruzione e, agli oneri, altrettanto esorbitanti della ricostruzione, vanno aggiunti i costi di bonifica, del territorio devastato e, i relativi al disastro ambientale. Per non parlare poi dei danni morali, psicologici ed esistenziali che, come un macigno, graveranno, per generazioni, nella memoria e sull’inconscio della gente. La possibilità, non remota, che una tale tragedia si possa ripetere, li costringerà a vivere in uno stato di allerta perenne e di paura, difficilmente riassorbibili e che condizioneranno ogni tipo di scelta, che sia pratica o emotiva. Si, è vero, in tanti hanno perso tutto ma, sorge il dubbio che, molti avessero troppo di tutto e nulla di . Ha perso poco chi non aveva niente e, per un tale motivo, ha poco da rimpiangere. Quella devastazione ricoperta di neve e resa ancor più tetra dal silenzio raggelante della fine, mi riportano alle immagini del nazismo dove, l’angoscia prodotta da uno scenario infernale, è resa ancora più apocalittica dall’assenza di fuoco. Atmosfere surreali, permeate di un dolore così profondo, a tal punto incomprensibile e indicibile, da paralizzare ogni moto di coscienza, emozione e capacità di giudizio critico. Com’è possibile che un popolo, messo in ginocchio dalla bomba atomica e che, fino a ieri, è vissuto nell’incubo delle radiazioni, abbia concentrato il suo approvvigionamento energetico sulle centrali nucleari? Esorcizzare la paura, dando ospitalità al Diavolo in persona, è indicativo di follia pura, applicata alla realtà, e ci consegna uno spaccato inquietante di una “modernità canaglia” che ha anteposto il primato tecnologico e la stupidità, al buon senso e alla ragionevolezza. Come possiamo minimamente pensare, di potere imprigionare la potenza del male, dentro quattro muri di cemento, per poi ricavarne energia pulita? Cosa c’è di pulito quando poi, tutto intorno, una montagna di sterco radioattivo rilasciato dall’immondo culo di Satana, contamina e brucia ogni speranza di vita e di felicità?
    Abbiamo concepito un mondo di orrore, intriso di dolore e di morte, costruito sulle sabbie mobile della nostra presunzione, dell’arroganza e di un’effimera vanità – chiamato conoscenza la profanazione e la violazione, libertà la licenza e, progresso e sviluppo, la catastrofe ambientale. La vendetta della Madre Terra, presto, si renderà palese in tutta la sua potenza, violenza e crudeltà, senza sconti, per sancire, ancora una volta, la sua volontà trascendente e la logica suprema delle sue imperiture ragioni. Tutte le centrali nucleari al mondo, per un motivo o per un altro e, causa le interazioni impreviste o predestinate di fattori che esulano dalla nostra capacità di analisi, logica e di comprensione, sono destinate ad esplodere. Soltanto un secolo fa, lo stesso terremoto, sarebbe stato vissuto dal popolo del Giappone, come una grande paura e, segno di una potenza e di un volere soprannaturale, volto ad ammonire gli uomini da imprudenti voli pindarici, rammentandoci provvisorietà e limiti. Certo, si sarebbero contate vittime, umane e animali, disagi, la distruzione di villaggi, case di legno e coltivazioni, ma tutto nella norma e tutto ricomponibile come all’origine. Con quale animo e coraggio, oggi, i giapponesi, si avviano alla ricostruzione? Una tale “lezione”, dovrebbe indurli a ripensare ad un diverso progetto di sviluppo, autenticamente sostenibile, fondamentalmente etico e rigorosamente rispettoso dell’ambiente e, a rivedere i presupposti, i perché e le convinzioni che li hanno indotti a tali insensate scelte.
    Le grandi concentrazioni urbane – sulla linea di Hong Kong – sono destinate alla paralisi e al rischio di implosione. Se non riconvertiamo il Sistema liberista necrofilo, in un modello di sviluppo più attinente all’originaria natura umana e, ai suoi bisogni primari ed essenziali, non vedremo nessuna luce oltre quel muro, di vergogne e di menzogne tecnologiche che, da troppo tempo, oscura il futuro dei nostri figli.
    “Immaginate una capanna nel deserto, prima di costruire una casa dentro le mura della città. Vorrei nella mia mano raccogliere le vostre case, e come il seminatore, disperderle sui prati e le foreste. Le vostre strade vorrei fossero valli, e i vostri viali verdissimi sentieri, perché possiate a vicenda cercarvi tra le vigne e giungere con l’abito profumato di terra. Ma questo non può ancora succedere. I vostri antenati, paurosi, vi radunarono insieme, troppo vicini. E in voi durerà ancora la paura. E le mura delle vostre città, separeranno ancora dai campi i vostri focolari”. Gibran –
    Non è la tragedia giapponese che ci deve fare riflettere sulla validità o meno, dei nostri comportamenti, ma la quotidianità caotica, maleodorante e irrespirabile che ci sommerge, annullando in noi, ogni motivo di vera felicità e di libertà. Il Giappone, deve trarre, da questa immane calamità, le ragioni per una nuova e ritrovata consapevolezza, abbandonando la corsa ad ogni effimero primato tecnologico. E’ finito il tempo di grattacieli luccicanti e sfavillanti, di metropolitane super veloci e di milioni di luminarie che, eternamente, oscurano il cielo. Quando la terra era piatta, il buio governava le notti, e meravigliose creature di altri mondi scendevano sulla terra per abitare i sogni degli uomini. Oggi, accecati dalla luce rovente della modernità, ci hanno lasciati soli per sempre, svuotandoci da ogni passione. Ed é nel sentimento della passione, che attingiamo le risposte ai nostri interrogativi e, senza la quale, non può esistere alcuna forma di vita, essendo, la nostra esistenza, una sua estensione. Il frenetico adoperarsi di api e formiche, nel loro instancabile e incessante andirivieni strutturato da regole ferree e codici etici, è l’espressione di una volontà e di un’intelligenza superiore che attingono la loro energia nel sentimento della passione. Oggi, non siamo che termiti!
    Gli stessi “schiavi” d’Egitto, innalzarono le piramidi sotto la spinta propulsiva di una smisurata passione. E non era il denaro, il potere e la vanità, lo spartiacque fra la gioia e il dolore, fra la vita e la morte e fra la bellezza e l’orrore, ma quella capacità di amare e di sperare che, da sempre, avevano contraddistinto gli individui delle civiltà del passato – un mondo perfetto, messo a tacere per sempre, dalla stupidità dell’uomo moderno.
    La passione deterge, purifica, rigenera, forgia la volontà ed è messaggera di bellezza – trascende ogni debolezza e paura, per dare forma e contenuto alle aspirazioni umane, suggerendo all’uomo, il significato della vita.
    “Quale passione, oggi, arde nel cuore di quest’uomo? Quale spirito divino alberga nella sua anima? Da quale pozzo, misura il livello della sua felicità e, l’acqua di quale torrente, ristora e placa l’arsura della sua sete di conoscenza?”
    L’immagine raccapricciante di quest’epoca insensata, pregna di relativismo, è la rappresentazione iconografica di un’umanità svuotata da ogni più remoto barlume di passione e di bellezza. Un mondo affollato di anime dannate che, al pari di cavallette fameliche, si agitano impazzite dentro il caos di pensieri schizofrenici, vagando avanti e indietro, senza una meta e una qualsiasi comprensibile ragione, lasciando dietro di loro, morte, dolore e distruzione. Tutto questo, ha innescato un processo di necrosi che, dal tessuto sociale, si è esteso all’ambiente tutto, compromettendo irrimediabilmente, ogni auspicabile e radicale riconversione e più remota speranza.
    Per tanto, non esiste una via di uscita da una tale condizione! E’ partito il conto alla rovescia e, il Sistema, come una bomba ad orologeria, è sul punto di esplodere. Gli individui, della società delle illusioni, ricurvi sulle loro debolezze, paure e, incapaci di qualsiasi rinuncia, si sono resi responsabili e complici di quell’immane tragedia che segnerà un punto di svolta radicale e di non ritorno, nella storia dell’umanità.
    Sentire ancora oggi, parlare di ricerca, di crescita, di sviluppo e, delle semplificazioni relative al fare impresa, come le inderogabili soluzioni alla crisi, è come rendere libera la pesca, epurando il suo regolamento da, licenze, normative e divieti, ben sapendo che di pesci nel mare, non ce ne sono più. E non solo di pesci!!

    Gianni Tirelli

  3. gianni tirelli scrive:

    IL PARTITO DELL’AMORE…. A PAGAMENTO

    BERLUSCONI – 27 settembre 2009 – “Un’altra cosa ha fatto questo governo, abbiamo introdotto la moralità !!!!! “

    Quelle che definiscono “escort”, sono la risposta ad una domanda, che non arriva dai metalmeccanici o dai portuali, ma da quell’oscura borghesia industriale che si è arricchita con le clientele, le mazzette, la corruzione e il ricatto, ed è responsabile della catastrofe ambientale. Sono quelli che coltivano l’arte del nulla, totalmente avulsi da tutto ciò che si può definire cultura, introspezione e consapevolezza. Sono i Berluscones; quelli che fanno della menzogna una regola relazionale – che spacciano licenza per libertà, e propaganda per verità. Sono quelli che ingaggiano le “escort” (che solitamente, chiamano puttane), pagandole fior di danari sporchi, per poi, al primo allarme, rinnegarle, insultarle e giudicarle; ma, ciò che è davvero infame; mortificarle di fronte al mondo.
    Sono i nuovi cattoliici del terzo millennio, quelli che poi si confessano e che la Chiesa assolve – quella stessa Chiesa, che non ha voluto celebrare i funerali di Giorgio Welby.
    Sono i servi ad oltranza, senza vergogna; vere “puttane in carriera” che odorano di bordello e di lordume – infelici e repressi, verso tutto ciò che non potranno mai essere e non potranno mai capire. La loro vita, è un contenuto di astio, rancore, frustrazione, verso gli uomini, per invidia, e verso Dio, per essere stato avaro con il numero di neuroni. Li possiamo riconoscere da quell’insopportabile inflessione dialettale, che colora di grettezza il loro chiacchiericcio, dall’espressione infelice e ebete e dal ripugnate aspetto, a conferma di una totale mancanza di intelligenza.

    Gianni Tirelli

  4. gianni tirelli scrive:

    ETTERA APERTA AL PRESIDENTE UMBERTO NAPOLITANO

    E’ finito il tempo delle subdole e ipocrite mediazioni caricaturali e dei silenzi asserviti alle logiche del potere. Qui, o si fa l’Italia o si muore!

    Gentile presidente Napolitano, che cosa sta ancora aspettando, che arrivino i carri armati nelle piazze? C’è un limite, oltre il quale, i concetti di neutralità, di non ingerenza e interferenza (auspicabili in normali condizioni socio-politiche), rischiano di tradire ogni loro vero significato, per trasfigurare in evidente codardia – quando, la realtà delle cose, supera ogni immaginazione.
    E’ Lei, oggi, l’ago della bilancia, il solo che può fare la differenza. Lei, che gode del consenso univoco dei cittadini italiani e di una popolarità seconda solo a Sandro Pertini, non può sottrarsi al dovere civile e morale di porre fine a questa vergogna nazionale e internazionale che scredita e getta fango sui valori di libertà, di civiltà e di giustizia sociale. Fondamenti imperituri della nostra sovrana costituzione.
    Il suo atteggiamento accomodante, caro Presidente, mette in dubbio e vanifica il sacrificio di tutti quegli italiani che hanno lottato e sono morti per liberare l’Italia dal nazi-fascismo, e riconquistare il diritto di una libertà perduta – affermando così, l’inutilità di una tale carica e allineandosi all’ipocrita paura dei suoi predecessori, nella speranza di passare alla storia come un presidente neutrale, super partes e di buon senso. A tempo debito, e alla luce dei fatti e degli avvenimenti futuri, la storia giudicherà e confermerà la stupidità di un tale atteggiamento, permeato di infantilismo politico e qualunquismo che, nella sostanza, rinnega e sterilizza gli ideali e le ragioni, all’origine della sua storia politica.
    Da tutto ciò si evince che il nostro Presidente della Repubblica non ha alcuna consapevolezza della realtà e della gravità della situazione socio politica e quindi, minimizza i suoi atti e comportamenti, adducendone un significato retorico e formale – mettendo a rischio la tenuta dei principi fondamenti della democrazia, e relativizzando ogni parametro di giudizio.
    E’ in discussione la sua buona fede, caro Presidente, l’autenticità dei suoi valori morali ed etici e il suo, un tempo proverbiale, senso dello Stato.

    Definire i nostri magistrati, eversivi e brigatisti rossi, è un crimine politico; ma non solo! Una licenza imperdonabile che, se non ritrattata in tempo (congiunta alle relative scuse e ad accorati “mea culpa”), incide ulteriormente sulla condizione di isolamento del potere giudicante e degli organi di controllo, ultimi baluardi a difesa dello stato di diritto e delle libertà individuali. La magistratura, il CSM, la Corte Costituzionale e i cittadini, sono in attesa, da tempo, di un segnale forte che venga dall’alto – un sussulto di vera indignazione e condanna per una situazione non più sopportabile, ai confini della realtà.
    Il suo assordante silenzio e sterile borbottio, di fronte a tali indegni e deprecabili comportamenti, autoritari, anticostituzionali e criminogeni, rischia di sdoganarli come legittimi, assecondando, cosi, le pulsioni morbose di questa maggioranza politica degenerata, che ha trasformato la sacralità del parlamento in una inquietante pratica di macelleria sociale, a fronte di privilegi, profitti, impunità e di interessi particolari.
    I danni causati al nostro paese, da Silvio Berlusconi, sono la somma, di tre comportamenti significativi: a) Relativi alla sua veste di imprenditore, proprietario di tre reti televisive, in virtù delle quali si pianificano le ragioni e il futuro dei nostri figli, omologati da beceri programmi di intrattenimento, la cui portata diseducatrice e destabilizzante, è totale. b) Al sincretismo diabolico fra il potere privato, il potere politico e la criminalità organizzata. c) Relativi a un modello forviante, esempio negativo, riconducibile alla vita privata di un Primo ministro, avulsa da ogni regola, valore morale, principio etico e ragionevolezza.
    Quella montagna di torbidi interessi in gioco, che ruotano intorno alla “politica” di Silvio Berlusconi e del suo entourage, sono tali e tanti che, una sua eventuale caduta, metterebbe a rischio la sopravvivenza di tutta quella parte marcia e potente del nostro paese (dalla criminalità organizzata fino al più piccolo imprenditore senza scrupoli) che, fino a oggi, è stata garantita, legittimata e protetta da ogni interferenza. Da questo momento, caro Presidente, tutto è possibile e i colpi di coda del Caimano non si faranno attendere. Così, le tre reti Mediaset, di proprietà del Cavaliere, hanno dato il via ad una campagna denigratoria e diffamatoria senza precedenti, avallata e sostenta dal TG della prima rete nazionale, messo sotto scacco dal laido Minzolini.
    I cani da guardia, nelle persone di Vittorio Feltri, Belpietro, Sallusti e banda, sono pronti a sguinzagliare scagnozzi, spioni, sicari e maestri del raggiro per intentare un’operazione di killeraggio politico, mediatico e fisico, fatta di intimidazione, ricatto e dossieraggi e, in linea con le perverse ragioni dei peggiori regimi sud-americani. Le quotazioni, relative al mercimonio dei parlamentari, toccheranno i massimi di sempre e, ogni buon senso e ragionevolezza, si prostituiranno alle lusinghe e alle seduzioni del denaro e del potere.
    Non dimentichiamo inoltre che, tutta la corte scodinzolante di servi, ruffiani, parassiti e puttane, è consapevole del fatto che, una volta detronizzato il Grande Corruttore , per loro sarà la fine e, niente e nessuno potrà mai riabilitarli e riscattarli da una condizione di disonore e di infamia che da sempre ha caratterizzato la loro insulsa e miserabile esistenza. Pertanto, i pretoriani dell’Imperatore, dovranno fare ritorno fra i miasmi e il fetore di quel limbo gelatinoso che, nella cloaca massima romana, consacra la sua originaria derivazione etimologica.
    Per tutto questo, oggi, il rischio di un colpo di stato, è reale e palpabile. Se l’opposizione tutta, le istituzioni, la presidenza della repubblica e la cittadinanza responsabile, non prenderanno coscienza di una tale eventualità, l’Italia e gli italiani, smarriti dentro una cronica letargia , si troveranno impreparati nel contrastarla.
    Per tanto, l’antiberlusconismo, non è un movimento politico o ideologico, ma un irrinunciabile atto di ribellione sociale, etica e morale. Si dissocia, da ogni personalismo, rivendicazione o appartenenza culturale per elevarsi oltre la retorica e la bagarre. L’antiberlusconismo (come l’antifascismo) è una moderna forma di resistenza – un atto dovuto, un dovere civile dal quale, nessuno, si può (o si dovrebbe) sottrarre.
    Un Presidente della Repubblica, ha il dovere, non che, il diritto, di esercitare la sua opera di mediazione tra, maggioranza e opposizione e cercare, in ogni modo, di accondiscendere alle ragioni del governo ma, tutto questo, nell’esercizio del buon senso e dei poteri dei quali è stato investito. Il Cittadino più rappresentativo della nostra Repubblica, che dovrebbe dormire con la Costituzione sul comodino, ha l’obbligo morale e politico, non solo di dissociarsi, ma di combattere e controbattere alle quotidiane farneticazioni di un Primo ministro che, per fatti privati, ha messo sotto scacco l’intera nazione.
    Io mi domando che cosa debba ancora succedere in questo maledetto paese, perché Lei (il nostro Presidente della Repubblica) trovi il coraggio, oltre al senso del dovere, di replicare con forza, alle farneticazioni (e non di un qualunque cittadino), ma di un capo di Governo nel pieno di un delirio di onnipotenza. Questo silenzio omertoso e complice, ha dell’inquietante e prevarica ogni buon senso, ogni logica e razionale motivazione. L’attacco, di delegittimazione, di diffamazione e denigratorio, sferrato contro Roberto Saviano, non solo ha dell’incredibile, ma sconfina nella psicopatia e nel cretinismo. L’autore di Gomorra, da tempo sotto scorta, viene trasformato in un pericoloso terrorista, mentre Vittorio Mangano, consacrato ad eroe – la scuola pubblica un vivaio di novelli bolscevichi e la magistratura, un covo di brigatisti rossi.

    Caro presidente Napolitano, a nome di tutti gli italiani e per il bene dell’Italia, faccio appello a quel sentimento di patria, senso dello Stato e rigore morale che, da sempre hanno contraddistinto la sua storia umana e politica, liberandoci finalmente dall’onta di una vergogna paralizzante, per restituire al paese la dignità perduta.

    Mi perdoni la durezza, Gianni Tirelli

  5. gianni tirelli scrive:

    “LA STORIA DI ALINA”” – DEPRESSIONE: UNA ROULETTE RUSSA

    “La depressione è la perdita della speranza; un’atmosfera dal sapore necrofilo che come una cupola di ghiaccio, avvolge il nostro spirito, costringendolo a un isolamento totale e a una penosa prigionia”

    Alina, figlia di un arcinoto editore letterario milanese, mi confidò un giorno, di essersi innamorata di un affascinante ingegnere informatico di Lucerna (città della svizzera tedesca) che, spesso, faceva visita al padre per motivi di lavoro. “E’ la sola cosa che desidero al mondo”, mi ripeteva con aria trasognata, mentre io, conoscendola profondamente, dubitavo di quella scelta avventata, non ritenendo, il soggetto in questione, e adatto a una personalità così complessa, come lo era quella di Alina; emotivamente fragile e, per molti versi, anticonformista e introversa.
    Lei non era semplicemente bella ed attraente! La naturalezza del suo stile, la classe e il regale portamento, si traducevano in una tale femminilità da incutere un reverenziale timore.
    Ne ero assolutamente ammaliato e avrei giurato che la sua anima, condivideva con la mia, lo stesso identico sentimento. E la sua mente? La sua mente lo sapeva?
    Io non feci nulla per dissuaderla da quel suo convincimento anche se, in cuor mio, ahimè, non presagivo niente di buono.
    Quel giorno si sposò, e tutto appariva perfetto, quasi predestinato, ma in quella sua ilare e, quasi ostentata allegria, io scorsi una pungente vena di dolore.
    A quella festa di matrimonio, c’era tutta la creme della residua borghesia bene di quei tempi e, in quell’apparente sfarzo, si respiravano sobrietà e leggerezza mescolate ad un’eleganza esente da ogni orpello.
    Tempo dopo, Alina con il suo “principe, si trasferirono a Lucerna, in una grande villa rinascimentale con parco all’inglese e porticciolo, sulle rive dell’omonimo lago.
    Ci sentimmo al telefono in un paio di occasioni durante le quali, Alina, mi rassicurava della sua condizione fisica e mi esprimeva tutta la sua felicità.
    Poi, più nulla!! Venni a sapere dal padre, qualche anno più tardi, che era diventato nonno di due splendidi bambini, biondi come il grano e, in quell’occasione, mi espresse tutta la sua gioia e la commozione.
    Alina era felice, e le mie infauste previsioni (solitamente confermate dai fatti),
    dovettero capitolare di fronte alla schiacciante realtà dei fatti. Mi domandavo se fosse reale, il fatto che io potessi volere il male di Alina, e che l’attrazione nei suoi confronti, sconfinando nella gelosia, avesse potuto alterare la mia capacità di analisi.
    Sette anni più tardi, in quell’opprimente, pomeriggio d’inverno milanese, Alina mi chiamò. “Sto male Gianni!!” – mi disse – “Molto male.. e non ce la faccio più”. Mi raccontò della sua depressione, dei ricoveri, in prestigiose cliniche psichiatriche – degli infiniti farmaci e terapie; del dolore insopportabile che si era impadronito di ogni parte del suo essere. Il suo continuo piagnucolio, che faceva da sottofondo al suo sbiascicato rendiconto, quasi mi irritava e, al tempo stesso, mi riempiva di angoscia. “Voglio morire” mi disse alla fine, e non le seppi rispondere. “Ciao, ti voglio un mondo di bene!!”, concluse – e chiuse il telefono.
    Alina aveva tutto ciò che si poteva desiderare, ma non era ciò che voleva veramente. Ma Alina non lo sapeva!

    Il fascino dell’ingegnere, ricco e di buona famiglia, non aveva però rimosso le sue paure, e ne l’incantevole e sognante dimora sulle rive del lago con il suo parco principesco, dentro il quale, splendidi cani di razza si rincorrevano tutto intorno, abbaiando a immaginari e improbabili intrusi. Quei due splendidi marmocchi biondi e bene educati, diversamente dalla normale logica, avevano aggravato ulteriormente la sua già precaria condizione sentendosi, Alina, irresponsabilmente incapace di amare. Ne la corte di domestici, le nersery, i giardinieri, i ricevimenti mondani a bordi della piscina incastonata fra svettanti palme tropicali, avrebbero mai potuto placare la morsa delle sue paure. Quello che veramente desiderava il cuore di Alina, non era nulla di tutto questo; ma Alina non lo sapeva.
    Forse il suo cuore voleva ballare, cantare o correre su una spiaggia di notte a piedi nudi. Avrebbe forse desiderato una modesta casa di campagna o quell’
    abbaino alla periferia della città, e un piccolo cane bastardo e pulcioso che sonnecchiava a piedi del suo letto. Il cuore di Alina voleva un uomo normale, ne aveva assolutamente bisogno. Un uomo con un lavoro normale, ma con un anima, ricca di vera passione e del normale buon senso delle cose. Il suo cuore voleva vivere una vita normale, in un mondo normale, per essere felice il più normale possibile, e stringere fra le sue braccia di mamma i suoi meravigliosi marmocchi biondi. Ma, Alina, tutto questo non lo sapeva.
    Qualche mese dopo quella telefonata, mise fine alla sua esistenza con una potente dose di psicofarmaci.

    Come possono dei farmaci guarire il nostro disagio quando gli stessi, ti possono uccidere?

    La depressione è la perdita della speranza; un’atmosfera dal sapore necrofilo che come una cupola di ghiaccio, avvolge il nostro spirito, costringendolo a un isolamento totale e a una penosa prigionia.
    Lo spirito dell’uomo si nutre di luce e di aria e di una particolare sostanza generata dall’incontro, non che dai rapporti che, ha nostra insaputa, intrattiene con gli altri spiriti della natura.
    Lo spirito dell’uomo (che è energia cosciente, come lo è tutta l’energia), interagisce e, in genere, simpatizza con tutti gli altri spiriti del creato, ma in modo particolare e costante, con gli spiriti della terra, degli alberi e delle erbe.
    E’ una vera e propria simbiosi; uno scambio mutualistico, attraverso il quale si nutrono, si evolvono e si moltiplicano.
    Quella che, oggi, noi chiamiamo depressione, in sintesi, non è altro che il drammatico scollamento che, la “modernità”, ha prodotto fra l’uomo e la natura e quindi fra le varie e infinite entità spirituali.
    Per tali motivi, l’analisi introspettiva, finalizzata a scoprire e rimuovere le ipotetiche cause, relative agli stati depressivi, turbe nevrotiche, ansie e attacchi di panico, rimane strumento sterile e inefficace e, diversamente dall’intento che si prefigge, peggiora ulteriormente la condizione del depresso che considera il suo stato come patologia e malattia.
    Spesso la depressione, come altre tante patologie legate al sistema nervoso, è il risultato della frustrazione derivante dall’incapacità di individuare se stessi, il proprio io e le nostre autentiche necessità. Il condizionamento delle società moderne sulle nostre scelte individuali e, più consone ai nostri reali bisogni, è schiacciante, e altera la nostra capacità di un giudizio critico.
    Gli spiriti dell’uomo “moderno” si sono ridottti di volume e rintanati in un angolo buoi del nostro essere. Non avendo, di fatto, alcun rapporto con gli altri (diversi da loro, per volume e consapevolezza), ne hanno una folle paura, diffidando della loro diversa natura. I loro incontri sono sporadici e casuali, del tutto improduttivi e, contrassegnati da un’acuta sensazione di disagio e smarrimento.
    Il codice di valutazione (per fare un esempio) attraverso il quale, oggi, decidiamo di legarci a qualcuno o semplicemente di innamorarci, ha subito, nell’ultimo secolo, un ribaltamento delle sue logiche, di valori e principi, stravolgendone le priorità, i motivi oggettivi e le finalità. I parametri virtuali hanno sostituito gli originari di sempre, trasfigurando la realtà in contraffazione. Per tutto questo, oggi, decidere di fare delle scelte sulla base delle nostre intuizioni e capacità di discernimento, è come puntarsi alla tempia una pistola armata di un solo proiettile, e premere il grilletto sperando che la fortuna ci assista.

    Gianni Tirelli

Apri la Tua Mente

Esprimi il tuo pensiero...
Per favore, leggi chi siamo e quali sono le regole di discussione
Il primo commento di un nuovo lettore va sempre in moderazione
Puoi sbloccare il commento cliccando sul link contenuto nella mail che ti invieremo
I commenti non confermati tramite click verranno considerati spam
ah, se vuoi essere riconoscibile dagli altri utenti procurati un gravatar!

Aggiungi Gianalessio ai tuoi amici di Facebook. Facebok ha rimosso il precedente profilo. Aiutaci a seguire quello che accade in rete!