Birmania: Questa Non È Un’Uscita
14 maggio, 2008 di harlot
Archiviato in Democrazia e Diritti, Oltre il Confine
Quando le tonache zafferano sfilarono all’ombra delle dolorose pagode birmane, lo scorso settembre, il mondo intero ebbe un sussulto. “Lo fanno per la democrazia! Viva la libertà! Supportiamo la rivoluzione mettendo un bel ribbon sui nostri blog, servirà tantissimo ai monaci!” Il risultato è noto: il moto popolare affogato nel sangue (come già era successo nel 1988), il flusso informativo paralizzato - si, persino nell’era di internet - e la Birmania schiacciata in maniera ancora più opprimente sotto il tallone d’acciaio della junta criminale.

Passati i mesi, la notizia finiva nell’oblio: i blogger toglievano i banner dalle loro colonne; la comunità internazionale tentennava, come al suo solito, senza riuscire ad imporre alcunchè ai generali; il regime si consolidava, preparando il prossimo referendum costituzionale farsa. Ora il Myanmar è un inferno sommerso dalla furia rabbiosa ed implacabile degli elementi. Il ciclone Nargys ha spazzato via interi villaggi di cartapesta, ha reclamato decine di migliaia di vite umane, ha reciso in maniera probabilmente definitiva il rapporto tra il paese ed il resto del mondo, già di per sè molto labile, e l’ha fatto precipitare in una crisi umanitaria gravissima, dagli esiti drammatici ed imprevedibili.
Lo sapevamo già, ma pazienza
Ovviamente la colpa del ciclone non può essere imputata ai militari. Ma la negligenza e l’impreparazione delittuose, quelle si. Nessun cittadino birmano sapeva infatti che cosa si sarebbe abbattuto sul delta dell’Irrawaddy. Nessuno sapeva che Rangoon e dintorni sarebbero diventati un cumulo acquitrinoso di macerie e di cadaveri.
Eppure già dal 29 aprile, tre giorni prima della tragedia, i bollettini della marina e dell’aviazione statunitensi avvertivano che una violenta tempesta si sarebbe abbattuta sul Myanmar sudoccidentale, così come aveva lanciato l’allarme, due giorni prima, anche il dipartimento meteorologico dell’India.
Ma i militari non si sono curati dell’allerta: a parte messaggi molto generici trasmessi alla televisione di stato, non è stata predisposta nessuna evacuazione, nessuna misura di precauzione o di prevenzione. Data la particolare conformità del terreno birmano e la fatiscenza delle infrastrutture, il dramma non aspettava altro che la sua consumazione.

Cartoline dall’inferno perduto
Quante anime si è portato via il ciclone Nargys? I numeri della junta vanno presi con le molle, perché sono numeri dettati da una determinata agenda politica - quella dell’isolazionismo. Più morti equivalgono infatti ad una maggiore pressione internazionale. Le stime ufficiali (aggiornate al 7 maggio) si aggirano sui 27.000 morti; centinaia di migliaia sono le persone rimaste senza tetto; 42mila i dispersi. Ma sicuramente sono di più. Infinitamente di più.
Stando a quanto riporta la rivista Irrawaddy, solo nella zona tra Bogalay, Laputta, Mawlamyaing Gyun e Pyapon i morti sarebbero 80.000 e 700.000 le persone senza casa. La devastazione intorno al delta è totale, e si è spinta fino a Yangon (ex Rangoon, la capitale). Interi villaggi sono stati eradicati dalla faccia della terra. Alcune zone sono state cancellate totalmente dalle mappe. I campi di riso sono allagati (la zona colpita forniva il 65% della produzione nazionale), e sopra di essi fluttuano, sospesi nell’eternità della tragedia, corpi inermi ed in putrefazione che nessuno ha il coraggio di togliere.
Un medico volontario ha detto che sta scoppiando il colera. E non potrebbe essere altrimenti. Il rischio di epidemie è altissimo: misure igieniche inesistenti; l’acqua dei fiumi e dei ruscelli contaminata (l’unica acqua che i sopravvissuti riescono a bere in certe zone); carcasse di animali e cadaveri ovunque; l’elettricità un pallido e sbiadito ricordo; cibo e medicine un miraggio. A Yangon i prezzi dei beni primari sono andati alle stelle - un aumento superiore al 100%.

Questo referendum s’ha da fare
La junta non si è limitata ad ignorare il furibondo pericolo scaraventato dal cielo: sta facendo di tutto per far morire i suoi cittadini. Non è impreparazione o semplice imperizia dovuta alla funesta maestosità dell’evento. E’ una precisa, lucida e folle scelta politica. Asseragliati a Naypyidaw, i militari danno più importanza all’approvazione della nuova costituzione - la quale, scritta sotto loro dettatura, rafforzerà ancora di più la morsa soffocante del regime sul Paese - che alla salvezza dei loro sottoposti.
Gli aiuti, infatti, sono praticamente inesistenti: a Kungyangon, ad esempio, quattro giorni dopo la tempesta, i soldati si sono limitati a portare risibili derrate alimentari per poi rimanere ai bordi della strada a non far nulla. La comunità internazionale, nonostante il recente inasprimento delle sanzioni al regime, si è subito offerta per l’intervento umanitario. Ma i militari, ottenebrati da manie di persecuzione e da assurde paranoie, temono che dietro gli aiuti dei paesi occidentali si possa nascondere un rovesciamento del regime. Quindi niente visti d’ingresso nel paese, niente autorizzazioni all’atterraggio, ostacoli burocratici di ogni sorta che stridono fortemente, quasi urlando, con la drammaticità dell’immediato.
L’ONU ha programmato quattro voli, il primo dei quali è arrivato l’8 maggio. India e Thailandia - due paesi che hanno una stretta relazione con il regime - hanno subito cominciato a mandare cibo, medicine e altri viveri. La Francia ha proposto agli altri paesi occidentali di imporre in sede internazionale l’accettazione dell’intervento umanitario, mentre gli Stati Uniti stanno prendendo in seria considerazione l’ipotesi di sganciare comunque gli aiuti dagli aerei - una scelta coperta dal principio di diritto internazionale secondo il quale la “responsabilità di proteggere” a volte può e deve infrangere la sovranità nazionale di uno stato.
Intanto il tempo scorre inesorabile, impietoso. Le ore che scoccano assottigliano sempre di più, disperatamente, le misere aspettative di vita dei sopravvissuti.

La diplomazia del disastro
I disastri naturali, storicamente, hanno acuito le tensioni sociali ed i conflitti in corso oppure hanno portato alla luce nuove soluzioni. Ma nel caso della Birmania queste due eventualità appaiono remote: tutti i conflitti sono stati puntualmente repressi da una junta che negli anni ha dimostrato di volere tutto tranne che il bene della società; nuove soluzioni non sono prospettabili all’orizzonte, nonostante il ciclone. Appurata l’impotenza delle Nazioni Unite e dato per scontato il rifiuto totale dei generali al dialogo, una composizione internazionale del quadro politico è da escludere alla radice.
Sarebbe altresì profondamente ingiusto chiedere ad una popolazione stremata da quarant’anni di dittatura militare, affamata e crudelmente affogata da una natura soverchiante una rivolta autonoma su larga scala. Tuttavia, la devastazione che ha colpito le aree più produttive di riso porterà quasi sicuramente ad una crisi alimentare: in altri paesi, la penuria di questo genere alimentare ha portato a gravi disordini. A tutto ciò va unita la rabbia sempre più crescente e diffusa che la Birmania nutre verso un regime che ha seppellito la dignità di una nazione con massicce e reiterate violazioni dei diritti umani.
Non sono bastati i monaci. Neppure il violentissimo lamento della natura ha sortito effetti. La Birmania sta morendo. La Birmania è dissanguata. La Birmania è senza speranza. E tutto questo sta accadendo di fronte a noi. Non si può scostare lo sguardo, non si può più ignorare senza finire nella complicità. E’ necessaria un’azione radicale, risolutiva, definitiva. Ora.
L’infame e vergognosa orgia del potere militare va fermata con ogni mezzo. Il capitolo VII della Carta ONU è limpido: ogni minaccia alla pace va stroncata. Ogni minaccia: che si chiami Saddam o Than Shwe, è lo stesso. Prima che sia troppo tardi, anche fuori tempo massimo. Pace.
Fonti
Irrawaddy
Mizzima
Economist
Ideazione
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Ottimo articolo. Informazioni agghiaccianti e crude. Tuttavia concretamente che si può fare? Per ottenere diritti purtroppo servono azioni interne. troppo facile che uno arriva elimina i dittatori e dona una “democrazia”. Purtroppo questa è un’illusione. Nessuno stato per quanto altruista possa essere si muoverà mai senza un tornaconto personale. E qualora si muova sarà comunque un invasore in terra straniera e l’aiuto diverrà “invasione” e combattuto dalla popolazione locale. (vedi Iraq… anche se è un caso un po’ particolare). Sui morti del ciclone e sullì’inefficienza della junta… Dispiace perchè per colpa di “pochi” a soffrirne sono migliaia e migliaia di persone e tutto questo solo per. Cosa mantenere una dittatura o un governo che senza popolo non ha alcun senso? Oppure arricchirsi sulla pelle delle persone in modo che quando non restarà anima viva possano finalmente concedersi la tanto agognata vacanza in una bella località di villeggiatura? non capisco come certe persone (se si possono ancora definire così) riescano a rimanere indifferenti o addirittura a trarre profitto sul dolore di altri uomini. Tuttavia che soluzione si prospetta per questa situazione? Come si può agire per salvare un paese in queste condizioni?
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Io non so più cosa dire, ormai ogni fatto di questo genere mi sembra un esempio di dinamiche già scritte, che si ripetono come un moto perpetuo. Dobbiamo generare l’attrito per fermare questo moto e anche il mio pessimismo.
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Non sarei così categorico.
E’ molto “asiatico” e “confuciano” infatti, il sentimento secondo cui se il governo di un popolo non sta adempiendo al suo dovere - che è quello di assicurare l’armonia e la prosperità del paese, mutato nei secoli da “mandato celeste” in una sincera fiducia nelle istituzioni (qualunque forma assumano) - il Cielo, una sorta di guardiano del condottiero, che può essere visto anche con la Natura, darà un segno dello squilibrio creatosi proprio a causa della cattiva amministrazione.
Ora, la Birmania più che di una cattiva amministrazione, è vittima di una feroce dittatura, questo è fuor di dubbio, ma qualcosa mi fa pensare che questa immane tragedia sia l’inizio della fine per la giunta militare.
E che anche loro lo sappiano
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Lo so che è così, che il ciclone può essere visto come una punizione divina. Però causalmente, scientificamente di certo non dipende dalla dittatura birmana, questo no.
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purtroppo, direi… è bello pensare che l’ordine celeste proprio della cultura di quei popoli abbia una qualche influenza.
certo, non è scientifico ma è meglio del cattolicesimo -:-(
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Se anche il ciclone fosse una punizione divina, un segno o una conseguenza della disarmonia, a chi sarebbe indirizzata la punizione?
Per la Junta cambia poco, loro sono alloggiati (asserragliati) in costruzioni di cemento armato a prova di ciclone, con tanto di bunker sotterraneo, e stanno costruendo in silenzio una nuova capitale in mezzo alla jungla, lontano dalle vie di comunicazione e quasi invisibile anche al satellite, dove hanno già spostato buona parte del personale amministrativo e gli alti burocrati con le loro famiglie, e presto abbandoneranno Yangon (già Rangoon) al suo destino.
Quando Than Shwe, attuale Primo Ministro e Presidente del Comitato per la Restaurazione della Legge e dell’Ordine, ha di fatto impedito l’atterraggio degli aerei ONU e CRI, dopo aver in precedenza espulso molte ONG dal paese inclusa Medici Senza Frontiere, ed è arrivato a far sequestrare i pacchi con gli aiuti comunque giunti in Birmania via terra e via mare, farli spacchettare e reimpacchettare in scatole col suo nome sopra in caratteri rossi, in modo che la popolazione potesse pensare che doveva ringraziare lui per la benevola distribuzione di generi di prima necessità e medicinali salva-vita, alcune nazioni Europee hanno proposto l’applicazione di una clausola che consente alle truppe ONU, in caso di genocidio in atto, di entrare nel paese anche con la forza e contro le disposizioni del governo in carica, per salvare migliaiai di vite umane (la Francia aveva ben 2 portaerei al largo delle coste Birmane, a meno di 2 ore di volo di elicottero dalle zone più colpite).
Purtroppo, contro questa opzione, che avrebbe costituito un precedente clamoroso e ridato un po’ di credibilità all’ONU come istituzione, hanno posto il veto la Cina e l’Indonesia.
Circa quello che si può fare in concreto, io in genere rifuggo dall’autopromozione, ma proprio ieri ho pubblicato un post con un’iniziativa concreta di solidarietà diretta; certo è una piccola cosa, ma può essere un inizio.
Ho inviato l’articolo anche a MC, spero che sia pubblicato nei prossimi giorni, tra l’altro linka proprio questo post di JohnPaul e ne cita uno stralcio, perché è anche dalla lettura di esso che è nata la spinta a scriverlo.
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