Benvenuti nella Terra Promessa

Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "Benvenuti nella Terra Promessa" è stato scritto da dellefragilicose

Eretz Yisrael.
Ora che secondo le oscure leggi della Qabbaláh siamo infine giunti alla fine del conto alla rovescia che lungo un percorso di sofferenza ed inquietudine ci ha condotto, dopo oltre tre mesi, a pervenire alle fatidiche 11.11 dell’11 novembre 2011, rendiamo lode a YHVH per la sua munificenza.

Quello che ci chiediamo ora è: tutto è finito? Stasera possiamo andare a mangiare la pizza e lasciare pure un euro di mancia? E’ ancora necessario portare i propri soldi in Svizzera?
Sono domande serie, impegnative, che meritano una risposta.
Facciamo il botta e risposta che, dopo che mi hanno detto che scrivo in maniera incomprensibile, mi è venuta la congiuntivite, nel senso che ogni volta che uso un congiuntivo ho un senso di colpa.

Hai veramente creduto che l’Italia potesse andare in default?
Sì, l’ho creduto. Ora la possibilità si è oggettivamente ridotta. Comunque, ho pensato che fosse mio dovere alzare al massimo i toni per accelerare una risoluzione politica che ritenevo necessaria a prescindere dalle considerazioni economico/finanziare. Qualche anno fa lanciavamo la campagna “Invadeteci”, alla fine ci hanno invaso per davvero (cfr. Dave) anche grazie al casino che abbiamo fatto noi (microscopico, ma c’è stato. In tre mesi abbiamo allarmato oltre 300.000 persone). Non mi dispiace

Monti è la Soluzione?
Per la questione economica finanziaria secondo me sì. Per quella politica dico pubblicamente quello che avevo anticipato ad un’amica. Avrei preferito un colpo di stato militare che creasse una discontinuità vera e che rimuovesse totalmente la classe dirigente attuale, magari con una decina di voli sul Tirreno a payload variabile. Questa è, secondo me, una situazione da amputazione. Monti non è nemmeno un antibiotico, è solo un antiinfiammatorio, una specie di Tachipirina. La febbre si abbassa, ma l’infezione resta. Ora lasciano spazio a Monti, l’anno prossimo sono di nuovo tutti qui. Ma per certe cose ci vogliono persone con le palle. I nostri colonnelli non fanno golpe, vanno in TV a fare le previsione del tempo. A ciascuno il suo.

Ora siamo tranquilli?
Direi di sì. Nel senso che i conti verranno messi a posto. A meno di scatafasci politici, andrà tutto a posto. Quello che sfugge alla maggior parte di noi è che a pagare toccherà sempre e comunque agli stessi. Scordatevi la lotta all’evasione, la riduzione dei costi della politica, l’abolizione delle province. Le paroline magiche saranno: tasse, imposte, una tantum, patrimoniali, diminuzione dei dipendenti pubblici, riduzioni della spesa sanitaria, riduzioni della spesa per i servizi sociali, snellimento delle procedure di licenziamento, riforme delle pensioni, riduzione del reddito reale. L’Italia non farà default, noi sì. Ma questo l’ho scritto tre mesi fa, un giorno dopo aver lanciato il count down. Noi psicotici abbiamo una linea diretta con Dio che, di tanto in tanto, ci apre una finestra sul futuro. I nostri cari amici evasori, politici e confindustriali ce lo ficcheranno in culo per l’ennepiunesima volta, ma questo è l’ultimo dei mali. In fondo, ormai fa male solo un pochetto e ho il sospetto che ci inizi a piacere.
Detto questo, decidete voi se stasera si fa la pizza e se conviene portare i soldi in Svizzera.

Quello che ho notato è che da un paio di giorni Repubblica fa il verso a Mentecritica (( L’endorsement di Repubblica per Monti assume toni da libro Cuore. Leggere per credere: L’immagine plastica di quello che sta accadendo l’hanno avuta i passeggeri del volo che ieri pomeriggio ha portato Monti da Milano (dove ha fatto scalo in arrivo da Berlino) a Roma. Quando alle 15.30 l’Az in arrivo dalla Capitale si avvicina al finger di Linate, una flottiglia di auto blu a sirene spiegate recupera un gruppetto di ministri di rientro dai palazzi romani. Dal finestrone del gate ad osservare la scena c’è proprio Mario Monti. Il neo senatore a vita è solo, seduto insieme agli atri viaggiatori che aspettano l’imbarco. In mano stringe un trolley e sulla spalla porta una sacca di tela blu: sopra c’è scritto “Eu Antitrust”, un ricordo dei dieci anni vissuti da commissario europeo a Bruxelles. Un altro viaggiatore che assiste alla scena lo avvicina: “Professore, ci salvi lei”. Poi Monti si imbarca, siede al posto 1C e si mette a leggere. Al suo arrivo a Roma lo prende in consegna una Lancia Thesis blu messa a disposizione del Quirinale. )) profetizzando l’Apocalisse. Vi allego, per intero, un articolo di ieri. Sembra scritto apposta per farci sospirare di sollievo quando Monti ci ficcherà nel culo l‘uccello di fiamma.

Comunque, se c’erano altre soluzioni le abbiamo bruciate con i venti anni di vacanza dell’intelletto che ci siamo concessi. Se uno è una merda, bisogna trattarlo da merda.

Secondo me il peggio inizia adesso, ma io non faccio testo. Sono malato.

ROMA – Mettiamo che sono già i primi giorni di dicembre e voi uscite di casa per cominciare a comprare i regali di Natale. Vi fermate ad un bancomat per rimpinguare il portafoglio, infilata la carta, ma non succede niente: il prelievo non è disponibile. Provate ad un secondo Bancomat, ad un terzo, ma è dovunque la stessa storia. Nel negozio, il titolare declina cortesemente di accettare la vostra carta di credito e chiede euro contanti. Che succede? Un black-out elettronico? No. Succede che, mentre voi non eravate attenti, l’Italia ha dichiarato default, è uscita dall’euro e sul paese è sceso un black-out non elettronico, ma finanziario.

L’ipotesi è ancora remota. Esiste ancora la possibilità di fermare il collasso del debito pubblico italiano, riguadagnando credibilità presso gli investitori e/o salutando l’arrivo del Settimo Cavalleggeri, sotto forma di Bce o Fmi. Ma, se la traiettoria dei mercati resta quella disegnata in queste ultime ore, quell’ipotesi rischia di materializzarsi. Si chiama, comunque, bancarotta, ed è, in ogni caso, una sciagura, ma può assumere forme diverse: bancarotta dolce (“orderly default”), bancarotta extra strong (“disorderly default”), bancarotta con il botto (l’uscita dall’euro).

La bancarotta dolce. E’ quanto è già stato previsto per la Grecia. Sostanzialmente, un concordato fallimentare. I creditori accettano un taglio al valore nominale dei titoli italiani e un tetto al relativo tasso di interesse. L’Italia alleggerirebbe il suo debito pubblico (ad esempio del 30 per cento), portandolo a livelli più vicini a quelli di paesi più virtuosi. Collocare nuove emissioni presso investitori già scottati, tuttavia, comporterebbe tassi di interesse relativamente alti. Per i risparmiatori, infatti (il 12 per cento dei titoli è in mano alle famiglie, un altro terzo lo detengono i fondi) il taglio sarebbe una pesante tosatura.

Ancora più gravi gli effetti macroeconomici. Le banche, italiane ed estere (gli istituti francesi e tedeschi hanno in pancia circa 150 miliardi di euro in titoli pubblici italiani) accuserebbero forti perdite di bilancio e avrebbero bisogno di aiuti per ricapitalizzarsi: in ogni caso, ridurrebbero il credito alla clientela, in un momento in cui l’Europa è già sull’orlo della recessione. E’ il temuto “credit crunch”

La bancarotta extrastrong. E’ il caso Argentina: il default selvaggio. L’Italia annuncia che non pagherà più i suoi debiti, togliendo dal tavolo quasi 2 mila miliardi di euro. Almeno per qualche anno, nessun investitore estero ci presterebbe più soldi. Tecnicamente, non è un problema gravissimo: lo Stato continuerebbe a funzionare. Al netto degli interessi, infatti, il nostro bilancio è quasi in pareggio. Ma gli effetti economici sarebbero devastanti. Il rischio di fuga dei capitali – già presente nello scenario “dolce” – diventerebbe immediato. Oltre allo Stato, anche le aziende italiane si vedrebbero chiudere l’accesso ai mercati. Ma, soprattutto, l’impatto sulle banche e sul sistema finanziario mondiale sarebbe enorme e il “credit crunch” una certezza.

La bancarotta con il botto. E’ quasi impossibile che un default selvaggio non comporti anche un’uscita dell’Italia dall’euro. Tecnicamente, è un incubo: bisognerebbe rivedere i trattati europei e rivotarli, stampare la nuova moneta, riprogrammare computer e bancomat con la nuova valuta. Ma, economicamente, è molto peggio: all’impatto del default selvaggio bisogna aggiungere nuovi elementi. La fuga di capitali diventerebbe una certezza, nel tentativo di spostare i propri euro all’estero, prima della conversione.

Agli sportelli delle banche, ci sarebbe l’assalto. Verrebbero varati stringenti controlli sui movimenti di capitali e, probabilmente, ci sarebbe anche un congelamento dei conti correnti bancari, come in Argentina. La nuova moneta sarebbe svalutata, rispetto all’estero. Questo rilancerebbe le esportazioni (escludendo ritorsioni commerciali da parte degli ex partner europei), ma l’Italia, uscendo dall’euro, uscirebbe anche dall’Unione europea e non potrebbe più usufruire dei vantaggi del mercato unico.

La svalutazione, d’altra parte, rende più competitive le esportazioni italiane, ma rende assai più care le importazioni, a cominciare dal petrolio. Il risultato sarebbe veder ripartire, di gran carriera, l’inflazione e la rincorsa prezzi-salari. Molto dipende dall’entità della svalutazione che, però, è difficilmente gestibile: per riguadagnare la competitività perduta, negli ultimi dieci anni, verso la Germania, all’Italia occorrerebbe un deprezzamento della moneta del 25%.

Ma il crollo della nuova lira, secondo gli analisti dell’Ubs, sarebbe inizialmente molto più alto, fino al 50-60%. Per questo, gli esperti della banca svizzera (che ipotizzano barriere commerciali nel resto d’Europa contro i prodotti italiani a costo stracciato) calcolano che il Pil italiano potrebbe inizialmente contrarsi anche del 40%. All’Ubs sono, probabilmente, troppo pessimisti, ma il punto è che l’introduzione della nuova lira sarebbe assai diversa dalle svalutazioni della vecchia, perché rimarrebbero valide le precedenti obbligazioni dell’euro.

I debiti fra italiani potrebbero essere ridenominati in un rapporto uno a uno (una nuova lira per un euro): chi ha un mutuo di 100 mila euro, si troverebbe con un mutuo di 100 mila nuove lire. Ma quelli esteri resterebbero in euro, da pagare con una moneta svalutata del 50-60 per cento.

Per una economia, come quella italiana, profondamente integrata in Europa, sarebbe un massacro: molte aziende, con incassi in lire e debiti in euro, finirebbero schiacciate e, a catena, dovrebbero chiudere.

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Avrei voluto essere Rocco Siffredi. Mi consolo scrivendo cazzate.

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Pubblicato in Cronache Italiane, Il Lavoro degli Italiani
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