Bambini e ADHD: La sottile linea rossa tra diversità e malattia 52


Con l’età scolare per un bambino si aprono orizzonti completamente nuovi. Si esce dal guscio protettivo rappresentato dalla famiglia per imparare a rapportarsi con gli altri e questo ancora prima di iniziare l’apprendimento nozionistico. I primi anni di scuola possono essere un’esperienza splendida o un trauma che ci si porterà dietro e questo in funzione dell’ambiente che circonda il bambino, ma anche della sua condizione interiore. Affinchè ci sia benessere, infatti, ci deve essere una reciproca capacità di entrare in sintonia, il bambino deve comprendere cosa gli altri si aspettano da lui ed imparare a comportarsi di conseguenza, bisogna insomma imparare a stare insieme.
Non è facile, non per tutti. Alcuni bambini sono in qualche modo diversi, c’è quello straniero, come anche il bambino con un lieve ritardo, quello con una disabilità ed infine quello troppo vivace. Tutti lo abbiamo avuto in classe, quello che non riesce a star fermo, è aggressivo, risponde male, non vuole giocare con gli altri bambini, anzi a volte usa anche le mani. Per anni bambini di questo tipo sono stati considerati più diversi degli altri, da mettere da parte, da arginare, da educare anche con le maniere forti. Ci si è rifiutati di riconoscere un disagio, quasi come se la possibilità di averne uno fosse consentita esclusivamente agli adulti.

Eppure questo disagio esiste, a volte simili atteggiamenti non sono solamente un capriccio, ma una vera e propria patologia. Sto parlando della Sindrome da difficoltà di attenzione ed iperattività. Con questo nome sembra effettivamente soltanto un altro modo di chiamare un bambino troppo movimentato, ma si tratta di una disfunzione neurologica vera e propria ben distinta dall’innocua vivacità. Le cause possono essere molteplici, dalla sofferenza al momento del parto, all’esposizione del feto durante la gravidanza ad alcol e fumo, a fattori genetici. La cosa fondamentale di cui tener conto è che si tratta di una patologia reale e diffusa che si può controllare, ma da cui non si guarisce mai completamente.
Come tutte le patologie psichiatriche, tuttavia, i sintomi su cui basare la diagnosi sono nebulosi, non chiari, sovrapponibili spesso con comportamenti tipici solo di una eccessiva vivacità.

Negli ultimi anni il numero delle diagnosi infantili di ADHD (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder) in tutto il mondo è aumentato notevolmente. Da un certo punto di vista ciò è certamente dovuto ad una maggiore consapevolezza sulla patologia, un maggior grado di informazione in materia e, conseguentemente, una più facile accettazione del problema da parte di famiglie e società.
Tuttavia non c’è soltanto questo. Contemporaneamente all’aumento delle diagnosi, sembra aumentare anche il numero di prescrizioni di farmaci antipsicotici, tranquillanti per intenderci.  Si tratta di farmaci anche molto dannosi utilizzati normalmente per combattere i casi più gravi di ADHD, quelli che risultano essere pericolosi tanto per il paziente quanto per chi lo circonda.  L’aumento più grave si registra negli Stati Uniti dove è finanche consentita la diffusione di messaggi pubblicitari volti a sponsorizzare l’utilizzo di questo tipo di farmaci.

L’uso di medicinali comunemente utilizzati dagli adulti come antidepressivo è paventato come un modo per aumentare la produttività dei propri figli, per renderli uguali agli altri, più accettati, più normali. Tuttavia fin troppo spesso la sintomatologia dei pazienti non è tale da giustificare l’impiego della farmacologia in quanto il primo e più importante mezzo di cura per l’ADHD è e rimane l’ambiente circostante. E’ infatti fondamentale l’operato di genitori ed educatori che, presa coscienza del problema, possono aiutare il bambino a gestirlo e a ridurre progressivamente la sintomatologia consentendogli di avere una vita in massima parte normale e di integrarsi nella società al meglio.
Secondo quanto riportato dal New York Times, le aziende farmaceutiche ed anche alcuni medici di base diffondono informazioni ingannevoli riguardo all’efficacia ed alla sicurezza di farmaci dagli effetti collaterali raccapriccianti i meno gravi dei quali sono una tendenza all’aumento di peso a problemi con la pressione arteriosa. Senza andare troppo nello specifico, cito dalla pagina Wikipedia a riguardo :

[…] un loro uso a lungo termine va generalmente a interferire con altre vie dopaminergiche generando così due particolari sindromi, chiamate sindrome neurolettica e sindrome extrapiramidale. Nella prima si verifica la riduzione di movimenti spontanei, con riflessi spinali che rimangono comunque intatti; la seconda determina un quadro sintomatologico simile a quello del morbo di Parkinson, caratterizzato da tremore, bradicinesia e rigidità. Tra gli effetti extrapiramidali vi sono rigidità dei muscoli e dei movimenti, mancanza di espressività del volto, irrequietezza motoria, lentezza o blocco dei movimenti, rallentamento della ideazione e dei riflessi. Gli antipsicotici di prima generazione provocavano anche discinesia tardiva (movimenti involontari o semivolontari rapidi simili a tic, lente contorsioni muscolari di lingua, volto, collo, del tronco, dei muscoli della deglutizione e della respirazione). Gli effetti collaterali più comuni sono: pesantezza del capo, torpore, debolezza, senso di svenimento, secchezza della bocca e difficoltà di accomodazione visiva, impotenza, stitichezza, difficoltà nell’emissione dell’urina, sensibilizzazione della pelle (alterazione del colorito ed eruzioni cutanee), alterazione del ciclo mestruale, tendenza all’ingrassamento, aumento della temperatura corporea, instabilità della pressione arteriosa; possono accentuare la tendenza alle convulsioni nei pazienti epilettici. Recentemente è stato osservato che gli antipsicotici atipici possono provocare discinesie tardive.

Non dimentichiamo, inoltre, che si parla di anfetaminici, come la morfina, e quindi sostanze che tendono a dare dipendenza e che non bisognerebbe mai somministrare a cuor leggero. Tuttavia il desiderio di una vita normale da parte di chi si affianca ad un individuo disturbato sembra essere una forza trainante, il motore che spinge a sedare ogni sintomo della malattia, dimenticando ogni rischio e senza farsi alcuno scrupolo. Il rischio di abuso in prescrizione ed utilizzo di farmaci a rischio come gli antipsicotici di seconda generazione  è tale che la Food and Drug Administration, massima autorità americana in campo di farmaci, si è trovata costretta a citare in giudizio le case farmaceutiche produttrici dei farmaci maggiormente utilizzati nella cura della sindrome da iperattività per pubblicità ingannevole e questo molte volte a partire dal 2000, anni in cui è iniziato l’aumento delle  prescrizioni.

Ancora una volta ci troviamo dinanzi alla completa dimenticanza del dovere che è anche necessità di tutelare in massima parte i nostri bambini. Se è vero che non è giusto né positivo ignorare l’eventualità dell’esistenza di un disturbo lo è altrettanto lottare in tutti i modi per minimizzare i rischi e le menomazioni che questi bambini potrebbero subire. E’ dovere della società e del genitore sostenere un bambino affetto da disturbo dell’attenzione nella quotidianità  sopprimendo, quando necessario, la propria istintiva ricerca della tranquillità. Stare accanto ad un bambino problematico è faticoso ed estenuante, a volte addirittura umiliante, ma prima di usare farmaci di una tale portata è bene usare tutti noi stessi perché con l’impegno si possono vedere miglioramenti insperati, ottenere soddisfazioni uniche e realmente dare ad un bambino la possibilità di diventare un uomo in grado di convivere con il proprio problema e gestirlo al meglio.


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52 commenti su “Bambini e ADHD: La sottile linea rossa tra diversità e malattia

  • Vaisarger

    Se posso dare un mio modesto contributo alla discussione, io cambierei questa frase: “ma prima di usare farmaci di una tale portata è bene usare tutti noi stessi perché con l’impegno si possono vedere miglioramenti insperati”,
    in questo modo “ma prima di usare farmaci è bene usare tutti noi stessi perché con l’impegno si possono vedere miglioramenti insperati”.

    Vorrei che si rifletta su questo: la tendenza dannosa da parte di tanti genitori americani a “medicinalizzare”, e di brutto, anche figli che rientrerebbero nella categoria di bambini semplicemente più vivaci della media, sottoponendoli a effetti collaterali gravissimi relativi al cervello ed al sistema nervoso in generale, è da ascrivere a quella tendenza di cui soffre tutta la società occidentale a “medicinalizzarsi” sempre e comunque e sempre più spesso.

    Apro una parentesi.
    A scanso di equivoci, non sono il “complottista anti-BigPharma” e compagnia cantante, anche se equiparo in tutto e per tutto il complottista iper-credulone e iper-paranoico al debunker iper-fanatico e senza nessunissimo dubbio.
    Che ci siano lobbies ricche e potenti, e che comunque esercitano una piu’ o meno diretta influenza sui media e sul potere è fuor di dubbio, a meno di vivere in un mondo dei sogni. E che alcune lobbies cerchino di aumentare i loro profitti, anche questo è fuor di dubbio. Che le succitate lobbies siano il diavolo (nel senso che non fanno nulla di buono), tramino nell’ombra, lavorino per un “nuovo ordine”, ecc. ecc. potrebbe essere, ma qualche dubbio, su questo c’è, eccome, e una persona ragionevole prende atto di queste ipotesi, sospendendo il giudizio *fino a prove certe che la dimostrino*. Questo per chi mi accuserà di essere “il solito complottista”, ecc.ecc….

    Tornando alle cose serie. E’ indubbio che nel “primo mondo” usiamo molti farmaci, troppi. Considerando che la maggior parte di essi (intendo di quelli che si consumano) sono sintomatici, cioè tolgono il sintomo della malattia, non sono vere “cure”, mi domando se tanti farmaci potrebbero essere evitati semplicemente vivendo in modo più sano.

    E purtroppo, uno degli effetti di questa situazione è che è diventato talmente normale “prendere la medicina” per qualsiasi cosa, che accadono ormai casi come quello descritto efficacemente dall’Autrice riguardo ai tanti genitori in USA che stanno inconsapevolmente creando danni seri ai propri figli, certo in buona fede… Autrice che però parte dalla considerazione errata in partenza -a mio parere- che è normale prendere farmaci “quando serve”.

    E’ quel “quando serve” che ci frega!
    Io dico che dovrebbe essere considerato “anormale”, straordinario, *una tantum*… E quel “quando serve”, andrebbe limitato molto *ma molto* rispetto all’abitudine di oggi, ai casi veri di necessità.
    I farmaci stessi, tra l’altro, provocano dei danni più o meno rilevanti a seconda della quantità e della specificità di chi li assume, perchè comunque alterano significativamente l’equilibrio chimico del corpo, questo sia sempre chiaro.

    Notate, se potete, gli stipetti delle medicine nelle case delle persone anziane: invece di diminuire (io prendo la medicina, guarisco, e quindi non ne ho più bisogno) il numero delle scatoline aumentano inesorabilmente sempre di più. E’ sempre un caso, o anche i farmaci stessi ne sono una concausa?

    Termino. Invitandovi a fare una domanda a chi conoscete “consumatore abituale” di farmaci: chiedetegli se abitualmente legge i cosiddetti “bugiardini” (in nomen, omen) cioè i foglietti illustrativi nella confezione.
    Io lo chiedo sempre, e la risposta è di norma sempre, e prevedibilmente, la stessa.

    Se in USA ci fosse stato un atteggiamento più “critico” sul consumo dei farmaci, cosa che io con questo post auspico, probabilmente quei tanti bambini, scambiati erroneamente per affetti della sindrome ADHD, non avrebbero subito tanti danni neurologici da parte dei loro genitori.

    • Mumon89

      Innanzitutto grazie per il contributo.
      Una cosa però devo precisarla. Il fatto che io parta dalla convinzione che sia normale prendere farmaci “quando serve” e che questa convinzione sia errata sono tue interpretazioni ed opinioni. Questo anche perchè molto passa dalla concezione che ciascuno ha di “quando serve”, per iniziare. Nel mio caso, “quando serve” sta per quando è inevitabile, quando una sintomatologia è invalidante al punto tale che è necessario farlo oppure quando i farmaci rallentano il progredire di una patologia altrimenti letale. In ogni caso non parto da questo presupposto, ma parlando a molte persone e non tutte con un corretto spirito critico è necessario che medi anche quello che scrivo. Alcuni farmaci sono necessari, altri no. Alcuni farmaci possono essere evitati, altri no. Personalmente sono tra quelli che preferiscono una sana dormita ad un’aspirina per il mal di testa, ma non mi sognerei di dire a mio padre di non prendere i suoi betabloccanti per la pressione arteriosa.
      Il presupposto da cui parto, in realtà, è diverso: quando si tratta di bambini bisogna essere mille volte più cauti. Parlare dell’uso di farmaci nei bambini e di quello negli adulti sono due cose simili, ma poste su piani diversi per rilevanza e conseguenze.

      • Vaisarger

        Recepito. E mi fa piacere essermi sbagliato.

        “quando si tratta di bambini bisogna essere mille volte più cauti. Parlare dell’uso di farmaci nei bambini e di quello negli adulti sono due cose simili, ma poste su piani diversi per rilevanza e conseguenze.”
        Sacrosanto.
        Ma mi chiedo…
        Che senso ha suonare l’allerta ad un genitore che sta per dare una medicina al figlio piccolo, se il dottore non dice mai “Mi raccomando i farmaci sono l’extrema ratio! li prenda SOLO se necessario, perchè fanno male!”, siamo continuamente bombardati da spot in TV che incoraggiano l’uso continuo dei medicinali, viviamo in una cultura in cui è diventato normale prendere un’aspirina -se non di peggio- anzichè riposarsi?
        Che senso ha fare dei distinguo (sacrosanti) quando ormai siamo così inclini all’ingestione del farmaco?

        Il mio intervento intendeva significare che il caso dei bimbi troppo vivaci medicinalizzati e danneggiati al di fuori di una ragionevole prudenza, non è un caso isolato, ma è una conseguenza di questa distorta mentalità nella società del XXI secolo.

        Potrei citare *tanti* conoscenti che hanno esagerato con la tachipirina al primo accenno di febbre, ad alcuni che hanno medicinalizzato i propri bambini di testa loro senza l’assenso di un pediatra, p.es. con gli antibiotici, e per finire a mia madre che quando ho preso l’influenza ed ho rifiutato i farmaci mi ha detto “Ma se non ‘ti curi’… come fa a passarti?”. Non so se mi sono spiegato.

        Se io e mia moglie, con la nostra cultura e la nostra mentalità che vede i farmaci fondamentalmente come dei veleni, avessimo avuto dei bimbi per i quali uno specialista avesse diagnosticato l’ADHD avremmo sicuramente rifiutato, almeno all’inizio, di somministrargli il farmaco proposto, perchè, appunto, per noi è *davvero* un’ “extrema ratio”. Tanti, troppi, chiudono gli occhi, aprono la bocca e inghiottono il veleno… perchè dopo stai “meglio”, lo dice sempre la TV.

      • Antonio

        Il numero di bambini con diagnosi di ADHD e in terapia con farmaci stimolanti è in aumento in molti paesi, ma fortunatamente non in Italia, dove il ricorso alla terapia farmacologica è molto meno diffuso (la prescrizione di medicinali per l’ADHD riguarda 1-2 bambini su 10.000).
        Coerentemente con quanto previsto dalle linee guida nazionali e internazionali, il farmaco non è la prima opzione, ma è parte di un approccio che prevede degli interventi di tipo psicologico e comportamentale con il bambino, i genitori e gli insegnanti.
        Quando nel 2007 l’Agenzia Italiana del Farmaco ha autorizzato la commercializzazione dei farmaci per l’ADHD ha deciso di vincolare la prescrizione dei farmaci alla raccolta di dati di monitoraggio clinico dei bambini, creando un registro di casi. In alcune regioni questo strumento è stato potenziato, rendendolo un osservatorio utile per monitorare i percorsi di diagnosi e di terapia dei bambini con la sindrome ADHD, anche di quelli che non necessitano dei farmaci.
        Concordo con Vaisarger sulla necessità di un uso più oculato e appropriato dei farmaci, anche di quelli di impiego più comune, come p.es. gli antibiotici, di cui si abusa nei bambini come negli adulti. Ma occorre tenere presente che per alcuni bambini con ADHD il farmaco rappresenta un supporto necessario.

        • Mumon89

          Grazie anche ate per il contributo 🙂
          Assolutamente, ci sono casi in cui il bisogno è reale. Questo è a dir poco indubbio e l’Italia, nonostante i tagli alla sanità, ha ancora un’attenzione alla salute superiore a quella degli Stati Uniti.
          Tuttavia l’aumento di diagnosi e prescrizioni c’è anche in Italia, anche in minima parte, e la cosa peggiore è che aumentano i casi di bambini inviati a visita dallo psichiatra o invitati a chiedere l’assistente di sostegno non per una loro problematica psichiatrica reale, bensì per una cattiva capacità educativa di genitori ed insegnanti.
          Ciò detto, lo scopo del post era come sempre sollevare l’attenzione sul tema e trattarlo nei limiti della competenza a mia disposizione, senza entrare in campi che non sono in grado di esplorare.

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