Avere vent’anni 18


Chissà perché nella vita ogni età sembra essere la più difficile. Certe volte mi chiedo se sia una questione umana, generazionale, famigliare o più semplicemente personale. Non sono mai riuscita a trovare la risposta e probabilmente non la troverò mai.

Ho finito la scuola con un anno di ritardo, per la precisione quasi due visto che sono dei primi mesi dell’anno e i miei genitori hanno deciso di non farmi fare la primina per non dovermi mandare alla scuola privata. In questi anni di scuola ogni  tanto ho lavoricchiato, l’estate, per fare esperienza e avere la soddisfazione di comprare qualcosa che per una volta fosse veramente mio: qualcosa che i miei non avrebbero potuto minacciare di togliermi per nessun motivo al mondo, perché l’avevo comprata lavorando e buttando sudore, fatica, impegno mentale e serietà. Lavorare è stata una delle soddisfazioni più grandi che ho provato nella mia ancora breve vita, e non era una questione di soldi perché la soddisfazione è arrivata appena iniziato il lavoro, la busta paga mi è stata invece gentilmente elargita solamente alla fine del contratto. La paga era la più bassa legalmente possibile, il mio impegno è andato oltre i confini del ragionevole, tanto che la notte non facevo altro che sognare il posto di lavoro. Insomma, avrebbero dovuto pagarmi anche gli straordinari notturni. Non devo essere una persona troppo sana.

Adesso, a vent’anni, ho voglia di imparare un lavoro un po’ più serio e così ho deciso di iscrivermi all’università. Me lo avessero chiesto quattro o cinque anni fa, avrei escluso l’opzione senza pensarci due volte: la scuola dell’obbligo, a volte, sa essere talmente dell’obbligo da renderla agli occhi di uno studente medio quasi come un campo di concentramento nazi-fascio-catto-comunista.

Da oggi sono ufficialmente in debito con i miei genitori dei venticinque euro che l’università mi ha chiesto per avere l’accesso ai test d’ingresso che si terranno a settembre. Se tutto va bene il mio debito aumenterà sproporzionatamente nel giro di pochi mesi, sempre che non succeda un miracolo a cui non credo che mi doni un lavoro più che decentemente retribuito. Effettivamente, non so se avrò l’umiltà di accrescere così tanto questo mio debito: forse l’orgoglio prenderà la meglio, rinuncerò agli studi, troverò un lavoro e salderò il mio piccolo debito. Nessuno mi chiede i soldi indietro, ma non mi piace avere conti in sospeso con nessuno. Neanche con chi mi ha messo al mondo, soprattutto con chi mi ha messo al mondo.

Sono una persona perennemente frustrata, se non trovo un motivo per esserlo non sono in pace con me stessa. Il che equivale a dire che non lo sono mai, ma questo è un problema che per il momento rimane solo mio. In questi giorni la mia frustrazione è dovuta a un micidiale senso d’impotenza che mi divora dalle doppie punte dei capelli che ho tagliato da sola qualche mese fa, fino alle unghie dei piedi che ho invece tagliato ieri sera con un tagliaunghie comprato dai miei genitori in una casa pagata dai miei genitori avvolta in un pigiama regalatomi sempre dagli stessi genitori. Anche il computer con cui sto scrivendo questa puttanata è pagato dai miei genitori, così come il collegamento ad internet che quando mi girerà mi permetterà di inviare queste righe a quello che considero il miglior luogo internettiano su cui sono quasi casualmente capitata da otto anni a questa parte. Speravo che il senso d’impotenza fosse una prerogativa tutta al maschile, invece mi tocca tristemente constatare che la questione va infinitamente oltre i generi. Anzi, fossi un maschio adesso farei qualcosa che somigli vagamente allo scaricatore di porto e forse mi libererei dell’impotenza. Invece mi ritrovo con queste braccine inutili che a stento tirano su gli scatoloni preparati per il trasloco, indebolita dallo sfaldamento mensile del mio endometrio e con la pressione che ogni due per tre cala a picco costringendomi a sedere o a fermarmi come un’idiota in mezzo alla strada, aspettando che il nero abissale intorno a me si diradi lasciandomi intravedere il mondo che c’è dietro. Certe volte mi sembra che la mia vista se ne vada perché schifata dal mondo circostante, un po’ come succedeva a Ada in Novecento di Bertolucci.

In realtà ho scritto una grandissima cazzata: se fossi un maschio e facessi lo scaricatore di porto, il senso d’impotenza sarebbe lo stesso o forse ancora più pesante di quello che conosco. Lo sarebbe anche se fossi una persona con una cultura a trecentosessanta gradi, e anche se facessi un lavoro che mi permettesse di rendere migliore la mia vita e quella delle altre persone.

Fulmine Bolt è ancora re dei 100 e Bill Gates sbadiglia sugli spalti, Hollande fa le vacanze in spiaggia con la compagna e Lele Mora esce di prigione, Antonija Misura viene incoronata come la più sexy dei giochi e qualcuno alza l’Irpef delle regioni disastrate in campo sanitario. Monti si preoccupa dei toni anti-tedeschi e Aleppo viene bombardata. Quattro ragazzi più piccoli di me finiscono dentro dopo aver ammazzato un coetaneo e l’ormai ex nano malefico salta l’appuntamento con i magistrati. Lo spread è a 483 e a quanto pare di questo passo non riuscirò mai a dare il bacio perfetto della mia vita.

Quando leggo le notizie mi sembra di guardare le cento milioni di stelle che mi sovrastano quotidianamente, e l’unica cosa che mi sembra sensato desiderare è di unirmi a loro per non dover più sentire l’impotenza di una microscopica esistenza a senso unico.

Tempo fa guardavo le formiche, mi sono sembrate minuscole. Adesso mi rendo conto che sono molto più grandi di me.


Informazioni su Gilda

I governi non mi piacciono in generale, che siano produttivi o fallimentari. Non mi aggrada che pochi scelgano per molti, anche quando i pochi siano scelti dai molti in una più che utopica unanimità.

18 commenti su “Avere vent’anni

  • eduardo

    Di più: non conosco genitori che portano i conti. Forse è solo una circostanza personale, ma statisticamente deve pur valere qualcosa. Auguri paterni.

    • Gilda L'autore dell'articolo

      Già, neanche i miei portano conti.
      Un altro genitore però mi ha esposto la sua convinzione che non posso avanzare alcun tipo di critica ai miei finchè non sono economicamente indipendente. Un altro ancora sostiene che non posso avere opinioni politiche alternative se mi faccio ancora pagare le cose da mamma e papà, altrimenti è solo un atteggiamento da paraculi.
      Pur non essendo completamente d’accordo, onde evitare altre accuse vorrei fare quest’ultimo grande passo.
      L’impotenza di fondo, comunque, è quella sociale. e questa società non aiuta più di tanto chi vuole rendersi autonomo senza rinunciare alla propria strada.

      p.s. a proposito di conti e società, ti avevo detto che avrei analizzato quello che ho chiamato paradosso della società, ma ho scoperto di non saperlo fare.

      @IlBuonBeppe
      e chi ti ha detto che basteranno tre anni? fa sempre in tempo a fare lo/a scemo/a come me! 😛 (scherzo, ovviamente. buona fortuna alla prole!)

  • ilBuonPeppe

    E’ evidente che questa cosa dei genitori che pagano i conti ti pesa.
    Ovviamente non c’è una ricetta e ognuno vede, legittimamente, le cose a modo suo, ma secondo me sbagli. Ogni persona deve fare tutto il possibile per rendersi autonoma il più presto possibile, ma i genitori hanno il DOVERE di fare tutto ciò che possono per i propri figli, a cominciare dallo studio. Ovviamente senza presentare alcun conto.

    firmato: un genitore che fra tre anni sarà al posto dei tuoi.

  • eduardo

    Avrei evitato volentieri di intervenire ancora, in quanto, essendo abbastanza chiaro il mio punto di vista, so bene di correre il rischio di “parlarmi addosso”. Ma la tua risposta relativa alle opinioni di genitori di tua conoscenza m’induce a far di peggio: ti darò addirittura un consiglio. Cerca di selezionare meglio le persone che frequenti.

    • Adriana

      D’accordo con i commenti incoraggianti, ridimensionanti e di buon senso letti sopra: i genitori, in quanto tali, hanno dei doveri indiscutibili, a maggior ragione se i figli si danno da fare meglio che possono nello studio, nel lavoro o su entrambi i fronti e se minorenni o (appena) maggiorenni inseriti in un percorso di formazione che è all’inizio, non certo per cattiva volontà dei figli, ma proprio per la logica dell’età e della vita.
      Inoltre: cerchiamo di non introiettare, rimanendone vittime, la mentalità borghese-riprovevole secondo cui tutto va misurato col dare-avere del denaro o degli oggetti o delle prestazioni, fermo restando che i conti bisogna pur farli; ma spesso, e per il momento, nel caso di adolescenti responsabili, mi par che basti “rendersi conto” e non mungere i genitori per quel che non possono dare.
      Di più: attenzione a chi, adulto o meno, instilla sensi di colpa basati sul dare-avere e, segnatamente, sul denaro, poiché non è escluso che intenda SFRUTTARE, in te o in altre anime oneste e volenterose, proprio questo senso di colpa, a proprio vantaggio. E, tanto per arrivare all’attualità, sembra proprio il moralismo interessato dei paesi dell’Eurozona “virtuosi” contro quelli “pigri” e “spendaccioni” (in questo caso, al di là degli sprechi rovinosissimi che pure ci sono). Sto parlando, evidentemente, di atteggiamento mentale che può produrre buoni frutti per una e una sola parte: si chiama propaganda e pressione psicologica, tra i singoli come tra i gruppi di produzione, le classi ecc ecc. Occhio, proprio perché giovane, intelligente, capace e volenterosa. Occhio anche a moralismi siffatti di eventuali coetanei: puzzano lo stesso e, forse, di più.

    • Gilda L'autore dell'articolo

      🙂
      Caro Eduardo, non è gente che frequento io (al massimo potrei frequentare i figli). Uno è un parente “riesumato” e l’altro un vecchio amico di famiglia, se scrivessi su di loro ne uscirebbe una parziale descrizione del tipico italiano fascista. Il tuo consiglio, per me, non è altro che una conferma o pseudo-tale (che mi torna utile, chè quando si conosce qualcuno sin da bambini è difficile scindere il parente dalla persona in sè)
      Con me difficilmente ti parlerai addosso, faccio troppa fatica a non ascoltare. anche ciò che non mi piace.

      • eduardo

        Due coniugi pensionati si impiccano insieme
        Erano depressi, Il figlio aveva perso la casa per i debiti

        Una veduta di TeramoUna veduta di Teramo
        MILANO – Ci sarebbe senso di abbandono e disperazione dietro il suicidio di una coppia di anziani di Ancarano (Teramo) che ieri sera hanno deciso di morire insieme, legando una corda alla trave del garage per poi lasciarsi andare abbracciati. I corpi penzoloni sono stati trovati da uno dei figli che vive sopra la casa dei genitori, nel piccolo centro teramano. N.D.E. di 79 anni e G.D.D. di 75 anni erano i genitori dell’artigiano la cui abitazione finì all’asta per i debiti dopo che banche ed Equitalia avevano calato la mannaia per recuperare dei crediti. (Agi)

        • Gilda L'autore dell'articolo

          e qual’è il succo, che è meglio avere debiti con i genitori che non con qualcun altro così i genitori non provano la tentazione di suicidarsi? – eviterò anche questo, non li voglio sulla coscienza.
          morire abbracciati è una scena molto romantica, purtroppo (non la morte) non fa per i miei.

  • Rolt

    TUTTI, a 17, 18, 20 25 anni, abbiamo voluto essere “indipendenti” dai genitori. Poi, piano piano con il giusto tempo, abbiamo capito che ciò non ci sarebbe servito proprio per niente a raggiungere quella sensazione di libertà e purezza alla quale aspiriamo avidamente in quell’età e, forse, anche dopo.
    Ed anche io mi permetto di dirti di più: il Lavoro, questo tuo attuale Principe Azzurro, non ti ci porterà più vicino di quanto abbiano già fatto o faranno i tuoi “crescendoti” (..anche tuo malgrado!) fino al giorno della loro dipartita! Attenta: “Il Lavoro rende liberi” stava scritto sulla porta d’ingresso del miglior luna park degli orrori che sia stato messo su dalla razza umana…

    Goditi i tuoi 20anni, non è certo tutta colpa tua quello che ti sta capitando, e comunque tra 20anni ti perdonerai tutto da sola… perfino le cazzate che non avrai commesso!
    …Quindi, non farti trovare impreparata dal… tuo Futuro!

    • Gilda L'autore dell'articolo

      Beato te che hai certe certezze! 🙂

      “il lavoro rende liberi” era una frase fuori luogo. Se quello era lavoro, scontato che più che liberi renda schiavi. Io, però, ho un’altra idea della parola “Lavoro”.

      • Pierangelo

        molto bello l’articolo, scritto proprio bene. Io gli darei 10! Ecco tanto per farti ricadere nella scuola. 🙂 In verità punti il dito su una questione che non riguarda tanto i tuoi genitori ma su come è (male) organizzata questa società: che la scuola assomigli ad un campo di concentramento e che non sia possibile trovare un lavoro decente senza una laurea e che non sia possibile avere un decente sistema di borse di studio che ti consentano di non indebitarti con la tua famiglia è un piano accuratamente studiato dalla nostra classe dirigente per non consentire alle persone di spiccare il volo. In pratica il nostro sistema di weffare è studiato solo in funzione della famiglia e in questo modo gli individui sono solo degli ostaggi della famiglia, se vogliono un minimo di welfare devono restare prigionieri; a differenza dei sistemi del Nord Europa e degli Stati Uniti dove si punta sulla libertà dell’individuo. Quindi come vedi sia il tuo punto di vista che quello dei tuoi detrattori sono sotto questa cappa.

        • Gilda L'autore dell'articolo

          Era proprio quello che, tra le righe, intendevo. grazie per il 10 un po’ immeritato forse 🙂
          Poi, però, se non siamo autonomi siamo bamboccioni, se non abbiamo una laurea siamo ignoranti, se non abbiamo un diploma peggio mi sento. Le offerte di lavoro richiedono il più delle volte esperienza che non si sa come dovresti accumulare (forse lavorando in nero?) oppure pretese insensate tipo “ragazza di bella presenza” o “ragazza gradevole” o “ragazza simpatica” – questa me la farei spiegare.

          • Pierangelo

            Bella ragazza serve per vendere non te lo chiedono certo per fare un lavoro tecnico. Se posso dare un consiglio prendi tutta la questione da un altro capo: cosa mi piace veramente fare? Chi ha avuto successo ha fatto così. In bocca al lupo

  • da

    Ho questa sensazione tutti i giorni, da troppo tempo, la ricerca dell’autonomia quasi morbosa, il voler uscire da questa realtà che non mi appartiene, ma bloccato completamente dall’assenza di spalle coperte.
    La cosa che più mi fa girare le palle, sono le persone che ti dicono di continuare a studiare all’università e non pensare minimamente al lavoro. Come se già la scelta dell’università, non fosse per la passione che ho verso la disciplina che studio, non sia già un’alternativa all’assenza di un lavoro. Non è piacevole studiare quando non fai altro che pensare a calcolare cent per cent ogni minima spesa, perché altrimenti per più giorni non potrai scendere in città per seguire le lezioni, perché non potrai comprare il libro per l’esame o tanto meno il materiale per il modellino o per il disegno, arrivando per la bottiglietta d’acqua extra che ti stravolge il budget giornaliero per 40cent. Ovviamente qualsiasi cosa esterna al bisogno da studente, diventa di impossibile naturalizzazione, il weekend diventa una privazione totale, dover pensare che il sabato notte se ti sfugge una birra in più il giorno dopo vai in paranoia. Poi chissà perché l’economia non gira…
    Avere vent’anni è un’opportunità, una vita che deve ancora svilupparsi; ma anche un problema, essere aperti a mille alternative, la voglia di scoprire e mettersi in gioco, non è bello se poi le alternative che ti si presentano sono le uniche possibilità e la voglia di scoprire si trasforma in accontentarsi.
    Avere vent’anni non è per giovani.

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