Articoli di Lexi Amberson

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Tra i più divertenti momenti di contorno di questa campagna elettorale, un posto d’onore spetta a quella scena in cui un’anonima sostenitrice di John McCain, rivolgendosi al suo candidato di riferimento, domanda: “How do we beat the Bitch?”, come si batte la Stronza?
Da quell’istante, in tutti i programmi televisivi, dai Letterman e Leno shows in giù, è stato un fiorire di battute tendenti a descrivere Hillary Clinton senza nominarla: “The rhymes with rich is back”, “It rhymes with witch”… e via dicendo.

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Samantha Power non è una donna qualunque.
Ha studiato a Yale e ad Harvard. Ha scritto articoli per The Economist, New Republic, Time. Ha vinto il Premio Pulitzer. Insegna alla J.F.Kennedy School of Government di Harvard.
A prescindere da quelle che possono essere le opinioni personali, le si riconoscono qualità intellettuali non comuni.

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LATO A: The Manchurian Candidate

Kate, sophomore democratica, incomincia a scocciarsi nell’assistere al processo di santificazione di Barack Obama in corso da qualche tempo.

“Beh, però, ammettilo”, le dice la bionda ochetta che divide con lei la stanza, “non è da tutti riuscire a camminare sulle acque del Mississippi tenendo in mano, come fa lui, quel cestino pieno di pani e di pesci”.

“Grrr…no dai, per davvero”, insiste Kate, “io vorrei vedere quello che lui ha scritto quando stava alla HLS”.

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I.

Può capitare. Tre persone (due uomini e una donna) seduti al tavolino di uno Starbucks con davanti i loro bei bicchieroni di iced coffee, come ogni altro avventore lì intorno.
Ma non è proprio così. Perché, anche se nessuno ci fa caso, qualcosa di speciale sta accadendo tra di loro.

L’uomo, diciamo quello un po’ più maturo, apre un libro davanti a sé e legge qualcosa. Ma non la tira lunga, solo poche frasi. Poi l’altro uomo, quello più giovane, si rivolge alla ragazza e, guardandola negli occhi, pronuncia quella che sembra essere una dichiarazione d’intenti o una promessa. Lo stesso fa lei, ma con parole diverse.
Subito dopo lui tira fuori dalla tasca una scatolina di raso, l’apre, prende un anello e lo infila al dito della ragazza. Lei fa lo stesso con l’altro anello.
Saranno passati 15 minuti da quando sono entrati nella cafeteria. Nel momento in cui escono, lui e lei sono marito e moglie. Legalmente e a tutti gli effetti.

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Una premessa. Solitamente non scrivo volentieri delle questioni che attengono in maniera così profonda alla nostra coscienza. Non amo espormi in questa misura.
Non perché non ci pensi o perché sia più comodo sorvolare. La mia ritrosia è un misto di pudore e umiltà, poiché il mio pensiero, di fronte a problemi così grandi, è piccolo e di nessuna rilevanza.
Secondariamente, penso che troppo spesso sui blog ciò che dovrebbe far scaturire un confronto comunque rispettoso di idee si trasforma invece in uno scontro virulento tra opposte fazioni - guelfi e ghibellini, intelligentoni e idioti - più interessate a rovesciarsi addosso accuse di intolleranza e volgarità assortite piuttosto che ascoltare e cercare di capire “l’altro”. Tutto questo, soprattutto quando si tratta di questioni che toccano la coscienza, non mi piace e perciò evito di farmi coinvolgere in zuffe che di culturale hanno ben poco.

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Quando sta per arrivare lo senti sulla pelle. Il tuo corpo s’increspa come la buccia di un’arancia. Ci passi la mano ed è come accarezzare un foglio di carta vetrata.
Allora ti togli i vestiti e ti butti sotto la doccia. Ti lavi, t’insaponi, ti sfreghi e poi ti asciughi e ti copri di crema. Tutto inutile.

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Da qualche tempo, nei confronti di Condoleezza Rice, è in corso un’operazione di discredito personale a mezzo di illazioni scandalistiche e allusioni volgari. Pur avendo risolutamente negato di voler entrare nei giochi elettoralistici del 2008, il Segretario di Stato è da tempo al centro di striscianti manovre tendenti a screditarne l’immagine, soprattutto in una futura prospettiva presidenziale. Per arrivare a questo si è partiti da alcune voci, che da anni circolano sottotraccia, su una sua presunta propensione lesbica.

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I - Looking for Mr.Right
Girando un po’ per la rete, per vedere cosa si dice delle elezioni americane, capita spesso di leggere affermazioni che vengono buttate là con leggerezza ma che non corrispondono al vero. Intervenendo su un altro blog un commentatore scrive per esempio che “Bush non verrà rimpianto da nessuno, neanche dagli evangelici”. Le cose non stanno esattamente così e, anche se non interessa a nessuno, vorrei spendere qualche parola in proposito.

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Sorridono i Repubblicani. Il voto in New Hampshire dice infatti che i Democratici non sanno di aver avuto in mano la carta vincente e di averla mal giocata. In questo momento dare il colpo di grazia a Hillary e voltare pagina con il clintonismo avrebbe avuto come effetto il veder convogliare su un unico candidato forte tutto l’entusiasmo e lo slancio necessari per spalancare i cancelli al 1600 Pennsylvania Avenue e riportare, dopo otto anni, un presidente democratico alla Casa Bianca.

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Da una prima veloce panoramica sui risultati delle primarie in Iowa, mi sento di dire che il fatto più evidente è la “sconfitta”, in campo democratico, di Hillary Clinton.
A differenza di Rudolph Giuliani che, sulla sponda repubblicana, ha rinunciato a partecipare alla prima tornata elettorale, lei, Hillary, è scesa in campo da subito. E ha perso.

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