Etimologicamente parlando la parola felicità ha la stessa radice di fecondo, femmina, feto, felice, fieno, figlio: dal latino *fere = nutrire, a sua volta dalla radice indoeuropea *dhe = succhiare. Quindi insito nel concetto stesso di felicità c’è il nutrimento, la capacità di sostentare l’anima con le gioie della vita. Una capacità che stiamo perdendo, mi sembra, di pari passo con quella di apprezzare il buon cibo e le cose semplici come lo splendere del sole in un cielo azzurro di maggio. Stiamo diventando anoressici nei confronti della vita stessa. Devo dire che di questo assurdo atteggiamento sono stata campionessa per diversi anni, aiutata si dalla gente che avevo intorno, ma senza altra giustificazione che non fosse la precisa volontà di non vedere il lato positivo della vita.




Donne attenzione: Dovete stare dentro casa a qualsiasi ora del giorno. Non è decoroso per una donna vagare oziosamente per le strade. Se uscite, dovete essere accompagnate da un mahram, un parente di sesso maschile. La donna che verrà sorpresa da sola per la strada sarà bastonata e rispedita a casa. Non dovete mostrare il volto in nessuna circostanza. Quando uscite, dovete indossare il burqa. Altrimenti verrete duramente percosse.
Intanto diciamo subito che mi considero una persona fortunata. Sarà che la miseria vera l’ho vista con i miei occhi e quindi… Però voglio fare delle puntualizzazioni necessarie: ho il tesserino da giornalista ma lavoro come precaria con un contratto a termine da programmista-regista, qualifica di totale invenzione Rai. Questo significa che lavoro più o meno, nove mesi all’anno. Vuol dire che anche l’ultimo stipendio da me percepito data 27 giugno 2007. Il prossimo riuscirò a vederlo alla fine di questo mese.
Continuo a parlare del mio lavoro perché sempre più spesso mi sento sottoposta a “giudizi” su quello che faccio, come lo faccio, perché lo faccio. Cosa faccio? Racconto le cose che mi circondano. Come lo faccio? Con massima sincerità e massima professionalità, sempre tenendo conto dei miei limiti. Perché lo faccio? Perché è un lavoro che mi piace e che mi consente di vivere dignitosamente (non si naviga nell’oro, non date retta, soprattutto se si è precari a vita come buona parte dei giornalisti).








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