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Anna

18 marzo, 2010 di Comandante Nebbia  
Archiviato in Cronache Italiane, latest

Mi sono fatto male seriamente. E’ per questo che sono meno presente. Mi scuso. Chi si aspetta delle risposte stia tranquillo. Ritornerò.
Stamattina ero all’ospedale a sbrigare una delle mille incombenze che competono ad una persona coinvolta in un incidente. Mi tocca una visita legale.
Ho un ginocchio gonfio, ho preso un colpo alla testa abbastanza forte. Niente che nel passato non mi sia stato impartito con maggiore entusiasmo e vigoria, ma allora avevo vent’anni. Oggi mi è toccato farmi accompagnare.
Ci sono tre persone prima di me. Mi sbrigherò rapidamente, immagino. No. La prima persona entra dopo venti minuti. Prima che esca passano quarantacinque minuti. Non me lo spiego. Più che una visita si tratta di una formalità. Poche domande, un certificato e un arrivederci. Basterebbero pochi minuti. Invece …
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Lo Spettro dell’Articolo 18

E’ notizia di ieri che il Presidente della Repubblica, insieme al “nucleo di valutazione” che lo assiste, starebbe seriamente pensando di rimandare alle camere il ddl 1167-b, approvato in via definitiva e in attesa della firma del capo dello stato per la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

[...]questa legge, che il Capo dello Stato ha già visionato sommariamente, suscita in lui forti perplessità. La sta esaminando insieme al “nucleo di valutazione” del Colle, formato da Salvatore Sechi, Donato Marra e Loris D’Ambrosio. Non ha ancora preso una decisione definitiva. Ma, allo stato attuale, sembra intenzionato a non firmare la legge. E a rinviarla al Parlamento con messaggio motivato, per una nuova deliberazione. Secondo i poteri che gli assegna l’articolo 74 della Costituzione e che può attivare anche per provvedimenti non necessariamente inficiati da “vizi palesi” di legittimità costituzionale.[...](1)

L’argomento, almeno per questo sito, è vecchio. Lo abbiamo affrontato qualche mese fa e, più recentemente, abbiamo evidenziato l’insipienza dell’informazione “ufficiale” italiana che si è interessata concretamente del problema solo il giorno precedente l’approvazione definitiva della legge.

In un’economia sana, trasparente, nella quale il perseguimento del profitto avviene in maniera lungimirante facendo attenzione a non deteriorare il tessuto sociale sul quale si innesta la produzione di beni e servizi, queste parole:

Ferme restando l’esperibilità delle procedure previste dall’articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell’articolo 2 della predetta legge o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. Tali disposizioni si applicano altresì ai datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori, che nell’ambito dello stesso comune occupano più di quindici dipendenti ed alle imprese agricole che nel medesimo ambito territoriale occupano più di cinque dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa alle sue dipendenze più di sessanta prestatori di lavoro.

il famoso incipit dell’articolo 18(2), suonano come un’ottusa intromissione statalista in un sistema che dovrebbe già prevedere dei meccanismi autogeni di auto regolamentazione. Che significa, infatti, licenziamento per “giusta causa”? Se ho più lavoro, assumo, se ho meno lavoro licenzio, se uno mi è simpatico me lo tengo, se uno mi sta sulle balle lo licenzio. Ecco una lista di giuste cause. E chi viene licenziato, trova un altro lavoro o si mette in proprio a fare l’imprenditore. L’articolo 18 è superfluo.
Questo, ovviamente, in un’economia sana, trasparente, nella quale il perseguimento del profitto avviene in maniera lungimirante facendo attenzione a non deteriorare il tessuto sociale sul quale si innesta la produzione di beni e servizi.

Quello sul quale occorre mettersi d’accordo è se la nostra, quella italiana, sia un’economia sana, trasparente, nella quale il perseguimento del profitto avviene in maniera lungimirante facendo attenzione a non deteriorare il tessuto sociale sul quale si innesta la produzione di beni e servizi.

Non scrivo da un po’ perché questo è un momento un po’ difficile per la nostra famiglia. La società per cui lavoriamo ha aperto la procedura di licenziamento per 1192 su 1880 e gli animi non sono dei più sereni. Il 22 ottobre mentre aspettavamo ancora di ricevere lo stipendio di agosto (mai arrivato) abbiamo ricevuto invece la lettera di licenziamento. Così per risposta il 28 la sede di Roma è stata occupata così come quella di Pregnana Milanese (Milano) dal 3 novembre.
Si è cercato di arrivare all’attenzione delle istituzioni e dei media con tanta fatica perché mantenere un presidio attivo non è semplice. I primi giorni quasi nulla: Anno Zero ci ha nominato nel mucchio delle aziende in crisi, Ballarò ha filmato due ore il presidio e ha mandato 5 minuti di servizio affogato in un contesto che non è del tutto la nostra realtà. (Noi siamo vittima soprattutto di una cattiva gestione. E non voglio aggiungere altro, ndr). Poi l’occupazione di Milano ci ha portato sul TG3 nazionale. Poi tutto tace.
Ma ecco improvvisamente la botta di fortuna (nella sfortuna): all’ex AD gli parte la brocca e viene a fare un raid all’alba per stanarci dalla SUA sede.
E così siamo su tutti i giornali e in tutti i TG almeno per un paio di giorni.
Ora c’è un continuo pellegrinaggio di giornalisti che scattano, riprendono, intervistano. Sembra quasi un pellegrinaggio (dice una mia collega). Forse anche loro aspettano un miracolo. Come noi. Che continuiamo ad aspettare che venga aperto un tavolo alla Presidenza del Consiglio. Che continuiamo ad aspettare i nostri stipendi.
E intanto continuiamo a gestire questa crisi all’interno delle nostre famiglie. Che sono quelle che rischiano di più, perché si rischia di far ricadere sui familiari le tensioni accumulate.
Edoardo è troppo piccolo per comprendere totalmente i motivi della protesta ma glielo abbiamo spiegato lo stesso. Così quando il fine settimana andiamo insieme al presidio lui in macchina canticchia: «vogliamo i soldini, vogliamo i soldini. Per comprare il gelato …. al cioccolato». Beata ingenuità.(3)

Io credo che si possa concordare abbastanza tranquillamente che la nostra non sia un’economia sana e piripin piripan.

Il paese è in aperta recessione. I nuovi investimenti, se ci sono, vengono attivati in nazioni dove il rapporto tra infrastrutture disponibili e costi sono molto favorevoli all’investitore. Oggi, se una persona perde il lavoro, che sia per giusta causa o no, non ne trova un altro. Statisticamente il dato è praticamente nullo. Fare gli imprenditori, dopo venti anni di lavoro dipendente, è già difficile. Mettersi in competizione con quelli che hanno la produzione in Slovenia, poi, è impossibile.

Certo, si può puntare sull’innovazione e sulla qualità, ma su quante idee rivoluzionarie si può contare al giorno e per quanti produttori di finissimo olio d’oliva premuto a mano c’è spazio?

Inoltre, da tempo, l’uso e l’abuso delle opportunità incontrollate offerte dalla legge Biagi che regolamenta non solo il lavoro flessibile (o precario), ma anche le procedure di esternalizzazione e cessione di ramo d’azienda, hanno offerto una serie di strumenti indiretti, a volte ai limiti della legalità formale, ma perfettamente efficienti per liberarsi di forza lavoro con contratto a tempo indeterminato e sostituirla con servizi erogati da società che impiegano personale “flessibile”.

Il meccanismo è semplice. Si individua un ramo d’azienda sul quale intervenire. Lo si cede ad una società esterna, a volte creata ad hoc e, poco dopo, questa società inizia a dichiarare esuberi, a utilizzare ammortizzatori sociali, licenziare o, come nel caso di Agile-Eutelia, finisce col fallire, privando il personale anche del trattamento di fine rapporto che va a finire nelle insolvenze della società fallita. Nel frattempo, la società cedente inizia ad approvvigionarsi dei servizi del ramo ceduto da una società esterna che, utilizzando manodopera sottopagata, può tenere i costi molto più bassi.

Probabilmente il meccanismo è più complesso ed articolato di quanto descritto, ma in linea di massima funziona così.
Quello che sta avvenendo è che oltre che a spostare altrove la produzione, il nostro paese importa globalizzazione applicando sul proprio suolo condizioni di retribuzione che avrebbero il loro senso in zone più depresse del pianeta.

La difesa dell’articolo 18 è inutile, perché l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori è stato aggirato da tempo e quello che rappresentava è morto e sepolto. Requiescat in pace. Il lavoro dipendente in Italia è una falsa promessa alla quale non credere più.

In fondo, è tutto lecito. Secondo alcuni, il fine del capitalismo è il profitto. Quello che c’è da chiedersi e se il profitto vada perseguito a qualsiasi costo. Deteriorare in questo modo il tessuto sociale della nostra nazione è miope. Continuando così, l’Italia rischia di trasformarsi in un deserto dove nessuno potrà permettersi di acquistare le merci prodotte all’estero e dove di servizi non ci sarà più necessità perché la sopravvivenza diventerà l’obiettivo primario.

Una nazione è una specie di campo dove chi produce svolge il ruolo di contadino. Si può rinunciare al massimo profitto, magari alternando le colture, per fare in modo che il terreno si mantenga vivo e produca a lungo. Un altro sistema è quello di applicare una coltura intensiva molto redditizia sfruttando la terra fino a renderla secca, salvo poi spostarsi altrove e cominciare daccapo con un terreno vergine.

Ho paura che sia quello che sta accadendo. Siete d’accordo? Sarebbe interessante saperlo, anche se ho paura che non serva a nulla.

Note
  1. La Repubblica 15 marzo 2010 []
  2. vedi il testo integrale qui []
  3. da Il Pazzo e la Santa []
Fine delle Note

Non Mandate i Figli all’Università. Imparateli Mariuoli

12 marzo, 2010 di Comandante Nebbia  
Archiviato in Il Futuro è nei Giovani, latest

Non mandate i figli all’università. Insegnategli a fare i ladri. E’ questo l’originale slogan con il quale i dipendenti dell’Informatica Telecomitalia, in procinto di intraprendere il tempestoso viaggio di una cessione di ramo d’azienda, aprono un volantino con il quale cercano di far conoscere il loro comprensibile timore per una procedura che, in Italia, è diventata un modo trasversale ed indiretto per ridurre drasticamente il personale. Cosa piuttosto evidente anche se si nasconde dietro il disputabile italiano di termini dal sinistro eufemismo quali “efficientamento“. (Il correttore automatico è praticamente andato in tilt su questa parola. Ho dovuto far ripartire il computer).

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Previsione Terremoto in Campania?

11 marzo, 2010 di Comandante Nebbia  
Archiviato in Cronache Italiane

Sono diverse ore che questo sito intercetta migliaia di visite dai motori di ricerca con chiavi del tipo:

previsione terremoto in campania
previsione terremoto campania
previsioni terremoto campania
previsioni terremoto in campania
previsione terremoto campania 2010
previsioni terremoti in campania
terremoto in campania
previsioni terremoto campania

L’unica spiegazione che possiamo darci è che si stia diffondendo sulla rete, per via di qualche fonte sconosciuta, la notizia che sia stato previsto un terremoto in Campania nei prossimi giorni.
Per quello che ne sappiamo, non esiste nessuna notizia ufficiale, nessun bollettino, nessun allarme della protezione civile.

A quel che ci risulta, non è possibile prevedere i terremoti ( vedi questo articolo ) e, probabilmente, si tratta solo dell’ennesima bufala sparsa in rete.

A suo tempo, nei commenti di questo articolo abbiamo espresso la preoccupazione che la diffusione di notizie false su previsioni di terremoti, specialmente in Campania, potessero generare allarmi incontrollati. E’ appunto quello che sta accadendo.
Credete solo a quello che leggete sulle fonti ufficiali.

Aggiornamento:  Giuliani, smentisce l’esistenza di una qualsiasi sua previsione in merito.

Paura in Italia

Di cosa bisogna aver paura oggi? Di una deriva golpista e dittatoriale dell’attuale esecutivo? Di una radicalizzazione violenta dello scontro politico?

No, secondo me, l’unica cosa di cui avere veramente paura è l’incompetenza. E’ più che evidente che l’allegro gruppo di dilettanti allo sbaraglio a cui è affidato il timone della nazione non è in grado di assumere determinazioni utili nemmeno quando si tratta di truccare le regole.

Che senso ha fare una grandissima fesseria, fare un decreto interpretativo per giustificarla, farlo firmare al presidente della repubblica se poi un tribunale amministrativo regionale può bocciarlo come gli pare?

Non ci sono mezze misure: è una cazzata.

Da questa storia esce ridicolizzato il PDL, il consiglio dei ministri, il presidente della repubblica, tutti noi. Un’incredibile figura da pasticcioni che getta un’ombra oscura sull’intelligenza cognitiva del gruppo dirigente di questa nazione.

In Spagna si chiedono dove va l’Italia. Con questa guida la risposta è semplice: da nessuna parte.

Crisi Economica: Lacrime, Sudore e Sangue, ma non per Tutti

La mia competenza di economia è minima. Non potrei sostenere un discorso serio. Mi limito a chiacchierare come se fossi al bar a prendere un caffè con gli amici. Perdonatemi.
Iniziamo con un racconto, reale.

X ha poco più di cinquant’anni. Suo padre, un contadino lucano si trasferì a Napoli negli anni cinquanta per combattere l’estrema indigenza nella quale versava la sua famiglia. Nella città trovò un lavoro fisso ed ebbe sei figli. Il papà di X, poi, sì ammalò gravemente, perse il lavoro e la famiglia fu sostenuta dalla madre che faceva la sarta. Ciò nonostante, X oggi ha due figli che studiano, è un bravo musicista, ha una importante laurea tecnica ed un lavoro dignitoso equamente retribuito.
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Il Voto non è un Diritto per Tutti

2 marzo, 2010 di Comandante Nebbia  
Archiviato in Democrazia e Diritti, latest

Fra il 1958 ed il 1959, Robert A. Heinlein, uno scrittore di fantascienza molto noto agli appassionati, scrive Starship Troopers(1). Robert A. Heinlein è già uno scrittore affermato e di successo, Starship Troopers è una cosiddetta juvenile novel(2), un genere letterario di grande successo perché si rivolge ai ragazzi, grandi appassionati di fantascienza. La trama del romanzo è semplice, tipica del periodo. La Terra è in guerra contro i Ragni, un popolo di alieni di conformazione aracnide, ma con una strutturazione sociale simile a quella delle termiti(3), la classica trasposizione metaforica del conflitto USA-URSS che tanto successo ebbe in quegli anni.

Eppure, la Scribner, la casa editrice presso la quale Heinlein è da tempo accreditato, rifiuta la pubblicazione del romanzo. Heinlein se la prende a male. Da allora in poi non pubblicherà più nulla per la Scribner e Starship Troopers uscirà a puntate su The Magazine of Fantasy & Science Fiction(4).

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In effetti, il breve romanzo è caratterizzato da una vena militarista probabilmente eccessiva anche per l’America di quegli anni, ma l’aspetto più politicamente scorretto del romanzo è la questione relativa ai diritti civili.
Nella società terrestre di Starship Troopers il mondo è unificato sotto un unico governo, la nazionalità rimane un retaggio esclusivamente culturale e gli uomini vivono in completa libertà. Non tutti, però, godono del diritto di voto. Per ottenere i diritti politici, un cittadino deve svolgere il servizio militare la cui ferma minima è di due anni. Il reclutamento è fortemente scoraggiato e l’unico ed esclusivo vantaggio che deriva dall’uniforme è quello di poter votare una volta congedati.

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Note
  1. in Italiano Fanteria dello spazio []
  2. vedi []
  3. regina, operai, guerrieri []
  4. nota rivista di SF americana []
Fine delle Note

Libero e Il Giornale: Lezioni di Bispensiero

Prima pagina di Libero del 26 febbraio 2010. Dopo il mancato procedimento per prescrizione del reato (che quindi c’è stato), il titolo è “Silvio Assolto, Santoro fa Appello”. Assoluzione in luogo di prescrizione, come dire innocente per non aver commesso il fatto. Indecente chi scrive certe cose, indecente l’Ordine Professionale che le tollera, indecente chi le legge e pur sapendo che sono menzogne le accoglie con la stessa gioia della svista dell’arbitro che concede il rigore che non c’è alla propria squadra del cuore.

Prima pagina de “Il Giornale” del 26 febbraio 2010. Dopo il mancato procedimento per prescrizione del reato (che quindi c’è stato), il titolo è “Processi, Vittoria per Berlusconi”, come se si trattasse di una partitella di calcio che si è riusciti a vincere con un gollazzo all’ultimo minuto dopo essere stati lungamente in difesa.

Tutti hanno il diritto di pensare e scrivere ciò che vogliono, ma che nessuna risata di scherno accolga certe uscite e che esse abbiano dignità di stampa è una sconfitta per la dignità e l’intelligenza dei cittadini di questa nazione.

E’ superfluo richiamare all’ordine chi da questa mistificazione ricava ricchezza, privilegi e notorietà. L’unica è rivolgersi a chi sostiene questa stampa comprandola, leggendola e diffondendola. Non sembra anche a voi che per vincere la partita si stia truccando le regole in maniera irreversibile?
Ne vale la pena?

Corruzione e Moralità: Quello che Saviano non ti Dice

26 febbraio, 2010 di Comandante Nebbia  
Archiviato in Cronache Italiane, latest

La crisi sistemica che attanaglia l’Italia è una cosa seria, non il solito argomento salottiero con il quale intellettuali e politici animano le trasmissioni televisive, scrivono libri o articoli sui quotidiani.
Non può essere affrontata con le minacce di destabilizzazione(1) perché se un sistema si regge sulla paura di crollare sotto il suo stesso peso non può durare comunque, né può essere regolata con quattro righe demagogiche e banali come fa Saviano(2), giusto per fare atto di presenza e dare l’ennesima dimostrazione di prosa vuota e pomposa(3).
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Note
  1. Scajola: «C’è rischio destabilizzazione» Sull’inchiesta della Dda: «Ogni iniziativa giudiziaria ha contraccolpi». Corriere []
  2. leggi e dimmi tu []
  3. secondo me []
Fine delle Note

Genesi 18, 23-33

24 febbraio, 2010 di Comandante Nebbia  
Archiviato in Cuore di Tenebra, latest

Se t’è venuta la senatorite è un problema tuo Nico’… A me non me ne frega un c… di quello di quello che dici tu… Puoi diventa’ pure presidente della Repubblica, per me sei sempre il portiere mio… Tu sei uno schiavo mio

Una battuta del genere sarebbe sembrata improbabile anche in un film poliziottesco(1) degli anni 70. Invece, secondo quanto riporta il Corriere della Sera on Line(2), si tratta di una frase effettivamente pronunciata da Gennaro Mokbel, un imprenditore romano con le cui frequentazioni con Antonio D’Inzillo(3) erano note agli inquirenti da tempo.

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Note
  1. definizione []
  2. fonte []
  3. Ex Nar passato alla criminalità comune, accusato di numerosi omicidi e deceduto a Nairobi nel 2006 []
Fine delle Note

Don Vicienzo

Lo sguardo di Vicienzo è tranquillo. Il viso sorridente è illuminato da una luce soffusa, la posa rilassata. Vicienzo indossa un giubbotto blu. Il taglio sembra buono. Niente di eccezionale, una cosa sui 100, 150 euro calda e di buona qualità, ma comunque di sintetico, da grande magazzino.

Niente simboli di partito. Chi vota per Vicienzo lo fa per lui e non per la tessera che porta in tasca. Bella foto. Riuscita. Comunque, quello che risalta di più è lo slogan: De Luca, una speranza c’è.

Siamo ufficialmente all’ultima spiaggia.

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Il NeoNeorealismo

16 febbraio, 2010 di Comandante Nebbia  
Archiviato in Leggere, Schermo dei Sogni, latest

Anni fa, a raccontare la società italiana nelle sue meschinità, ma anche nella grandezza d’animo dei singoli è stato il cinema. Prima il neorealismo con le indimenticabili scene di “Ladri di Biciclette” , “Bellissima”, “Il Ferroviere” e tanti altri titoli. Poi la commedia all’italiana. “I soliti ignoti”, “Una vita difficile” e “Divorzio all’italiana”, solo per fare qualche esempio, hanno disegnato un quadro vivido ed indimenticabile degli italiani del dopoguerra e del boom economico. Tanto di cappello, ancora oggi, a chi fu capace di tanto. Poi il cinema italiano è diventato quello che è. A parte inevitabili e lodevoli eccezioni, ci si è ridotti a parlare di Moccia e Muccino come fenomeni culturali. Amen.

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Il Maglioncino Sporco di Bertolaso

11 febbraio, 2010 di Comandante Nebbia  
Archiviato in Cronache Italiane, latest

In genere, evito di commentare vicende giudiziarie ancora in fase di istruttoria. Le informazioni sono vaghe, incerte. Troppo semplice trarre dei giudizi affrettati o giungere a conclusioni draconiane su una realtà che non è mai completamente bianca o nera.
La vicenda che vede coinvolto il capo della Protezione Civile, il dottor Guido Bertolaso, però, merita un’eccezione e spiego il perché.

Supponendo che le intercettazioni riportate dai giornali siano veritiere e che, soprattutto, siano correttamente interpretate, il fatto giudiziario di per sé è la solita squallida storia di ruberie e mazzette. Queste ultime erogate non solo in forma monetaria, troppo compromettente e tracciabile, ma anche attraverso concessione d’uso di beni, aiuti a congiunti ed amici o favori sessuali.

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Una Cambiale Firmata Berlusconi

Fa tristezza, prima che rabbia, leggere la lettera al direttore di Piero Ichino pubblicata oggi sul Corriere della Sera on line.
Che un argomento di tale portata sia praticamente escluso dal dibattito politico nazionale e confinato nello spazio destinato alle letterine a Babbo Natale dà ampiamente la misura della povertà intellettuale di una nazione i cui interessi orbitano, ormai quasi esclusivamente, intorno allo stomaco inesausto di un vecchio satrapo ampiamente in credito con la vita e che non è ancora stanco di abbuffarsi.

[...] È vero: da anni, ormai, a un ventenne o trentenne che cerca lavoro in Italia le aziende offrono di tutto, tranne che un rapporto di lavoro regolare. E anche un rapporto di lavoro di serie B —«a progetto», o comunque a termine— è già considerato, in molte situazioni, un privilegio difficilmente ottenibile, rispetto alla «normalità», costituita dal lavoro di serie C: stage semigratuiti in azienda tutto lavoro e niente formazione, assunzione con partita Iva per mansioni d’ufficio, di cantiere, di negozio, di call center, di magazzino, che erano tradizionalmente considerate come lavoro dipendente. Case editrici in cui da anni non si assume più un redattore o un correttore di bozze con un contratto normale di lavoro dipendente; case di cura private che formalmente non hanno alle proprie dipendenze neanche un solo medico, un solo infermiere, un solo barelliere: tutti a partita Iva, oppure soci di cooperative di lavoro a cui il servizio viene appaltato. [...]

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Che Fine ha Fatto l’Abolizione delle Province?

In Italia esistono 110 province. La lista completa potete vederla a questo link. Si va dai 3.700.424 abitanti della provincia di Roma, distribuiti su 121 comuni, ai 58.389 di Ogliastra (Sardegna) concentrati in  appena 23 comuni. La provincia di Torino è quella che conta più comuni (215), mentre quella di Trieste ne ha solo 6. Bolzano e Foggia le più estese (7.396 e 6.966 Km2 rispettivamente), Prato e Trieste le più piccole (365 e 212 Km2 rispettivamente). 2625 abitanti per Km2 in quella di Napoli, appena 31,3 in quella di Ogliastra.

Impossibile cercare una relazione tra la decisione di istituire una provincia ed uno qualsiasi di questi dati. Semplicemente non c’è. Le province sono, con ogni evidenza, istituite per motivi politici e non pratici o amministrativi. La prova più evidente è il moltiplicarsi di province negli ultimi anni. A fronte della stazionarietà della crescita demografica italiana, del miglioramento dei trasporti, del progresso dei sistemi di comunicazione e dell’aumento del trattamento automatico dei dati, si è avuta una forte dispersione amministrativa in luogo di una concentrazione.

Dal 1992 al 2009 le province sono passate da 95 a 110. Non basta. E’ notizia di ieri che il consiglio provinciale di Vibo Valentia (provincia istituita solo nel 1992 su iniziativa del senatore Antonino Murmura) ha suddiviso il territorio della provincia in cinque circondari. Il circondario è un ente amministrativo intermedio tra provincia e comune. Istituito nel 1859 dal ministro dell’Interno del Regno di Sardegna Urbano Rattazzi, è stato soppresso nel 1927. Nel 2000, il testo unico degli enti locali lo ha formalmente reintrodotto. Oltre ai cinque creati da Vibo Valentia ci sono i circondari di Torino (Ivrea, Pinerolo, Susa, Lanzo), Venezia (Veneto Orientale), Bologna (Imola), Forlì-Cesena (Cesena), Firenze (Empolese-Valdelsa), Livorno (Val di Cornia), Siena (Val d’Elsa, Chianti Senese, Crete Senesi, Val di Chiana, Val d’Orcia-Amiata, Val di Merse), Reggio Calabria (dello Stretto, della Piana, della Locride).

Le province hanno competenze generiche e di difficile determinazione, spesso in palese sovrapposizione con i comuni e le regioni. Esiste anche un corpo di polizia provinciale. Evidentemente vigili urbani, polizia, carabinieri, polizia forestale, polizia penitenziaria e guardia di finanza non erano sufficienti.
Anche se le funzioni delle province non sono chiarissime, il costo dell’istituzione è di sedici miliardi e mezzo all’anno284 euro a testa, neonati ed immigrati clandestini compresi. Per una famiglia di 4 persone è praticamente uno stipendio all’anno. Infatti, che si tratti quasi di una regione, come nel caso di Torino, o che si tratti di una specie di quartiere cittadino, come Ogliastra, l’apparato politico e burocratico di un ente provincia è praticamente lo stesso.

Che abolire le provincie non sia un’amenità è, anzi era, condiviso da quasi tutte le forze politiche. Almeno a chiacchiere. Il proposito rientrava nei programmi dell’attuale coalizione di governo, con la sola eccezione della Lega, ma nessuna azione in questo senso è stata mai intrapresa. Anzi, il movimento d’opinione che si era creato per sostenere questa ottimizzazione della spesa pubblica si è praticamente disciolto nel nulla.

Il quotidiano Libero ha cancellato la pagina del suo sito dove lanciava una sottoscrizione di firme per la soppressione delle province (riferimento qui). Il sito del comitato promotore è fermo al 9 giugno del 2009. Lo stesso Beppe Grillo ha tolto l’argomento dalla home page del suo sito forse per far posto al bannerino per il salvataggio degli orsacchiotti della luna. La pagina di wikipedia sui costi delle province è stata cancellata il 26 gennaio 2010.
L’ultima traccia ufficiale delle intenzioni della maggioranza è del dello scorso primo aprile. Visto il giorno, le esternazioni di Maroni e di Brunetta suonano un po’ come uno scherzo. “Riforma in sette giorni, via tra 5 anni” . Certo, come no.

Comunque, chi aveva creduto veramente al fatto che i partiti potessero rinunciare a 110 poltrone da presidente e a qualche migliaio di posti tra assessori e consiglieri provinciali, senza contare l’immenso bacino di clientele coltivabile attraverso le assunzioni nelle amministrazioni provinciali?

Sedici miliardi all’anno in più da gestire non sono noccioline. Infatti, nella seduta del 13 ottobre scorso, la discussione in parlamento sulla legge costituzionale per l’abolizione delle province presentata dall’IDV, viene rinviata sine die con il voto congiunto di PD, Lega e PDL.

E’ da notare che la finanziaria 2010 aveva imposto una riduzione del 20% del numero di assessori e consiglieri tra province e comuni, praticamente 35.000 poltrone in meno (in Italia l’industria “Politica” dà lavoro a circa 400.000 addetti tra eletti e funzionari di partito. E’, in assoluto, l’azienda con il maggior numero di lavoratori.  In Italia ci sono circa 100.000 carabinieri. Se si dovesse venire alle mani, il rapporto è di uno a quattro). La norma, però, ha vissuto solo 12 giorni perché il 13 gennaio è già stata rinviata al prossimo anno dal decreto legge denominato “INTERVENTI URGENTI CONCERNENTI ENTI LOCALI E REGIONI“, che, all’art. 1 c. 3, dispone:

“Le disposizioni di cui ai commi 184, 185 e 186 dell’articolo 2 della legge 23 dicembre 2009, n. 191, e successive modificazioni, si applicano a decorrere dal 2011 ai singoli enti per i quali ha luogo il rinnovo del rispettivo consiglio, con efficacia dalla data del medesimo rinnovo”.

Ovviamente, fino al 2011, c’è sempre tempo per un’altra dilazione o per una definitiva soppressione. Vogliamo scommettere?

In ultimo, ritengo utile citare la risposta che la candidata alla presidenza della Regione Lazio Renata Polverini ha dato ad un lettore del suo blog quando le è stato chiesto cosa ne pensava dell’abolizione delle provincie.

Il tema non fa parte delle competenze di un Presidente di Regione, ma voglio dire la mia comunque. Sono contraria all’abolizione. Sarebbe una misura demagogica e inutile. In ogni nazione esistono enti intermedi tra la regione e i comuni, cui sono affidati compiti di coordinamento territoriale. Naturalmente bisogna evitare sovrapposizioni tra le diverse competenze, snellire gli apparati e non rimpolparli continuamente, combattere le clientele. Ma è certo che vi sono temi che richiedono un intervento sovracomunale e non possono essere affidati direttamente alla regione.

Simpatico esercizio di equilibrismo semantico. Probabilmente è vero che esistono enti amministrativi intermedi nelle varie nazioni del mondo, anche se si dimentica che le contee americane e i circondari rurali tedeschi, per esempio, sono suddivisioni di stati federali che non possono essere paragonati alle nostre regioni le cui competenze sono esclusivamente amministrative.

In Francia, le 22 regioni sono suddivise in 100 dipartimenti. Tuttavia, le competenze regionali francesi sono molto limitate ed essenzialmente concentrate su istruzione e i trasporti pubblici. La confusione di competenze e la duplicazione di ruoli (si veda solo il caso della polizia provinciale) sono un’esclusiva quasi tutta italiana.

In quanto alla demagogia, sedici miliardi di euro all’anno sono una cifra piuttosto interessante. Probabilmente, l’abolizione dell’istituto non consentirebbe di risparmiarla integralmente, ma in un’ottica di riduzione della spesa pubblica  il problema andrebbe seriamente preso in considerazione, ma si sa, queste sono preoccupazioni per paesi in crisi, non certo per una nazione prospera come la nostra.

Attenzione: Il plurale di provincia è province, senza la “i”, ma non è sempre stato così.  Nella Costituzione, infatti, il plurale utilizzato è “provincie“. Per adattarlo alla moderna grafia sarebbe necessaria una revisione degli articoli. Si legga all’uopo l’interessante nota a questo link.
Comunque, se durante la lettura di questo post trovate un “provincie“, trattasi di banale errore ortografico e non di dotta citazione latina (N.d.A.).

Vedi Napoli e poi Scappa

Napoli non è la Campania, ma la Campania è Napoli. Non è questione di predominio culturale. Quello, Napoli l’ha perso da decenni. Non c’è più Eduardo nei teatri di Napoli e non è D’Annunzio che scrive i testi di Gigi D’Alessio. Storia, tradizione e cultura sopravvivono come esili spettri nelle strade umide e maleodoranti del centro antico dove vecchi palazzi marci e fatiscenti sembrano giganteschi cadaveri in putrefazione. Chiese abbandonate con le porte sbarrate e le finestre sfondate segnano i crocicchi di quella che fu una città vitale e sonora e che oggi somiglia solo a un grande cimitero chiassoso dove gli scavi per la metropolitana portano alla luce ogni giorno nuovi scheletri dimenticati che gruppi di turisti spaesati si fermano distrattamente a fotografare e che i nuovi napoletani non degnano nemmeno di uno sguardo.

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Immigrazione e Statistiche

L’equazione è di quelle semplici, di quelle che tutti possono capire: meno immigrati, meno criminalità.
In effetti, volendo ragionare alla grossa così come è ormai d’uso nel nostro paese, dal punto di vista matematico l’equazione è senz’altro corretta.
Secondo un rapporto presentato in giugno dal ministro dell’Interno Giuliano Amato sulla criminalità nel 2006, gli immigrati costituiscono il cinquantuno per cento dei denunciati per rapina o furto in abitazione, il quarantacinque per cento per rapina, il trentanove per cento per violenze sessuali, il trentasei per cento per gli omicidi consumati e il trentuno per cento per quelli tentati, il ventisette per cento per lesioni colpose. Se si considerano i soli immigrati senza permesso di soggiorno, si sale al settantaquattro per cento per omicidio, al settantadue per cento per tentato omicidio, al sessantadue per cento per violenza carnale e al sessantatré per cento per sfruttamento della prostituzione.

A questo va aggiunto che gli stranieri residenti permanentemente in Italia rappresentano circa il sette per cento della popolazione totale mentre sono il trentotto per cento di quella in stato di detenzione.

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Il Pericolo della Democrazia

In Puglia, almeno a quanto si legge sui giornali, Niki Vendola vince le primarie per la candidatura a presidente della regione. Il fatto in sé ha un interesse relativo trattandosi di questioni locali, ma è interessante ragionare su un meccanismo che mette continuamente in crisi se stesso.

A quanto pare, l’unico a non aver capito il vero senso delle primarie è il Partito Democratico. Le cose sono due:

  1. Il partito individua un candidato indifferente alla volontà popolare. Non indice primarie, lo candida, lo sostiene e si assume la completa responsabilità del risultato.
  2. Il partito si rimette alla volontà dell’elettorato. Si rende terzo rispetto ai candidati limitandosi ad organizzare operativamente le primarie e sostiene con tutti gli strumenti necessari la persona più gradita al suo elettorato.

La prima è la vecchia strada centralista. Quella che, in epoca di preferenze e di collegi conquistati a colpi di raccomandazioni, pensioni concesse allegramente e visite porta a porta agli elettori, consentiva al P.C.I. di redigere un listone, rigorosamente in ordine alfabetico, dove chi doveva essere eletto non aveva nemmeno bisogno di farsi propaganda personale.
La seconda dovrebbe essere quella del futuro dove è la base a fare il programma e a trovare la persona che lo sostiene.

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Immuni Prima e Dopo la Morte

Mi ero ripromesso di non intervenire ulteriormente sulla vicenda Craxi, sia per motivi di umana solidarietà per i superstiti, sia per non attribuire un significato pubblico ad una data che per come si sono svolti i fatti, secondo il mio parere, dovrebbe rimanere una ricorrenza privata e familiare.

Eppure, non io, ma la prima e la seconda carica dello stato hanno inteso farne una vicenda nazionale di revisione storica, ancor prima che politica.

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Craxi

15 gennaio, 2010 di Comandante Nebbia  
Archiviato in Storia e Memoria, latest

Il prossimo 19 gennaio saranno passati dieci anni dalla morte di Bettino Craxi.
Da uomo del Sud provo sempre un certo imbarazzo a parlare di morti “freschi”, come si dice dalle nostre parti.
La morte è suprema punizione. Il suo stesso avvento, nell’antica cultura nella quale sono stato allevato, assolve da ogni peccato.
Un morto non può più difendersi dalle accuse né saldare i propri debiti. Infine, ci sono figli, coniuge e nipoti che, a prescindere da tutto, probabilmente ricordano con affetto e struggimento. Soprattutto per rispetto di queste persone è dovere di gentiluomo procedere con cautela.
Il tempo, e non ne è ancora passato abbastanza, chiarirà ogni cosa. La Storia condanna, assolve e, molto più spesso, dimentica. Per un giudizio più netto, riparliamone qui tra quarant’anni.

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