Augusto
6 dicembre, 2009 - 9:00 di angelo fabbri
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TraduzioneCondividi Augusto. angelo fabbri ti ringrazia.
Le rotaie lucide di pioggia sembravano correre all’infinito, illuminate dalla luce gialla e fredda della lampade a vapori di sodio.
Chiazze d’acqua sporca si alternavano a piccoli cumuli di rifiuti industriali, qua e là fumanti dal calore residuo che si disperdeva lentamente nella notte fredda. A sinistra la città incombente, muraglia di cemento, mattoni, gente, acciaio. A destra il mare calmo del porto, nero, oleoso, ogni tanto sciabordante quieto contro i moli poco più alti dell’acqua.
Augusto camminava lento lungo la calata, assaporando la fine del lavoro e quel paesaggio lunare lungo la strada verso i varchi, verso casa. Quello era il momento che amava di più, quando alla fine del turno di pomeriggio, alle dieci di sera, percorreva le banchine immerse nel silenzio e si lasciava trasportare dalla magia antica degli scagni quasi tutti chiusi, delle mancine slanciate tra cielo e mare.
Quei quindici minuti magici lo ripagavano del duro lavoro e degli studi interrotti, dei sogni perduti e degli anni dimenticati… A cosa serviva il latino quando la sua vita era piantare un gancio d’acciaio tra i legacci e le balle, per portarle sotto alla gru e agganciarle?
Ma la notte era amica e scioglieva quei pensieri, lo avvolgeva nella sua cappa silenziosa e staccava dalla sua mente ogni grumo di risentimento, di invidia per quelli che lavoravano senza sporcarsi le mani, nel caldo dei loro uffici.
Era pagato bene, questo sì, ma quando tirava la tramontana e il vento sembrava tagliare la faccia era lui ad essere fuori, quando pioveva a dirotto e c’era da correre a coprire le rinfuse con i teli c’era lui a spaccarsi le braccia, bagnato fino alle mutande di acqua gelida.
Se capitava un incidente c’erano lui e quelli come lui a rischiare la vita, come l’altra settimana quando si era sganciata una balla di gomma dalla gru di una nave.
“Laevaeve de sotto, a l’è gumma!”
Aveva sentito urlare. Si era voltato e aveva visto la balla oscillare dopo aver urtato contro la fiancata della nave, poi sciogliersi dall’imbragatura e venire giù da venti metri d’altezza. Cadeva sulla pietra del molo, naturalmente, ma tutti sapevano che il pericolo non era quello, erano i molti rimbalzi impazziti che avrebbe fatto, una palla di caucciù da cinquecento chili… Era corso via e si era buttato per terra, distendendosi a fianco di un container per lasciare la minima impronta a terra, così non vedeva la balla rimbalzare oltre, con un rumore sordo che sembrava quello di un cuore che batteva lentissimo, una volta ogni due o tre secondi.
Poi un urlo… ma quella volta era andata, aveva preso soltanto uno su un piede, rotto, ma niente di drammatico. Non sempre finiva così bene.
Se avesse detto che queste cose lo spaventavano, Augusto avrebbe raccontato una bugia. Il rischio esisteva ma non era onnipresente e tutti facevano in modo di ridurlo al minimo, ci tenevano alla pelle. Quelli che morivano nelle stive, i disgraziati soffocati dal gas di sentina o volati giù dalle murate perché lavoravano senza imbraghi, erano extracomunitari o cottimisti, gente che loro, i soci e gli avventizi della Compagnia, cercavano di tenere fuori dal porto proprio perché per fame o per ingordigia accettavano di lavorare come bestie, senza nessuna sicurezza. E i pericoli si pagano, sempre.
Loro, ma non tutti di loro. Gente come Rossetti, ad esempio, il suo capoponte, erano dei bastardi che non si preoccupavano della sicurezza, bastava guadagnare soldi extra e con poca fatica. Si metteva d’accordo con gli armatori e mandava squadre di negri e di albanesi quando quelli della Compagnia rifiutavano di lavorare perché il vento scuoteva le mancine come alberi impazziti, e intascava parte dei compensi, quelli sottobanco, perché la tariffa era fissa ma i contratti li gestiva lui, di nascosto e sulla parola. Non usciva mai dal suo scagno nel capannone, non andava mai al bar con gli altri e del resto nessuno gli parlava
Ma lui se ne fregava, non lasciava prove e non era iscritto neanche alla CGIL, era un cane sciolto.
Augusto aveva imparato ad odiarlo per il suo modo di fare arrogante e vigliacco, per come l’aveva strapazzato appena era arrivato. L’aveva ridotto alla disperazione facendogli fare i lavori più stupidi e pesanti, per poi insultarlo dicendogli che non capiva niente. Aveva pensato di mollare tutto, di andarsene via, di rinunciare a quella sicurezza che il posto in porto gli offriva. Di firmare una lettera di dimissioni e spedirla per posta.
L’avrebbe fatto, l’avrebbe fatto proprio quella sera in cui guardava l’orizzonte grigio attraverso i vetri sporchi del bar du Nin, sulla calata. L’avrebbe fatto appena tornato a casa, appena finito il bicchiere che aveva in mano.
- Cosa stai bevendo? –
Si voltò e vide Giulio, un vecchio socio, quasi in procinto di andare in pensione. Il mare invecchia chi ci lavora vicino, e Giulio aveva la pelle grinzosa come quella di un vecchio granchio, capelli bianchi e radi e un immancabile cappellino di lana blu in testa. Tra le labbra, come sempre, il toscano.
Augusto guardò dentro al bicchiere, prima di rispondere:
- Vodka –
- Bah, quella scalda la pancia ma non il cuore, dammi retta. E’ roba per gli slavi.
Augusto non poté fare a meno di ridere:
- Meglio la sambuca?
- Ridi, ridi, ma almeno questa c’ha un gusto!
Un momento di silenzio, poi il vecchio riprese:
- Cösa ti ghe? T’hai a lûnn-a imbösa? Quando uno guarda il mare nel modo in cui lo stavi facendo tu, vuol dire che lo sta salutando… e ti nu parti pe amoû…
Silenzio.
Giulio sospirò.
- Rossetti è un gran figlio di puttana, ed è vigliacco. Però nessuno ti aiuterà a risolvere i tuoi problemi. Dimostra di essere un uomo, la soluzione la porti appesa alla cintura.
Detto questo si alzò, portandosi dietro la bottiglia di sambuca e lasciandolo solo a guardare il mare. Augusto restò lì a lungo, finché NIn non venne a dirgli che doveva chiudere. Allora uscì dal locale e si avviò verso il molo dove attraccavano i battelli dei pescatori con la canna, e chiese all’uomo se avevano già fatto l’ultimo viaggio dalla diga.
- Vai a fare la notte? – gli chiese quello
- Ho un amico che la fa, vado a fargli compagnia.
- Salta su.
Viaggiarono nella notte fino alla diga foranea, un cinquecento metri al largo, e scese mentre gli ultimi pescatori risalivano, infreddoliti, sulla piccola imbarcazione. Si diresse verso l’altro estremo, e prese a camminare.
La mattina dopo ritornò sulla terraferma con la barca delle sei e mezza, quella dei pescatori dei saraghi, andò al bar a fare colazione, si diede una lavata alla faccia e si diresse al capannone.
Come fu entrato avvertì subito l’odore di legno stantio e di petrolio, e sentì la voce di Rossetti.
- Augusto, sei arrivato? Vedi di darci una botta, che abbiamo da fare! Cosa cazzo hai oggi? Sei rincoglionito?
Il ragazzo si levò di dosso il cagnaro, il pesante eskimo verde, e lo gettò su una sedia. Qualcosa nel suo comportamento doveva essere cambiato, perché alcuni portuali lo osservavano di sottocchio.
Si avvicinò al bancone di legno a cui era seduto Rossetti, che non perse occasione per apostrofarlo di nuovo:
- Ma sei scemo? Cosa fai ancora qui? Rimettiti l’eskimo e…”
Augusto si era sfilato dalla cintura il gancio di acciaio e aveva vibrato un colpo violentissimo sul bancone spaccandolo in due. Nel capannone era calato il silenzio, Rossetti era sbiancato in volto, mentre l’altro aveva estratto l’attrezzo e lo brandiva ancora con la mano destra, respirando forte. Ci fu un lungo istante di silenzio, poi rimise il gancio nella cintura e uscì lentamente.
Da allora aveva vissuto tranquillo.
Naturalmente Rossetti non aveva smesso di infierire su chi non poteva o non sapeva difendersi, e questo ad Augusto non stava bene, ma la legge del porto era chiara: nessuno doveva immischiarsi nei fatti degli altri.
La notte del porto non era mai completamente silenziosa: si sentivano macchinari sfiatare la pressione eccessiva, il rumore sordo dei grandi diesel delle navi che giravano al minimo, il fruscio dei topi disturbati dalla presenza umana. Ma sopra tutto, si sentiva il suono dei suoi passi tranquilli.
Passi, altri passi, passi affrettati.
Augusto smise di camminare . Conosceva quel modo di muoversi quasi furtivo, era quello di Rossetti che evidentemente si era trattenuto in ufficio. Forse aveva avuto qualcosa da sistemare dopo l’ennesima porcata dell’altro giorno, quando aveva fatto scoppiare un casino perché uno dei suoi lavoranti in nero aveva rischiato di lasciarci la pelle cadendo da una gru, dove era andato a districare un groviglio di cavi. Si era salvato, ma non avrebbe camminato più, e correva voce che la Compagnia l’avesse assunto retroattivamente per garantirgli almeno un indennizzo e una pensione. Sulle calate l’aria era pesante.
Rossetti camminava veloce, guardandosi intorno. Augusto lo seguì, incuriosito. Ad un tratto vide due ombre materializzarsi da dietro una cabina e porsi davanti al capoponte.
Non ci fu una parola, solo un attimo di silenzio,poi quattro braccia lo presero di peso e lo scaraventarono in acqua. Ci fu un tonfo, Rossetti andò sotto per ritornare a galla un istante dopo, tossendo. Aveva ingoiato una boccata di quell’acqua oleosa e ora la sputava, cercando di mantenersi a galla, ma il molo era senza appigli e i vestiti pesanti, inzuppati d’acqua, lo trascinavano inesorabilmente verso il fondo.
Venne su e andò giù ancora due, tre volte, poi non ebbe più la forza di mettere fuori la testa per respirare.
A questo punto i due si sporsero dal molo e, di peso come l’avevano buttato, lo tirarono su.
- A proscìma votta, te ghe lascemmû!
Passarono vicino ad Augusto, lo guardarono un attimo e sparirono nella notte.
Il giorno dopo Rossetti non andò a lavorare, e neanche quello successivo.
Quando rientrò, tre settimane dopo, aveva fatto richiesta di cambiare posto, di levarsi dalle calate, e nessuno lo vide più.
Augusto è di angelo fabbri






















Bella storia!
Io della sambuca, mangiavo solo la mosca
Anche molto triste, ma trionfante!
Ho compreso che Augusto è riuscito a scuotere gli animi del porto…
Il suo gancio d’acciaio che ha rotto la scrivania del Rossetti, ha fatto effetto
L’unione fa la forza, il silenzio NO!
La storia che la sambuca scalda il cuore, non la sapevo!
Il gusto dolce della sambuca, il suo aroma inconfondibile e, insieme, il suo essere un liquore popolare, ha creato per me un legame fortissimo con l’ambiente umido dei bar del porto, quei locali con le finestre a vetri piccoli, fissati alle intelaiature di legno con lo stucco ricoperto di smalto, di lambrino, e sopra ogni cosa l’odore acre del toscano…
Una descrizione invitante….
Credo che siano quei posti dove d’inverno si veste invernale e d’estate estivo….
Adoro i posti che esprimono naturalezza e semplicità, per quanto alla fine possano sembrare complessi ed incomprensibili….
Io credo che per riuscire ad apprezzare la vera anima dei luoghi bisogna evitare di studiarli troppo, ma semplicemente fermarsi un attimo in ascolto… e osservarli.
Forse questo è valido anche per le persone.
bella storia ma nella realtà nel porto per sentito dire tempo fa si consolavano facendo sparire la merce dai tir.
scambio vita.. merce?
nn mi pare una garn cosa.
mentre moltro intrigante è il racconto
Ladri ce ne sono dappertutto e non sono certo da difendere. Dove passano grandi quantità di merce operano sempre organizzazioni malavitose che spesso agiscono con la complicità di chi dovrebbe controllare.
Ma questa è cronaca nera, l’importante è che gli organi di polizia facciano il loro mestiere per ridurre al minimo il fenomeno.