Atlantico


Una notte lunga un anno

I rami del cespuglio di rose si spezzano come cristalli. La sottile patina di ghiaccio che copre le foglie è una fragile corazza di zucchero. Nell’erba secca come sterpi antichi avanza lentamente un piccolo insetto allungato. Sembra zoppicare trascinando una zampa, poi rimane immobile con le sottile antenne che vibrano nel vento teso. Del tuo giardino rimane solo il nome ed il ricordo dei giorni nei quali te ne prendevi cura nel fulgore di una luce dimenticata. Nel posto esatto dove spuntavano i tulipani rubizzi nei giorni scintillanti della gioia, ora c’è lo scheletro di un uccello. Mi piego per prenderlo tra le mani, ma i guanti spessi me lo fanno sfuggire. Le sottili ossa leggere si spargono sul terreno dove il gelo è penetrato fino al profondo rendendolo una lastra scura di ossidiana. Nel cielo, l’immagine pallida di un sole livido che, inspiegabilmente, si è spento esattamente un anno fa, lasciando il pianeta nell’inverno spietato in una silenziosa notte di luna piena che dura, ininterrotta, da un anno.

I Titoli di Coda

Dapprima fu lo smarrimento, la sensazione che l’Universo avesse cambiato le regole indifferente al destino della nostra specie. Poi, lentamente, si fece strada la consapevolezza di aver dato troppe cose per scontate, di non aver fatto caso alle albe gloriose, alle gocce di sudore che imperlavano la pelle, alle mani calde dei bambini, al rosso rutilante dei fiori primaverili. Poi ci furono le parole gonfie di boria e di retorica di chi, in mille e mille anni di storia, si era fatto convinto di essere padrone totale del suo destino. Poi iniziò la paura che si declinò nel rombo lacerante delle macchine da guerra che scesero in campo a portare la fiamma nel mondo sopraffatto dal gelo. E scorse sangue. E città bruciarono. E corpi furono dissolti nella furia dell’Apocalisse. E in quei giorni senza luce, fra la miseria del terrore e dell’egoismo, con la storia finì anche la pretesa di essere diversi. Cibo, calore, acqua, un luogo in cui ripararsi. Fu solo questo a contare davvero. Man mano che gli incendi si spegnavano e il mondo entrava nella notte, ci ritrovammo inermi e nudi di fronte alla fragile pochezza delle nostre vite.

La Fiamma

La prima cosa che ho bruciato sono stati i libri e con essi le loro pagine bugiarde e vili infarcite di minutissime menzogne sibilanti. I principi, le premesse, le promesse, le frasi eleganti, la poesia. Un esercizio sterile di presunzione che si è schiacciato e distrutto di fronte al gelo della morte e del buio. Poi è stata la volta dei tuoi vestiti. Per quanto avessi perso peso non potevo indossarli. E allora ne ho fatto combustibile dopo essermi stordito con la traccia labile di profumo che ancora rimaneva impigliato in quelle trame lise. Poi è stata la volta dell’armadio che ho sfasciato a colpi di ascia e che per diversi pomeriggi ha fiammeggiato fra le pareti annerite del soggiorno. E infine il letto, i materassi, i cuscini e le lenzuola. Tutti diventati cenere nel tentativo di tenermi da quella parte del mondo che tu hai lasciato e nella quale io mi ritrovo senza guida, senza luce, senza calore, senza speranza.

Il Silenzio

Ci sono fatti incontrovertibili. Uno di questi è che si deve arrivare alla miseria più completa per comprendere il valore delle cose. Ed è per questo che, per una vita intera, tante parole sono rimaste vuote del loro significato. Segni grafici o suoni senza senso ai quali non è mai stato realmente associato un concetto reale. Fra le parole orfane, quella più desolata è stata sempre “silenzio”. Solo ora che il mondo si è spento ho compreso cosa sia veramente il silenzio. Mentre brucio la legna dei mobili che ho sfasciato in un braciere improvvisato in quel che resta del mio salotto, sento distintamente scrocchiare ogni singola fibra del legno e della vernice lucida che li ricopriva. La notte, quando mi avvolgo tra le coperte e mi stendo sul pavimento gelido, sento la brace respirare come se inspirasse l’ossigeno che la alimenta ed espirasse l’anidride carbonica che mi avvelena. Nei lunghi giri di pattuglia, camminando nella vasta distesa di neve, quando col fucile che mi batte sulla spalla mi metto alla ricerca di cibo e combustibile, mi inoltro in quello che è il più profondo dei silenzi. Nel buio deserto, l’assenza totale di vita diventa solido tacere. Quando mi fermo, mi siedo e trattengo il respiro, non c’è niente che increspa la trama serica di ciò che mi circonda. Nel mio ultimo giro, durante una di queste pause che mi conducono in una sorta di assorta trance, nel buio si è fatto spazio lo scoppio secco di un colpo di fucile. È giunto da sud. A parecchi chilometri di distanza, ma mi ha precipitato in una fremente inquietudine. Prima che sia troppo tardi, è tempo di mettersi finalmente in viaggio.

Farewell

Addio piccole cose. Addio oggettini silenziosi. Addio particelle minute dove ancora si conserva la memoria dei tuoi gesti delicati. Addio promesse mancate, speranze mal riposte, domande rimaste senza risposta. Io, l’amputato, mi metto in viaggio e porto con me la memoria della luce e dei giorni argentei. Avrei potuto declinare la mia vita nella gioia quieta di una compiacente quiescenza. Invece sono stato chiamato a vivere la fine del mondo, la collisione definitiva tra quanto atteso e quanto dovuto. Dovrei gioire di questo inaudito privilegio, invece rimpiango i giorni ordinari, consumati nell’attesa banale di un tramonto quieto.

Atlantico

Quando sono partito non avevo cibo, acqua e carburante a sufficienza per affrontare lo stretto corridoio che è stato aperto negli ultimi giorni di guerra e che dalle mie colline porta a quel che resta di Brest, il porto da cui si sono imbarcate le retroguardie dell’esercito in rotta che ha cercato di invadere l’Europa e che è stato sopraffatto dal buio, dalla fame e dal gelo profondo. Era tempo di partire in ogni caso. Vivere ha senso solo per ricordarti e io voglio portare il tuo ricordo su quella costa che si affaccia su quel mare in cui riconosco il viraggio grigio dei tuoi occhi. Mi sono avviato guidando lentamente la vecchia macchina che sono riuscito a caricare di tre taniche di gasolio, due fucili, quattro scatole di munizioni, coperte, carne arsa dal freddo e cibo in scatola. E per arrivare, mi sono dovuto fare strada in quel che resta della mia determinazione, nella mia caduca debolezza, nella malattia che mi ha preso la parte destra del mio corpo, nella fragilità delle mie ossa consumate. Mi sono appostato e ho cacciato, dosando con saggia cautela ogni singola pallottola, facendo in modo che ad ogni colpo di fucile ci fosse una testa da esplodere, un corpo fremente in cui affondare il coltello, carne ancora tiepida da mangiare, combustibile da bruciare, armi e coperte da rubare. Ed è stato un lungo percorso tra quel che resta di città abbandonate, braci soffocate e croci di lamiera anonime ai margini delle strade, ma ora sono finalmente arrivato e cammino lentamente nella ghiaia scricchiolante fino ai margini della scogliera che cade a picco fino alla spiaggia lontana. Non riesco a capire che ore siano. Alzo la testa per cercare il sole, ma il cielo è scuro e coperto di nubi profonde. Non si scorge nemmeno la luna. Del mare percepisco il rombo profondo delle onde spumose, di fronte a me la distesa grigia dell Atlantico. Apro le braccia e mi tuffo nel vento salso che viene da lontano. Mentre cado ti penso e senza altre paure mi congiungo nel silenzio alla notte.