Aspettando la Rivoluzione
14 luglio, 2010 - 12:35 di fma
Archiviato in Appunti Italiani, Cazzotti, Meccanica delle Cose
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La rivoluzione è un’azione violenta tesa a scardinare un ordine costituito, al fine di sostituirlo con un ordine nuovo.
Ne la “Critica all’economia Politica” Marx sostiene che una costruzione sociale non perisce finché non abbia sviluppato tutte le forze produttive a cui può dare corso.
In altre parole che non vi può essere rivoluzione finché i rapporti di forza, che hanno prodotto l’ordine sociale esistente, non siano mutati tanto da renderlo inattuale, dunque instabile.
La Rivoluzione Francese può considerarsi a buon titolo il paradigma di tutte le rivoluzioni.
Nella Francia dell’epoca la Borghesia deteneva già il potere economico, ma non aveva ancora accesso al potere politico, che restava appannaggio della Nobiltà e del Clero.
Erano le condizioni oggettive per una rivoluzione.
Ma la rivoluzione non è l’unica azione possibile contro il potere. Esistono anche la ribellione e la rivolta, che sono un’altra cosa.
Le ribellioni e le rivolte sono dirette a sostegno di interessi più circoscritti sul piano economico, sociale, geografico. Spesso non hanno il fine primario di sostituirsi all’ordine esistente, ma quello più circoscritto di scrollarsi di dosso un giogo troppo pesante: tasse troppo alte, salari troppo bassi, condizioni di vita difficili.
Si dice rivolta e vengono in mente i Ciompi, Masaniello, Cola di Rienzo.
Ma ci sono state anche la Comune di Parigi del 1871, o la rivolta Spartachista di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg del 1919. I movimenti di lotta armata negli stati centro americani degli anni sessanta (Cuba è un caso a sé), o i partiti armati fioriti nell’Italia degli anni settanta. In questi ultimi casi lo scopo perseguito era dichiaratamente il sovvertimento dell’ordine sociale, ma, evidentemente (sono sfociati in altrettanti fallimenti) la lettura delle condizioni oggettive era sbagliata.
Quel che deve essere chiaro, a chi voglia fare la rivoluzione, è che sono necessarie due cose: le condizioni oggettive e la risolutezza di un’opinione pubblica consapevole. In assenza della prima il risultato garantito è il fallimento. Se manca la seconda si offre il destro a chi detiene il potere di adeguare la struttura politica alle mutate condizioni economico-sociali, scongiurando la soluzione violenta.
È ciò che avvenne in Austria, regnanti Maria Teresa e suo figlio Giuseppe, o in Prussia con Federico il Grande, monarchi coevi di Luigi XVI, ma assai più lungimiranti di lui.
Abbiamo così scoperto una terza condizione che serve per fare la rivoluzione: chi detiene il potere non deve fare abbastanza per evitarla, dev’essere sufficientemente ottuso da non capire che sta seduto su un barile di polvere, con la miccia accesa.
Posto che spesso leggo e sento dire, da almeno cinquant’anni, che questa è in una situazione che non può durare, che prima o poi qualcosa dovrà pur succedere, ho provato a chiedermi (lo chiedo anche a voi) se, nella situazione attuale, le tre condizioni che ho detto sussistano, oppure no.
Partiamo dalle ultime due, le più facili da verificare; circoscrivendo il discorso all’Italia, il paese in cui viviamo, che ci interessa più da vicino.
Coloro che oggi detengono il potere, Berlusconi e banda, sono coscienti di stare seduti su un barile di polvere sul punto di deflagrare? Guardando a come si comportano, a come trascurano i problemi della nazione per badare ai propri, si direbbe di no, che somigliano più a Luigi e a Maria Antonietta, che a Maria Teresa e a Federico il Grande.
Da questo punto di vista siamo a cavallo.
La seconda condizione: l’opinione pubblica ha la percezione d’essere sulla soglia di un trapasso epocale? Esistono le condizioni soggettive per una rivoluzione?
Parrebbe di si, a dar retta ai blog, ad ascoltare la gente nei bar. Ma non va dimenticato che sentimenti simili serpeggiano da sempre tra la popolazione, proclive per natura a pensare che uno schifo così non s’è mai visto, che non esistono più le mezze stagioni, che è ora di prendere i forconi e di infilzarli tutti. Bisogna considerarli per quel che sono, sentimenti dettati in larga misura dal bisogno di spiegare la propria condizione ascrivendone le cause ad altri, piuttosto che a sé stessi. Una cosa sulla quale il bravo rivoluzionario deve sì lavorare, per volgerla dalla sua parte, ma senza farci grande affidamento.
Non vedo Philosophes in giro, né Encyclopédie. Nessun Gobetti, nessun Gramsci. Neppure i loro nipotini. Soltanto assenza.
La terza condizione, la più ardua da decifrare riguarda le condizioni oggettive. Esistono, qui e ora, le condizioni oggettive per rovesciare le classi dominanti e sostituirle con una classe nuova, che bussa prepotentemente alle porte? un Terzo Stato che reclama il ruolo che gli spetta?
Non so voi, ma io, per quanto mi sforzi, non la vedo proprio questa classe nuova, motore della nazione, alla quale è negato l’accesso alla stanza dei bottoni.
I metalmeccanici della FIOM, i terremotati de L’Aquila, i precari della scuola, i pensionati al minimo, i giovani con contratto a tempo determinato? Sarebbero questi la nuova classe sociale?
Se devo trovare, in questi ultimi trent’anni, una categoria sociale che si è conquistata, tramite la normale prassi democratica, una rappresentanza politica che non aveva, ma alla quale aveva diritto, mi pare la piccola piccolissima impresa del Nord. So che mi sto attirando molte antipatie, ma credo corrisponda al vero. Cosciente che Bossi e Miglio non sono Diderot e D’Alembert.
Naturalmente questo non mi impedisce di concordare con chi dice che non stiamo attraversando un periodo di grandi soddisfazioni. Aggiungo soltanto che il constatarlo non basta per postulare che ne seguirà a breve una rivoluzione.
Bisogna cambiare, risalire la china, su questo siamo tutti d’accordo. Il problema è come.
Se fossimo in un regime autoritario la rivoluzione sarebbe l’unico modo. Ma in democrazia il potere già viene rimesso dai governanti, alla fine d’ogni mandato, nelle mani del popolo. Basterebbe che questi, ove fosse realmente scontento di come i suoi rappresentanti hanno gestito la cosa pubblica, li sostituisse con altri.
Ci vedo una sola controindicazione: per poterlo fare bisognerebbe poter contare su una classe dirigente alternativa, une nouvelle génération de Philosophes, capace di immaginare e proporre una nuova meta, un orizzonte. Che consideri il potere un mezzo, piuttosto che un fine e dunque, in questo senso e solo in questo, rilanci una visione etica della politica.
La domanda allora diventa: come si fa a dotarsi di una classe dirigente?
Non è facile dirlo in positivo.
Ma possiamo provare a inventariare ciò che abbiamo fatto negli ultimi cinquant’anni, che probabilmente è anche ciò che ci ha portato nelle condizioni in cui siamo: un paese senza una classe dirigente.
Per lo meno scopriremo ciò che non bisogna fare.
Sarebbe già qualcosa.
L’unico modo per selezionare una classe dirigente, posto che questa debba raccogliere i migliori, è il metodo impiegato nei cinodromi. Far correre la lepre fuori dalla portata di qualsiasi cane, in modo che dalla muta, matematicamente, si stacchino i migliori. È una brutta immagine, ma ha il pregio d’essere chiara.
Il primo antropodromo per antonomasia è la scuola.
Negli ultimi quarant’anni l’abbiamo amputata, riconoscendole unicamente i compiti di istruzione e formazione, negandole quello di selezione. Bisognerà tornare al merito, alla selezione dei migliori. Una selezione metodica, determinata, senza sconti, abbandonando le teorie egualitaristiche secondo cui qualsiasi selezione equivale a una discriminazione. Detto come se discriminazione fosse una brutta parola. È di questi giorni la notizia secondo cui la Germania erogherà un ministipendio di trecento euro ai suoi studenti migliori, senza distinzione di censo. Mi sembra un passo nella direzione giusta.
Il secondo antropodromo è la vita, il mondo del lavoro e delle professioni. Un’agorà che s’è andata sempre più specializzando nell’arte di selezionare a rovescio. Di premiare non i migliori, dai quali emergerebbe naturalmente l’antagonista del capro dominante, dunque il ricambio generazionale, ma i femminielli, usi a trascorrere la vita contendendosi i favori del loro mentore e protettore.
Le due cose si tengono.
Per cambiare la seconda bisogna cominciare dalla prima.
Ma per farlo bisogna essere tutti d’accordo, anche quando a essere discriminati sono i nostri figli.
Aspettando la Rivoluzione è di fma

Molto interessante e ampiamente condivisibile, grazie
Sono estremamente d’accordo con la chiosa.
La scuola è la via maestra e l’eccellenza è il migliore dei modi per discernere e capire che è bravo a fare cosa.
Selezione dei migliori con metodi chiari e trasparenti. La famosa meritocrazia viene adottata è tanto bistrattata, ma la meritocrazia è il pilastro su cui creare la selezione.
Voglio dire che borse di studio venivano sovvenzionate anche nelle nostre università, ed andavano in base al merito. Erano (Sono?) le borse di studio ottenute per merito.
Non è una competizione verso gli altri, è un metodo per risolvere i problemi e prendere decisioni. Ognuno deve scegliere la propria strada, e rendere chiaro in che cosa si è bravi ed in cosa si è meno bravi è il primo e più importante compito dell’educazione.
La formazione della persone dovrebbe essere votata alla scoperta di se stessi, per poi riflettere i propri talenti nella società, mettendoli a servizio della stessa.
Hat tip fma.
Chapeau.
Sono confusa.
Non vedo rivoluzione(forse non siamo ancora ridotti alla fame. le rinunce imposte dalla crisi riguardano la terza macchina, il quarto cellulare che possediamo, oggetti di alta e costasa tecnologia…nn so) né soluzione. In giro solo una flebile contestazione da bar, appunto.
Proviamo a cercare delle soluzioni.
In accordo con te quando scrivi che è necessario puntare di una classe dirigenziale che emerga dopo un’accurata selezione.
Punto focale dunque è l’educazione, il cambio di mentalità. L’ambito in cui muoversi, anzitutto, la scuola. La crisi esige un intervento estemporaneo.
Abbiamo bisogno di riforme.
L’attuale classe dirigenziale, che pare muoversi senza ostacolo alcuno, che interesse avrebbe ad investire in riforme autoscalzanti?
Intanto gli italiani prenotano e affollano i luoghi di villeggiatura come se crisi non fosse…
Luna
ti ho risposto sotto
Felice di risentirti.
Credo che in questo momento ogni persona ragionevole sia confusa.
Buona domanda: perché l’attuale classe dirigente dovrebbe…?
Non questa certamente.
Ma se ci fosse una pressante domanda di cambiamento (c’è, sta montando), per la legge della domanda e dell’offerta dovrebbe nascere un’offerta politica alternativa che, se avesse successo, potrebbe mettere in moto un meccanismo virtuoso…
Panta rei
Per quel che può contare…condivido ampiamente. Uno dei punti salienti è la creazione di una nuova classe dirigente che possa avere una visione nuova e orientata ai cambiamenti epocali che ci stanno investendo: la questione è che per avere una classe dirigente, bisogna avere prima una nuova classe sociale dalla quale si generino personaggi che rispecchino il nuovo sentire.
…
La mia confusione (sentimento diffuso?) è che non credo di ravvisare ancora l’esistenza di questa nuova classe, se non in qualche accenno scritto di qualche scrittore (intellettuale?) anche se l’impressione sia più di nichilismo con qualche punta di snobismo, senza una vera visione dell’evoluzione della società. Se poi ci rivolgiamo alla storia,ci accorgiamo che sono sempre delle elite a gestire le fasi di transizione, o di rivoluzione, avendo mezzi economici e culturali per favorire il cambiamento.
Oggi il mondo occidentale, ma soprattutto l’Europa non credo abbia vere spinte innovative e l’Italia, fuori nella storia recente dai flussi principali del pensiero, non vedo perchè debba fare eccezione, anzi.
Oggi le vere rivoluzioni avvengono nella cosidetta Pacific Rim, tutti i paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico, è lì che stanno avvenendo i grossi avvenimenti per l’umanità.
Come più volte affermato, penso che oggi una classe dirigente in Italia debba fare di necessità virtù e iniziare a pensare come trasformare l’istruzione del paese in funzione del ruolo periferico che avremo sempre più, domandarsi come può un paese vivere di solo terziario (che rapprensenta voce di spesa e non di ricavo), come fronteggiare la crisi del mondo meditteraneo con le conseguenti ondate migratorie, che supporto dare al tessuto industriale della piccola impresa in un mondo globalizzato, come affrontare l’onda anomala del “baby boom” degli anni ’60 che fra meno di 20 anni genererà l’emergenza anziani,di cui farò parte
Personalmente non riesco a essere ottimista e questo alla soglia dei 50 anni, mi sta portanto a essere egoista e a pensare a come organizzare il mio prossimo futuro anche se ogni tanto salta fuori quel poco di “rivoluzionario” che è rimasto in me. E mi si riaccende la speranza… mah! sarà il caldo!
Magari in giornata posterò la mia idea di rivoluzione.
Mi piacerebbe leggerla.
La mia rivoluzione? Più cha altro un sogno di piena estate. Niente di speciale, non è filosofica, sociale, intellettuale o che altro: è una silenziosa rivolta nei confronti di chi detiene il vero potere, ovvero chi possiede il denaro.
Le banche. Ritiriamo i nostri soldi dalle banche: bisogna essere veloci perché la riserva di denaro non supera il 3% del totale dei conti correnti; anzi ancora meno perché esiste una specie di fondo di mutuo soccorso tra banche che non versano realmente il denaro ma solo la promessa di farlo in caso di bisogno.
Il denaro non ha colore politico quindi se un numero consistente di persone ritira i propri soldi chi non vuole vedere andare in fumo i propri deve fare altrettanto: creare l’effetto Argentina.
Non fermarsi qui: ritirare gli eventuali titoli di stato, mandare in asfissia lo Stato.
I nostri politici, i nostri gerarchi, i nostri boiardi saranno spazzati via dai loro committenti in meno di una notte.
Dopo? Si vedrà. Lo avevo anticipato nessuna filosofia o grande idea, solo il deserto.
L’alternativa? Domani mattina svegliarsi, andare al lavoro (se ancora non lo si è perso) e fare quello che il proprio datore di lavoro ti dice…
Buona calda domenica
Posto che i soldi li potrebbero ritirare soltanto coloro che ce li hanno, sarebbe un po’ come segare il ramo su cui si sta seduti.
Ricambio la calda domenica.
Proprio in questi giorni sono finita a discutere animatamente su certi argomenti… sento un po’ di stanchezza in giro. Io invece sono sempre più schifata da tutto, dal modo in cui si fa politica adesso e da chi la fa. Schifata da chi in passato poteva cambiare le cose e non l’ha fatto (non si sa per quale assurdo motivo). Schifata, ormai, anche dall’opinione pubblica sempre più ignorante (e i commenti contraddittori dei giornali certo non aiutano). Tutto dovuto al fatto che mi sto documentando un po’ più a fondo sulla storia politica degli ultimi 20-25 anni. Non so quanto è bene che lo stia facendo: l’unica cosa che risolvo è di riuscire a corrodermi ancora di più il fegato, a riempirmi di bile e forse alle volte a ragionare sempre meno lucidamente per colpa della rabbia e del veleno.
Certe volte penso che una “rivoluzione” sia ormai alle porte, che la gente non può far finta di niente ancora a lungo… poi, invece, mi ritrovo a far finta di niente anche io. Certe volte penso che una rivoluzione debba nascere da sola coi suoi tempi, a braccetto con lo sfinimento del popolo, per rigettare sul mondo tutta l’energia di anni e anni di arrabbiature e contenimenti. Altre, invece, mi rendo conto che senza una sorta di “leader” a trascinare le masse, nessuno farà mai niente per cambiare le cose. Certe volte rimango allibita dalla direzione che prende il mondo e mi riempio di paura, altre mi dico che tutto questo pessimismo è infondato.
E allora penso a Berlusconi che più di vent’anni fa ha gettato le basi per la sua ascesa sfruttando il potere mediatico della televisione, modellando l’opinione pubblica, facendosi in qualche modo “amare” per l’intrattenimento che offriva agli italiani. E poi, entrando in politica, scardinare tutti i precedenti metodi, rendendola più semplice e accessibile a tutti (anche se, ovviamente, nel modo che faceva più comodo a lui). Certo, giocava dalla sua parte anche la caduta dei vari partiti in seguito a Mani Pulite, che lasciarano un vuoto politico che Berlusconi si è affrettato a colmare.
Io, tutto sommato, penso che la situazione non sia tanto diversa da quegli anni lì. La televisione non è più una novità e c’è poco da sfruttarla, ma siamo entrati nell’era di internet, nell’era dell’informazione libera al di là di stampa e tv, al di là dei libri e dei luoghi comuni. Forse semplicemente servirebbe un “nuovo Berlusconi” che prenda il posto della sinistra sfinita e frammentata che abbiamo adesso, un “nuovo Berlusconi” che sfrutti questa nuova arma che è internet prima che venga regolarizzata e ammansita al “bene comune”. Un “nuovo Berlusconi” che riporti un modo sano di fare politica, che assecondi i desideri degli italiani insoddisfatti. Un “nuovo Berlusconi”, insomma, senza i lati più negativi di quest’ultimo. In fondo, c’è una buona percentuale di non votanti in Italia che è insoddifatta delle opzioni di cui è a disposizione, ed è su quelli che un ipotetico rivoluzionario potrebbe far leva.
Però, forse, è ancora troppo presto. Quando parlo di certe cose con persone un po’ più grandi di me, non ci si riesce a capire. Veniamo da epoche profondamente diverse, e per quanto un anziano possa cercare di capire la nuova generazione, e un giovane possa tentare di studiare e assorbire il passato recente, mi sembra ci sia un’incomprensione di fondo incolmabile. Col cambio di generazioni, forse, ci sarà un’unione di pensiero più unanime e compatta, e quindi più forte. Resta però il fatto che la rivoluzione si fa, non si attende. E senza un trascinatore non si farà mai niente.
Mi riesce difficile trovare un punto da cui cominciare tali e tante sono le cose affastellate le une sulle altre.
Mi limito a due argomenti.
Incomprensioni generazionali. Ci stanno. Ci sono sempre state, ci saranno sempre. Non c’entrano nulla con i problemi politici. I giovani e i vecchi sono i due estremi della vita, fatti per toccarsi. Ci sono esempi di bellissimi sodalizi tra giovani e vecchi. L’unica condizione è che siano entrambe persone intelligenti.
Un nuovo Berlusconi “buono”, che usi Internet, per scacciare il vecchio Berlusconi “cattivo” che s’è appropriato del potere usando la TV: sono sicuro che neppure tu ci credi.
Quand’ero giovane come te, mio nonno, che era vecchio come me, mi diceva spesso, talvolta facendomi incazzare: ricordati che per mangiare un elefante prima bisogna tagliarlo a fette.
Probabilmente è vero… però un po’ ci credo. Nel senso che credo ci voglia un trascinatore, e credo che bisogna partire da internet (anche e soprattutto perchè è un mezzo gratuito e a disposizione di tutti). Sicuramente non basta e sicuramente non ci sarà quello perfetto, ma credo che sia un’ipotesi da cui si potrebbe partire. Ma è probabile anche che finchè Berlusconi non muore (almeno sulla scena politica) difficilmente una persona del genere potrà emergere, visto l’uso distruttivo che può adottare con la televisione e le pressione che può esercitare sugli altri canali d’informazione.
p.s. ma io penso che l’elefante in questione sia già tagliato a fette, solo che se ne devono ancora accorgere tutti (compreso lui)!
Sono sicuro di pochissime cose, quasi di niente.
Una di queste pochissime è che ciascuno di noi, nel corso della sua vita, si troverà davanti l’elefante intero. O la scatoletta del tonno chiusa.
Dovrà imparare a tagliare a fette l’elefante, e ad aprire la scatoletta del tonno.
Matematico.
Cito: “Non vedo Philosophes in giro, né Encyclopédie. Nessun Gobetti, nessun Gramsci. Neppure i loro nipotini. Soltanto assenza”.
Questo è il punto. Mancano le menti in grado di mettere insieme ed esprimere con poco ma in maniera efficace e trainante i generalismi, i pressapochismi, i bastianancontrarismi ed i qualunquismi lamentosi dell’italiano medio.
Il nostro popolo è noto che si infiamma con poco e senza la giusta analisi e con altrettanto poco spegne i fuochi di paglia.
Le Rivoluzioni con la R appunto sono sempre nate sulla spinta di una classe di pensatori ed intellettuali benestanti (a pancia vuota non si pensa, al più ci si incaxxa e basta). Questo manca e credo ahimé mancherà per parecchio ancora.
Assenza.