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Arte, Scuola e Futuro

21 marzo, 2007 - 19:48 di  
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Sono un assiduo frequentatore di eventi legati al mondo dell’arte, in particolare  mi ritengo un divoratore di mostre sulle arti visive.
Appena ne ho l’occasione, inforco il mezzo di trasporto più opportuno per recarmi nel luogo dove vengono proposte, si tratti di scatti fotografici, tele, sculture o monumenti. Mi piacciono molto le mostre dedicate a un unico autore, tendo ad apprezzare meno quelle che raccolgono opere miste di un certo periodo o i grandi musei, dove l’accumulo di grandi opere è fine a se stesso e il percorso artistico degli autori viene frammentato rendendone difficile la comprensione.
Sono soprattutto i quadri ad attirare la mia attenzione: la mia percezione è dinamica e la presenza dei colori è per me condizione necessaria al completamento dell’emozione, l’assenza dell’iride mi porta inevitabilmente a una sensazione di fredda staticità priva di vita. Per me un quadro è uno scatto fotografico con l’obiettivo rivolto all’anima dell’artista, mentre una scultura è un freddo raggio di luce bianca che attraversa lo spazio buio e profondo.




Alle mostre cui assisto, mi piace immaginare il pennello che marca il suo passaggio sulla tela che sto osservando: di solito mi soffermo sui divanetti con sguardo ebete a pensare da dove si sia sviluppata la prospettiva, dove sia stato impresso il primo tratto, cosa stesse osservando il suo autore mentre lo dipingeva, quali rumori abbia avvertito, quali odori, cosa l’abbia potuto distrarre, quando abbia imprecato per un colore mescolato male o per una sbavatura di rosso. Il quadro è vivo davanti a me, prima di accomiatarmi da lui sfogo l’eventuale accento di concupiscenza nel pensare a quale parete della mia casa potrei dedicargli. C’era un magnifico Modigliani che avrei visto magnificamente proprio di fronte alla penisola della cucina, da osservare mangiando qualcosa di semplice come una bruschetta all’olio e peperoncino; la “Persistenza della Memoria” sarebbe andato benissimo sopra al comò, per ricordarmi ogni mattina che il tempo è un’invenzione non necessaria di cui prima o poi dovrei tentare di liberarmi; un Balthus in corridoio, per non doverci ragionare troppo; “l’Autunno” di Cascella in sala da pranzo, in compagnia del teak di tavolo e madia, per avere un istante della mia stagione preferita in ogni giorno dell’anno; e “l’Insonne” di Munch proprio all’ingresso, così che gli ospiti capiscano subito con chi hanno a che fare. Quando mi ridesto, di solito la mia ragazza sta brontolando e tutti coloro che mi seguivano in coda per il biglietto mi hanno già superato, ognuno di loro ovviamente prendendomi per deficiente (d’altra parte cosa posso prendere, visto lo sguardo ebete…).
Solitamente esco dalla mostra con una sensazione profonda di arricchimento e di soddisfazione, come se in effetti mi stessi portando a casa un pezzo del messaggio che penso di aver recepito; disgraziatamente questa sensazione tende a perdersi col passare dei giorni con mia piena consapevolezza della sua dissoluzione, senza che possa far nulla per fissare quelle immagini e quei tratti, talvolta a mio avviso fondamentali, che vorrei conservare e portare con me.
Credo d’aver infine individuato le ragioni di queste dissolvenze con inevitabile terrore: ho dovuto riconoscere che le mie lacune sono dovute alla mancanza basi che avrei dovuto posare in tempi di assorbimento integrale, ovvero durante le scuole superiori.
Per essere chiaro, ho frequentato il liceo Classico e non sono stato esattamente il prototipo di un alunno modello: all’epoca combinavo discreti casini, spesso il mio impegno si riduceva alla presenza durante le lezioni e non mostravo uno spiccato interesse per le materie regine dell’accademia in questione, il latino ed il greco. Ciononostante, dopo tanta autocritica devo anche ammettere che ciò che m’appassionava veniva poi approfondito oltre il limite della saggezza, soprattutto quando varcare questa soglia coincideva col rubare tempo ad altri doveri didattici. Certo, il mio interesse verso le materie era in qualche modo anche proporzionale all’interesse che il professore di turno sapeva suscitare. Per esempio, la prof di latino e greco era pallosa quanto le sue lingue; e infatti… La fisica invece m’interessava molto ma il professore era troppo attratto da esempi circa la comprimibilità dei liquidi in cui poteva citare la sua auto idropneumatica; e fu così che di fisica oggi non mi rimane nulla, in compenso le Citroen sono le mie auto preferite.
Al di là di propensione personale ed altri dettagli -ammesso che la bravura di un docente possa essere ridotta a un dettaglio-, a mediare il tutto e a garantire un bagaglio culturale completo e uniforme dovrebbe intervenire la promulgazione di un programma statale unico, certo, inderogabile, condiviso bilateralmente e completo. Bene, io non mi sono mai spiegato come fosse possibile che in una scuola prettamente umanistica come il liceo classico non venisse dato alcuno spazio alla musica, materia con cui si studiano le tecniche e le logiche per suscitare la percezione più profonda che sia stato concesso all’uomo di cogliere con gli apparati sensoriali. E l’arte? Relegata a due sole ore settimanali, spesso affidata a persone di dubbia professionalità che non fanno nulla perchè la loro materia (tra le più bisognose di una guida alla comprensione dotata di passo certo e costante) sia degnata della giusta considerazione… “Prendi l’arte, e mettila da parte”, loro ci s’attengono letteralmente. Tutte considerazioni che, quando ero liceale, non ho saputo fare. Ma tutte considerazioni che, quando ero liceale, non avrebbero dovuto essere affidate a me.
In sintesi, la scuola italiana fa parecchio schifo.
Gli italiani della mia generazione credo siano stati salvati dalla maestra delle elementari e dall’istruzione media inferiore: esse hanno dato a me e a chi m’ha preceduto in quel sistema didattico basi solide su cui costruire una vita o da cui partire per rinforzare il patrimonio culturale della persona. Le superiori hanno sempre contato poco, rivestendo fino agli anni ‘80 un ruolo molto pratico e formando l’individuo più sul piano sociale che su quello didattico/morale, cui aveva pensato soprattutto la “signora Maestra” fino ai 10 anni.
Oggi le cose sono cambiate: la maestra-chioccia che faceva metabolizzare le tabelline non c’è più, sostituita da un turbine d’insegnanti che ruotano intorno a bambini di 6 anni nel tentativo di rimpinzarli di quante più informazioni possibile, foss’anche per osmosi, e provocando indigestioni non curabili col bicarbonato. Le medie inferiori sono state snaturate dal continuo inserimento di forza docente non qualificata, frammentata in ceti troppo diversi per poter essere coesa e talvolta troppo tutelata sul piano contrattuale, seppur con retribuzioni indegne del ruolo che ricopre e della responsabilità che ne deriva. E le superiori continuano a essere la pochezza che erano già e a lasciare altrettanta pochezza a chi vi passa attraverso, con la vergognosa scusante che “tanto quasi tutti poi faranno l’università e potranno quindi recuperare”. Ma recuperare cosa, dico io, visto che che stavolta la lacuna parte dal primo giorno di lezione?
Ad oggi, una riforma strutturale non è nemmeno in previsione; ne prendiamo coscienza a colpi d’immagine e di videofonini, con cui vediamo i primi effetti di questo scenario sulla società. Ed ecco che salgono alla ribalta delle cronache professoresse eroticamente frustrate che sfogano le proprie manchevolezze con adolescenti in piena tempesta ormonale; o maestre che, più o meno fortuitamente, riescono nell’incredibile impresa di tagliare la lingua a vivaci bambini delle elementari. Episodi che fanno storia a sé, questo è vero, ma inseriti in un contesto di mediocrità che li rende possibili.
In questo scenario, buona parte delle responsabilità vanno attribuite anche ai genitori: parliamoci chiaro, senza la loro collaborazione non esiste docente in grado di mutare il percorso didattico di un qualsiasi reticente alunno. E sui genitori dei nostri tempi ci sarebbe anche troppo da parlare. Male, ovviamente.
Purtroppo, questa variabile non è in alcun modo controllabile dallo Stato, come invece lo è la Scuola; ecco che quest’ultima diviene l’unico punto di partenza possibile.
Un intervento serio dovrebbe puntare anzitutto sulla prima risorsa a nostra disposizione: il corpo docente.
Montanelli diceva che una sua metà avrebbe dovuto essere eliminata, mentre l’altra metà sarebbe stata meritoria di allori imperituri. Ogni diritto derivante dall’impiego statale andrebbe sottoposto a verifica: per essere tale, un insegnante deve dimostrarsi idoneo a svolgere il ruolo che ricopre e deve dimostrare periodicamente la sua idoneità. Questa gente avrà tra le mani il futuro di tutta la nazione, questa gente dovrà fornire agli alunni di domani gli strumenti per decidere come indirizzare la propria vita e, con essa, la società di cui faranno parte. Il titolo di professore dovrebbe essere forse il più prestigioso tra tutti quelli che si vanno ad anteporre a un cognome, dovrebbe tornare ad essere la posizione più ambita da chiunque.
Un primario cura una malattia, un ingegnere costruisce un ponte, un generale difende il proprio paese. Un professore che sappia valorizzare le attitudini e i desideri dei suoi studenti, potrebbe aiutarli nelle loro scelte e dar modo a una nazione, domani, di poter disporre del “miglior” medico, del “miglior” ingegnere, del “miglior” generale.
Ma per ottenere questo, bisogna fare in modo che il professore in questione sia il “miglior” professore.

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Comments

9 Risposte a “Arte, Scuola e Futuro”
  1. MenteCritica scrive:

    Un pezzo complesso ma molto bello. Da rifletterci. Parlare di arte è diventato rivoluzionario.

  2. Gatto Assassino scrive:

    Sull'arte nulla da dire… leggendoti fai venir voglia di correre ad una mostra.

    Sulla scuola mi trovi perfettamente d'accordo con te. Il problema della valutazione dei docenti è grosso. Chi dovrebbe essere poi deputato a verificare il corpo docente? Un ente esterno? Costerebbe troppo. I direttori scolastici? Rischioso. Se litigo con il preside mi becco "migliorabile"????

    Più che altro, il problema grosso è che gli insegnanti sono demotivati. Grazie alle varie riforme sulla scuola, hanno perso sempre più potere. Gli stipendi sono quelli che sono. I genitori, invece di prendere a randellate i figli, prendono a randellate gli insegnanti. I presidi (ora dirigenti scolastici), ragionano come veri e propri dirigenti d'impresa.

    La cosa funziona così: la percentuale di bocciati deve diminuire. Per diminuire BISOGNA promuovere di più. A prescindere dal reale rendimento.

    Aggiungi a questo che non è più possibile "rimandare a settembre", cosa che ai miei tempi era un bello spauracchio. Oggi, al più, qualche corso di recupero (una vera buffonata).

    Gli alunni più smaliziati questo lo sanno e studiano meno del meno.

    Il problema più grande, è che l'Italia (rappresentata da questo o da quel governo) deve dimostrare che i bocciati sono pochi, non dimostrare che il livello e la qualità della preparazione sono elevati. Questo messaggio viene trasmesso ai dirigenti scolastici, che operano di conseguenza.

    Ma su questo ci sarebbe un articolo da scrivere…

  3. Emanuele scrive:

    Bellissimo articolo!!Ammetto che vedere la persistenza della memoria ha attratto non poco la voglia di leggere l'articolo essendo io un "fan" sfegatato del Salvador.

    Alcune considerazioni:

    - credo che non ti piaccia goya vero?

    - cit:"disgraziatamente questa sensazione tende a perdersi col passare dei giorni". l'arte (in senso generale,sia essa musica,scultura etc…) è solo pace e bellezza momentanea,quindi fuggevole…come diceva il sommo Schopenhauer parlando delle vie di liberazione dal dolore.

    E qui mi riaggancio ad alcuni temi da te trattati sulla scuola:

    ho finito le medie da 11 anni,e le mie medie e le mie elementari erano ancora come le hai descritte tu. Idem le superiori: anch'io combinavo casini e mi interessavo solo di ciò che volevo io. Ma questo dopo un fatto importante che credo sia accaduto all'inizio della terza superiore(16 anni?): ho preso consapevolezza di ciò che mi insegnavano, che non erano indottrinamenti fini a se stessi, c'era una certa logica dietro (naturalmente): insegnarti il pensiero, il perchè delle cose, il come delle cose.

    Questa banalità mi ha portato poi ad interessarmi di ogni cosa al di la addirittura del professore (ho sempre amato la fisica anche se avevo un prof che odiavo).

    Il senso di questa cosa,semplice e banalissima si sta perdendo in queste generazioni vodafone,grande fratello e dolce gabbana. Bisogna ridare il senso dell'insegnamento perchè io l'ho trovato da solo, non so come(sarà lo spirito santo) ma sono sempre meno ad arrivarci e la cultura rimane tutta ,impolverata,nei vecchi sussidiari. Oppure studiata e dimenticata il giorno dopo.

  4. diabolicomarco scrive:

    Bell'articolo. Da 5 stelle. Ottimi spunti di riflessione.

    L'arte. Che gioia per l'animo!

    La scuola. Che tomba per gli istinti più puri!

    La musica a scuola? Questa è una proposta veramente rivoluzionaria. La appoggio.

    Ho già detto la mia in un commento su dfc qualche tempo fa ma mi ripeto volentieri. Gli insegnanti meritano una gratificazione economica sostanziale. Quelli validi, ovvio. Gli altri a zappare la terra o a pulire i cessi.

  5. serpiko scrive:

    Grazie per l'attenzione, era un bel mattone e mi fa piacere che vi sia piaciuto.

    In un dato punto ho citato problema genitori, a mio avviso tutt'altro che secondario; non è stata una citazione casuale, tanto più che avete sentito la necessità di citarlo anche nei vostri commenti.

    Bene.

    E' di oggi questa notizia:

    http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/…

    Mi chiedo: un episodio di questo tipo ha più o meno importanza delle lingue tagliate e delle porno-prof?

    Eppure queste ultime hanno il viatico diretto per la prima pagina mentre per le prime meritano solo trafiletti…

  6. spes74 scrive:

    Bellissimo articolo.

    Sono d'accordo sulle emozioni che suscita l'arte sotto qualsiasi forma, anche se sono abbastanza ignorante in materia.

    Sulla scuola ancora più d'accordo.

    Ho avuto delle ottime basi, sia alle elementari che alle medie: come ingredienti fondamentali gli insegnanti, a volte anche un po' anticonformisti (che non guasta assolutamente a mio avviso) e tanta voglia di imparare ispirata proprio dagli stimoli dati da questi ultimi.

    Oggi, per tutta una serie di motivi, manca la "cultura" della scuola come posto in cui imparare e manca il rispetto per le persone che dovrebbero formare gli alunni: il link inserito nel commento di serpiko è solo uno dei tanti esempi.

    Ai miei tempi, e non parlo di cinquanta anni fa, c'era tanto rispetto (anche soggezione a volte) per gli insegnanti: non ci sfiorava neanche l'idea di rispondere male, figuriamoci alzare le mani!

    Non c'era l'arroganza di oggi, neanche da parte dei genitori.

  7. Giorgia scrive:

    Oi un bellissimo pezzo, decisamente, e molto complesso, come dice MC, anche perchè coinvolge molti aspetti.

    Tanto per cominciare, posso dirti che oggi, aspettando per una visita, mi sono ricordata di te guardando un quadro appeso alla parete..

    Avendo tempo, ho provato ad esaminarlo come fai tu: cercare di intuire la prima pennellata, le imprecazioni per colori sbagliati.. E' stato bello immergermi così in un dipinto, di solito mi succedeva solo con quelli che mi piacevano a prima vista..così invece credo di aver scoperto qualcosa in più, perciò ti ringrazio! :)

    Per quanto riguarda la scuola e il link da te riportato:

    quella dell'insegnante è una professione un pò strana, mutabile. Mi spiego: sembra che i docenti siano ritenuti gli esperti dell'educazione e della formazione solamente quando NON danno prova di tale professionalità (vedi lo scandalo dato dalle insegnanti che hanno fatto torto ai propri alunni);

    quando invece sono gli insegnanti le vittime di eventi sgradevoli, l'idea di docente non è più quella di esperto dell'educazione. In particolar modo, nel caso specifico si scontrano docente e genitore: uno scontro solo apparentemente alla pari (dato che l'esperto in educazione è -a volte solo in teoria, a volte per davvero- il docente), che fa quindi perdere di vista la gravità della cosa e, soprattutto, il suo valore mediatico!

    Insomma, quando c'è da premiare, o anche solo da difendere, si pensa sempre a quei docenti che non hanno voglia di lavorare e si permettono il lusso di non farlo, mentre quando c'è da punire un docente.. lo si punisce per davvero!

  8. Giorgia scrive:

    PS: ovviamente DEVONO essere puniti i docenti che fanno torto ai propri alunni, ma vorrei vedere, ogni tanto, premiato pubblicamente un insegnante che fa bene il suo lavoro.

    Ho detto "pubblicamente" perchè di solito le persone che insegnano bene, e che lo fanno con passione, ricevono le più grandi soddisfazioni dai propri alunni, cosa che quindi rimane nell'ambito delle quattro-mura-scolastiche! ;)

  9. tusaichi scrive:

    arrivo tardi.

    ma bellissime parole.

    nulla da aggiungere anche ai commenti.

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