Arbitrato Al Posto del Giudice: In Pericolo l’Articolo 18 25


Giunge oggi, in colpevole ritardo, l’attenzione dell’informazione mainstream (( definizione )) sul disegno di legge 1167-B di cui ci siamo occupati su MenteCritica oltre due mesi fa in un articolo dal titolo colorito, ma molto esplicativo: Sotto, Sotto, Mentre Parli del Complotto, Io ti Fotto l’Articolo 18.

Il quotidiano on line che ne parla è La Repubblica, che apre la sua edizione web proprio con questa notizia, anteponendola addirittura alla vuota quanto insipida querelle sulla presentazione delle liste PDL nel Lazio e nella Lombardia.

La cosa è tanto più suggestiva quando si riflette sul fatto che l’articolo di MenteCritica prese spunto proprio da un’intervista di Repubblica a Luciano Gallino che non fu mai pubblicata sul sito di Repubblica e che fu necessario recuperare sulla rassegna stampa della Camera in formato PDF. Chissà per quali oscuri motivi una questione che meritava sicuramente un’attenzione più significativa è stata rispolverata solo oggi quando l’iter legislativo è praticamente concluso e poco o nulla si può fare se non indignarsi a vuoto per l’ennesima volta. Ancora oggi, il nostro approfondimento sulla questione ci appare più completo e documentato dell’articolo di Repubblica. Sperando di non eccedere nella presunzione, vi invitiamo a leggerlo.

Nel merito, sembra evidente chi detiene il potere nel nostro paese, quello reale e non la pallida sicumera del voto, ritiene di avere ancora ampi margini operativi per modificare il rapporto di forze tra imprenditori e prestatori d’opera già profondamente ed irrimediabilmente compromesso dall’introduzione della precarietà mascherata bellamente da flessibilità.

Già nel contratto di assunzione, anche in deroga ai contratti collettivi, potrebbe essere stabilito (con la cosiddetta clausola compromissoria) che in caso di contrasto le parti si affideranno a un arbitro. Strada assai meno garantista per il lavoratore che in un momento di debolezza negoziale (quello dell’assunzione, appunto) finirebbe per essere costretto ad accettare. E il giudizio dell’arbitro sarà impugnabile esclusivamente per vizi procedurali.

Questo un estratto dell’articolo di oggi di Repubblica, ma la questione è più complessa. Citando il nostro pezzo di due mesi fa, in particolare l’opinione di Gallino

In ogni caso, la neo occupata o l´ex disoccupato i quali abbiano rifiutato di firmare all’atto dell’assunzione il suddetto compromesso, e volessero correre il rischio, o permettersi il lusso, di adire al giudice del lavoro perché qualcosa non va nel loro contratto, troveranno un giudice che a loro favore, se il disegno di legge in questione diventa legge, potrà fare ben poco. Questo perché al potenziamento dell’arbitrato fa riscontro il depotenziamento del giudice. Difatti l´art. 32 (commi 1 e 2) del disegno stesso statuisce che esso giudice, a fronte di una controversia di lavoro, deve limitarsi unicamente a stabilire se il contratto tra il datore di lavoro e il lavoratore sia stato stipulato in forma legittima o no. La nuova legge gli vieta espressamente di intervenire in merito a valutazioni tecniche, organizzative e produttive.
In tal modo la possibilità per il giudice di esercitare giustizia, e per il lavoratore di ottenerla, è definitivamente mutilata.

La questione, quindi, riguarda tutti, non solo quelli che aderiscono alla clausola dell’arbitrato.

Nei tardi anni settanta, negli ambienti della sinistra estrema sconvolti dalla degenerazione della lotta armata, circolava un detto molto significativo: Se non ti occupi di politica, la politica si occuperà comunque di te.

I poteri reali di questo  paese (partiti, confindustria, stampa)si occupano di politica nell’indifferenza e nella sostanziale inazione dei cittadini, convinti colpevolmente di godere di garanzie che ormai sopravvivono solo sulla carta e che, fra poco, saranno cancellate anche da lì.


25 commenti su “Arbitrato Al Posto del Giudice: In Pericolo l’Articolo 18

  • diabolicomarco

    Al momento la notizia è già passata in terza posizione, su repubblica online.
    Grasso che cola se arriva all’ora di pranzo.

    • Grazia

      I datori di lavoro fanno ciò che vogliono…Sento quotidianamente storie di gente sotto scacco: trasferimenti per essere indotti a licenziarsi, pagamenti di stipendi in ritardo, sanzioni disciplinari per essere controllabili e ricattabili o preparatorie a licenziamenti “legittimi”, straordinari mai pagati, insulti e vessazioni di ogni sorta, società che si dividono, che si fondono, che cambiano nome per aggirare le regole…I sindacati interpellati alzano le spalle e dicono di non poter far nulla, tranne pochi temerari che ancora credono nel loro lavoro. I sindacati e i lavoratori conoscono bene la differenza tra un lodo arbitrale e la tutela giurisdizionale che solo un giudice può garantire! Invece di discutere dello strapotere dei datori sui lavoratori, si da il via ad un ulteriore affondo…Sarà forse arrivato il momento di iniziare una discussione seria sul lavoro? Sarà forse il caso di interrogarsi sulle responsabilità politiche dei sindacati maggiormente rappresentativi ( di chi, ormai?) e di quelle della politica ? Sarà forse arrivato il momento di discutere delle profonde scissioni tra i lavoratori causate da norme fatte ad hoc negli ultimi anni? Ci siamo cascati tutti, ne vogliamo parlare?!

  • fma

    Io penso che il diritto, come l’etica, non sia uno, immodificabile, eterno, capace di procedere imperterrito, a prescindere dalle condizioni al contorno, guidato da un concetto trascendente di giustizia superiore.
    E così come il diritto in generale, anche il diritto del lavoro.
    La legge n°300, cui appartiene l’art. 18, è datata 20 maggio 1970.
    Nessuna persona di buon senso credo possa pensare che quella legge non sia stata formulata in funzione della storia del mondo del lavoro fin lì, di quelli che erano in quel momento i rapporti di forza tra le componenti del processo produttivo, della posizione in cui l’economia nazionale si poneva nel contesto economico mondiale.
    Io credo che quando le condizioni al contorno mutano le regole debbano essere riscritte.
    Talvolta anche in senso meno favorevole al soggetto tutelato, ove sia necessario, per esempio, a garantire a tutti lo stesso grado di tutela.
    Perchè, ove non venissero riscritte, provvederebbero nella pratica a riscriversi da sè.
    Voglio dire che, nel nostro caso, l’art. 18 oggi tutela soltanto una parte dei lavoratori, lasciando l’altra parte col sedere scoperto.
    Naturalmente sarebbe auspicabile estendere a tutti i lavoratori le stesse garanzie di cui godono i più tutelati, potendo. Ma ove ciò non sia possibile, perchè le famose condizioni al contorno non lo consentono più, bisognerà giocoforza scegliere se dividere la torta in fettine più piccole, uguali per tutti, o mantenere le attuali differenze, con buona pace di chi sta peggio.
    Su questo discorso generale non ha pregio l’eccezione secondo cui, se fossimo governati meglio, se tutti pagassimo le tasse, se i politici non andassero a puttane, se Berlusconi…. blabla, blabla.
    Il problema sarebbe lo stesse anche se avessimo un governo di sinistra e questo governo fosse il migliore tra tutti i governi di sinistra possibili.
    I rapporti di forza tra la domanda e l’offerta di lavoro sono profondamente mutati, così come la posizione della nostra economia nel contesto mondiale.
    E questo, nessuno, neppure il padrterno (forse), potrebbe ignorarlo.

    • Comandante Nebbia

      La questione è molto complessa. Spero di trovare il tempo e la voglia di trattarla in un pezzo che farei uscire domani.

      E’ vero, l’articolo 18 non è ci è stato fornito da un roveto ardente e questo lo rende certamente emendabile.

      Ho due opposizioni che cercherò di sviluppare poi nel pezzo e che ti anticipo.
      Una è di forma. Non capisco perché modifiche così sostanziali vengano concepite ed approvate nell’ombra eludendo un dibattito sociale tra parti che fanno affari insieme. Sembra sospetto e, francamente, scorretto.
      La seconda è nel merito. E’ vero, come si dice dalle nostre parti, è fernuta a zizzinella nel senso che si è esaurita l’epoca delle vacche grasse. Resta da chiedersi, però, come sarà ripartito il sacrificio tra le classi sociali del nostro paese. Se c’è da spingere il carro in salita, probabilmente lo sforzo andrebbe diviso tra tutti. Sta succedendo questo? Secondo me no.

    • Grazia

      Gli esempi da me riportati fanno riferimento proprio a quei lavoratori che sono oggi i più tutelati…per cui figuriamoci gli altri! La mia analisi fa riferimento proprio al nostro contesto e credo che l’art. 18 sia ancora necessario, per un motivo diverso dal bisogno di tutela (concetto a me poco gradito): semplicemente per ricordare a chi dovesse dimenticarlo, che le garanzie in esso contenute non sono un privilegio! Spesso si fa riferimento, e in genere per motivi di opportunità politica, a diritti acquisiti, in termini di privilegi; è un privilegio non essere licenziati per qualsivoglia ragione? è un privilegio non essere ricattabili? è un privilegio che sia un giudice a decidere della legittimità di un licenziamento? è un privilegio essere in condizione di scegliere condizioni dignitose, nel momento in cui si firma un contratto di lavoro? Non so quanto possa servire dire che c’è sempre qualcuno che sta peggio, per rispondere a queste domande…
      Certo che le condizioni sono mutate e sarebbe saggia una riforma globale della normativa, meglio della cultura del lavoro. Quello a cui mi sembra si stia invece assistendo è molto diverso da una riforma realistica e globale che tenga conto delle molteplici e complesse sfaccettature della situazione lavorativa attuale…Si procede a colpi di macete, tagliando qua e là pezzi importanti di un lungo percorso che aveva contribuito a riportare un pò di equilibrio nei rapporti di forza tra le parti contrattuali…Un’altra questione è poi più generale…se il diritto dovesse rispecchiare la realtà, sarebbe la fine! Per fortuna invece le norme hanno senso se si spingono più in là, se riescono a pensare ad una comunità più consapevole e autodeterminata…Se penso però alle ultime riforme…e mi domando a chi sono servite, la risposta è quasi sempre la stessa…a chi ha già abbastanza potere da essere nella condizione di pretenderne altro…
      La domanda che mi pongo è molto semplice: la sostanziale abolizione dell’art. 18 serve per rispondere alle mutate e complesse condizioni attuali del mondo del lavoro? Io non riesco proprio a capire come potrebbe! E la domanda successiva è: allora, a cosa e a chi può servire? Il fatto poi che una modifica così importante stia avvenendo un pò in sordina, contribuisce a rispondere alle mie domande…

      • fma

        Le questioni che poni sono di quelle che non hanno una risposta semplice.

        se il diritto dovesse rispecchiare la realtà, sarebbe la fine!

        E’ certamente vero. Com’è vero il suo esatto opposto, che sarebbe la fine del diritto se non dovesse rispecchiare la realtà che si prefigge di regolare.
        La storia è lì a dimostrarlo. Ove si sia cercato di normare la convivenza con regole troppo al di fuori della realtà dei tempi e delle possibilità concrete del sistema paese, il risultato è stato un fallimento.
        Il problema vero, per dirlo alla buona, è uno solo: non si può fare il passo più lungo della gamba.
        Prendiamo i privilegi.
        Certo che la dignità in sè non è un privilegio. E neppure l’essere sottratti all’arbitrio di chicchessia, ci mancherebbe.
        Ma la questione purtroppo è un’altra: se queste garanzie (visto che tutela non ti piace) abbiano un costo in termini produttivi e in caso affermativo se il sistema Italia, che deve pur sempre confrontarsi col resto dell’universo mondo, se le possa permettere, perlomeno così come sono, oppure no.
        Parrebbe di no, a stare ai fatti, constatato che solo una parte dei lavoratori gode delle suddette garanzie, e quindi di una posizione di privilegio (puoi cambiare il termine se non ti piace) rispetto a quelli che non ne fruiscono.
        A questo punto la questione se si debba rivedere la normativa, in modo da dare a tutti le stesse garanzie, per alcuni inferiori a quelle odierne, per altri superiori, in modo che i costi siano comunque sostenibili, diventa ineludibile in termini di equità.
        Dunque, per rispondere alle tue domande, io direi che:
        a)la riforma dell’art. 18 è già nei fatti. La sperequazione di cui sono oggetto i lavoratori ha portato a una diminuzione del costo globale del lavoro per unità di prodotto. Pagata in gran parte dai meno tutelati. Chi l’ha imposta? Le mutate condizioni produttive globali, come condizione indispensabile per sopravvivere in un mondo che ha fatto della competizione il suo carattere distintivo. Può non piacere ma è un fatto.
        b) la riforma normativa, oggi, è indispensabile in termini di equità, per ridare a tutti i lavoratori le stesse garanzie.

        Per il resto sono d’accordo con te.
        La politica reale, al suo solito, s’è mossa malissimo. Una riforma di quest’importanza non può essere fatta in sordina e senza la partecipazione diretta degli interessati, non può essere l’abolizione di una garanzia sic et simpliciter, ma la sua sotituzione con qualcos’altro, eccetera eccetera.
        La proposta più organica, per ora, mi sembra quella di Ichino.

        • Grazia

          La politica egualitaria per difetto (meno garanzie, ma per tutti) ci potrebbe anche stare in un paese in cui siamo disposti a rinunciare ad un po’ del nostro per garantirlo a tutti…ma le cose a me sembrano stare diversamente. Il problema è davvero il costo del lavoro? È questo il motivo che “giustifica” il trattamento che i datori riservano ai loro dipendenti? Non sono così convinta che la risposta sia affermativa e non dovrebbe essere così facile liquidare la questione in nome di un pragmatismo un po’ strabico, che riesce a vedere il difetto solo da una parte…Non credo sia un caso che si pensi ad una soluzione di questo tipo proprio in un paese in cui è possibile trasferire un’impresa in attivo all’estero perché lì il lavoro costa meno, in un paese in cui politica e impresa fanno capo alle stesse persone, in cui il divario tra classi è così profondo, nel paese in cui il resto del mondo rappresenta un’opportunità di sfruttamento. E poi anche se la risposta alla mia domanda fosse affermativa, non sono possibili alternative più “creative”? Tu parli di fatti, ma i fatti sono sempre suscettibili di diverse interpretazioni, non esistono al di là dei presupposti di chi li guarda e sarebbe interessante parlare dell’economia di questo sguardo, della sua direzione e della sua prospettiva, del suo campo, nonché della sua posizione…Io vedo più che altro un problema di “malarazza”, nella versione di Roy Paci e Aretuska…e a volte penso che l’unica soluzione possa essere quella suggerita nella canzone…” Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia nu bastune e tira fora li denti!”
          Ricapitolando: i diritti deputati al sacrificio per il bene di “tutti”, esistono solo sulla carta, praticamente non esistono! Eliminarli anche sulla carta significa rendere più facile la vita a chi già è fin troppo privilegiato e questa non mi sembra una priorità…

          • fma

            Tu parli di fatti, ma i fatti sono sempre suscettibili di diverse interpretazioni, non esistono al di là dei presupposti di chi li guarda

            Vero, tuttavia per fare la frittata servono le uova, da qualsiasi parte la si guardi.

            Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia nu bastune e tira fora li denti!”

            Si può provare, tenendo tuttavia presente, per non andare incontro a soverchie delusioni, che le cose se ne fregano dei nostri denti e vanno come devono andare. Per esempio l’acqua va dall’alto verso il basso. O per lo meno finora è sempre andata così. :mrgreen:

          • Grazia

            Visto che non esistono fenomeni naturali sui quali non abbiamo in qualche modo agito, saprai bene che se immergi un corpo nell’acqua, ed è sufficiente che questo galleggi senza affondare, l’acqua andrà dal basso verso l’alto, certo è un fenomeno che non sempre è visibile ad occhio nudo, ma è così…Poi con la giusta temperatura l’acqua evapora…e va verso l’alto 🙂

          • fma

            A dire il vero è il corpo che galleggia che riceve una spinta dal basso verso l’alto…
            Un po’ di rispetto per il povero Archimede e per la verità scientifica. 🙂

          • Grazia

            Ma stavamo parlando dell’acqua, non di cosa succede al corpo immerso…e se immergi un corpo solido in un liquido, il livello di quest’ultimo, sale, quindi una certa quantità di acqua si sposta verso l’alto…Archimede e la verità scientifica sono salvi!

          • fma

            Ma sotto il solido il livello del liquido è più basso. Cioè il livello medio del liquido resta esattamente lo stesso. Se la matematica non è un’opinione. 😉

  • alberto

    Io da questo articolo non ho ben capito i termini della questione.
    L’unica cosa che capisco è che le controversie di lavoro possono essere rimesse al giudizio di un arbitro (o di un collegio arbitrale immagino). Il che di per sè non chiarisce se il verdetto (lodo) del collegio è:
    1) definitivo, senza possibilità di appello (nel qual caso ha forza di legge)
    2) definitivo, salvo il ricorso alla giustizia ordinaria.
    I due casi, entrambi previsti dal codice, sono infatti molto diversi, come si capisce.
    Però anche se il giudizio fosse rimesso all’arbitro non vedo particolari problemi, anzi, il lodo in genere viene emesso molto più rapidamente e peraltro da professionisti esperti in materia selezionati dalla varie camere di commercio. Il pregio sarà senz’altro la maggiore celerità delle risoluzioni delle dispute in tema di lavoro (è l’essenza dell’istituto).
    Bisogna vedere se si ritiene il verdetto arbitrale meno garantista che il verdetto del giudice e sinceramente non vedo il perchè. Però forse mi sfugge qualcosa non avendo letto nulla in proposito.

      • alberto

        Direi così:
        senz’altro il lavoratore (in posizione di debolezza) si vedrà costretto ad accettare la clausola compromissoria;
        a questo punto il nocciolo della questione è questo: chi può riclassificare un contratto da “autonomo” o “parasubordinato” in dipendente a tempo indeterminato?
        Senz’altro l’arbitro e non il giudice, così parrebbe.
        A questo punto bisogna capire se l’arbitro è in grado di essere imparziale tanto quanto dovrebbe essere un giudice. La questione la vedo così.
        Fermo restando che la natura di un contratto viene spesso mascherata, la legge dice che prevale la sostanza del rapporto sulla forma. Ora, se l’arbitro non è in grado (per colpa o peggio dolo) di far prevalere la sostanza del contratto non è quindi in grado di applicare la legge.
        Se tale mancata applicazione della legge non è impugnabile dal lavoratore va da sè che sarebbe molto grave.
        Tutto quindi sta a capire quanto gli arbitri sono imparziali, e su questo è difficile esprimersi, anche se a pensare male si fa peccato e a non farlo si fa peggio e questo lo riconosco.

  • francesco zaffuto

    La motivazione è la solita: la lentezza della giustizia; in materia di cause di lavoro ci sono casi di attesa anche superiori a 900 giorni.
    Il ricorso al Giudice del lavoro era già stato mitigato dal tentativo di conciliazione presso l’Ufficio del lavoro, questa procedura ha fatto diminuire il contenzioso presso il giudice del lavoro; ma evidentemente gli organici di tali giudici sono ancora insufficienti.
    Il problema dal punto di vista logico può essere risolto aumentando l’organico dei magistrati, tanto quanto basta. Ma si sceglie la logica di fare intervenire nella giustizia l’arbitrato privato.
    Il ricorso all’arbitro privato è diffuso in materia di controversie commerciali e civili, ma in quel campo i contendenti sono spesso su un piano di parità, appartengono alle stesse organizzazioni di categoria commerciale e industriale, scelgono come arbitri membri delle confederazioni di appartenenza. Di ben altra natura sono le controversie tra datore di lavoro e lavoratore: i due contendenti non sono certo inseriti negli stessi organismi, non sono su un piano di parità, il licenziamento pone problemi vitali al lavoratore.
    Lo Stato si ritira da una materia delicatissima e di garanzia come quella del lavoro, l’arbitro pubblico cede il posto a quello privato. Ma l’amministrazione della giustizia, l’essere arbitro, è un compito primario e fondativo dello Stato. Uno di quei compiti che sono stati alla base della concezione illuminista dello Stato moderno. Un compito che fino a qualche decennio fa non avrebbero posto in discussione né la sinistra né la destra.
    francesco zaffuto http://www.lacrisi2009.com

  • alex

    Come non pensare ad un disegno predeterminato? Agli sgoccioli del precedente governo berlusconi e precisamente il 2 febbraio 2006, l’attuale premier con Tremonti e Castelli sottoscrissero il decreto legislativo n. 40, cui sono contenuti i seguenti due articoli:

    Art. 814. (1)
    (Diritti degli arbitri)

    Gli arbitri hanno diritto al rimborso delle spese e all’onorario per l’opera prestata, se non vi hanno rinunciato al momento dell’accettazione o con atto scritto successivo. Le parti sono tenute solidalmente al pagamento, salvo rivalsa tra loro.
    Quando gli arbitri provvedono direttamente alla liquidazione delle spese e dell’onorario, tale liquidazione non e’ vincolante per le parti se esse non l’accettano. In tal caso l’ammontare delle spese e dell’onorario e’ determinato con ordinanza dal presidente del tribunale indicato nell’articolo 810, secondo comma, su ricorso degli arbitri e sentite le parti.
    L’ordinanza e’ titolo esecutivo contro le parti ed e’ soggetta a reclamo a norma dell’articolo 825, quarto comma. Si applica l’articolo 830, quarto comma.

    816-septies. (1)
    (Anticipazione delle spese)

    Gli arbitri possono subordinare la prosecuzione del procedimento al versamento anticipato delle spese prevedibili. Salvo diverso accordo delle parti, gli arbitri determinano la misura dell’anticipazione a carico di ciascuna parte.
    Se una delle parti non presta l’anticipazione richiestale, l’altra puo’ anticipare la totalita’ delle spese. Se le parti non provvedono all’anticipazione nel termine fissato dagli arbitri, non sono piu’ vincolate alla convenzione di arbitrato con riguardo alla controversia che ha dato origine al procedimento arbitrale.

    Vediamo i punti importanti:
    art 814
    A) Le parti sono tenute solidalmente al pagamento
    B) Salvo rivalsa, ovviamente se la rivalsa la fa la parte povera del rapporto, il lavoratore, campa cavallo…..
    C) L’ordinanza è titolo esecutivo, il che vuol dire, che il lavoratore che ha perso, se non paga perchè ha finito i soldi, il tribunale per legge emette un’ordinanza che è titolo esecutivo, il che vuol dire che può essere utilizzato dagli arbitri per mandare all’asta i beni del lavoratore licenziato e sulle somme ottenute rivalersi per la quota di compenso loro spettante. Come dire, oltre al danno del licenziamento pure la beffa di perdere magari l’auto, o qualunque altro bene abbia la sventura di possedere. Se invece gli va bene non viene licenziato ma siccome non ha i soldi per pagare la sua quota di arbitrato, gli arbitri otterranno l’ordinanza esecutiva e gli sequestreranno l’auto per rivalersi su di essa, cosi il lavoratore non potrà + andare al luogo di lavoro e verrà licenziato, questa volta per giustificato motivo.

    art 816 septies
    A) Versamento anticipato delle spese

    A differenza quindi della sentenza con cui il giudice condanna alle spese l’impresa che abbia lincenziato il lavoratore senza giusta causa o giustificato motivo, nel caso dell’arbitrato, il lavoratore, malgrado non abbia in alcun modo dato all’impresa un motivo per essere licenziato, per far valere il proprio diritto a non essere licenziato senza motivo dovrà anticipare le spese necessarie, pagare la metà delle spese, e nel caso in cui l’impresa non dovesse pagare la propria parte, per qualsivoglia motivo, o anche solo ritardarlo, sarà il lavoratore licenziato a dover saldare l’intero conto delle spese di arbitrato: infatti la legge dice che le parti sono tenute al pagamento solidalmente, cioè anche per l’intero, salva rivalsa, successiva, ovviamente, con altre spese.

    Quindi, se oggi l’imprenditore si guarda bene dal licenziare senza motivo o senza un giustificato motivo per non incorrere nella quasi certa possibilità di vedersi addebitare tutte le spese e gli onorari, oltre ovviamente agli interessi, ai danni e agli arretrati, passando l’obbligo dell’arbitrato, il soggetto + forte economicamente avrà tutto l’interesse a licenziare, anche senza motivo, perchè sa che il lavoratore, parte debole del rapporto, non può sopportare il costo anticipato e solidale dell’arbitrato, sopratutto quando tali arbitrati si dovessero succedere nel tempo.

    In altre parole, l’imprenditore direbbe, o te ne vai con le buone o ti licenzio, ti porto in arbitrato, ti faccio spendere un po di quattrini, qualche miglaio di euro, poi, siccome perdo, ti riassumo e dopo due mesi, via, un’altro motivo, la prima volta ti ho cacciato via perchè sei troppo grasso, ora perchè sei troppo magro, poi perchè hai i capelli corti, o perchè tifi un’altra squadra , e via cosi, un’altro arbitrato, e altri migliaia di euro che se ne vanno dalle tasche del lavoratore incolpevole.

    E ovviamente, guarda caso, lo stesso governo che ha modificato l’arbitrato oggi lo impone nei processi per licenziamento. Più incentivo di questo a far dare le dimissioni, cosa volete ancora per levarvi le fette di salame dagli occhi, l’olio di ricino?

  • alex

    E non dimentichiamoci che il giudice del lavoro, una volta accertato il diritto del danneggiato può fare una cosa che l’arbitro non potrà mai, può decidere di dare un congruo anticipo a carico della controparte.
    Sarà un caso anche questo ma guarda caso il governo delle partite iva vuol far fare l’arbitrato ai lavoratori dipendenti che l’han votato.

  • alex

    Scusate mi dimenticavo un’altra cosa importante, l’arbitrato detto “negoziale”, o “contrattuale” non è appellabile. Occhio lavoratori dipendenti, è ora di levarsi le fette di salame dagli occhi, non trovate?

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