Aprile


Fireworks

Di fianco al comodino del mio letto, dal lato che una volta era il mio e ora non è più di nessuno, c’è una piccola cassaforte a combinazione. Dentro ci sono qualche centinaio di euro, le carte di credito che non uso, dei documenti d’identità intestati a una persona che si è liberata di certe incombenze, delle foto, degli orecchini, dei bracciali, roba di scarsissimo valore commerciale, e una bella Smith e Wesson 686-3, frame K canna da 6″, guancette in legno, nella versione in acciaio lucido. Mi piacerebbe dire che è una preda bellica, ma l’ho comprata regolarmente in data 15 maggio 1995 pagandola la bella cifra di un milione e centomila lire comprensiva di una scatola di 50 cartucce 38 spl. Cartucce che ho usato in poligono due o tre anni fa per rinnovarle e che sono uscite, dritte come frecce e senza incertezze, dopo venti anni di riposo silenzioso. È un’arma che non ho mai usato in combattimento, ma è sicuramente uno degli attrezzi meglio costruiti e precisi che io abbia mai avuto modo di provare. Una volta armato il cane, se si poggia il dito sul grilletto, la pressione necessaria per farlo scattare è quella che io definisco “cerebrale”, nel senso che non richiede sforzo fisico, ma solo il desiderio di far partire un colpo. Anche se funziona benissimo in doppia azione, la morte sua è in azione singola. Così, se dovesse essere usata sul serio, basterebbe dire all’aggressore che si sta avventando verso di te con una merdosa polimerica a percussore lanciato con colpo in canna e caricatore da 15 cartucce, di aspettare un attimo, estrarre la lunga canna dalla fondina in pelle marrone che tengo sempre rigorosamente lubrificata, armare il cane, collimare le mire, puntare una zona vitale del tizio, spostare il dito dal ponticello, poggiarlo sul grilletto e attivare la propulsione violenta che, come una sottile malattia, è scolpita profondamente nella zona più inaccessibile del mio cuore.

Date le premesse, non ci ho mai ucciso nessuno. È una di quelle cose che si comprano per devozione estetica più che per finalità pratiche. Ci avrò sparato si e no cinque o sei scatole, fra 357 magnum, calibro odioso per esaltati e 38 spl., quello che io considero il calibro perfetto e che, purtroppo, è quasi irreperibile in una semiautomatica. Così che quelli che ho ucciso, si sono dovuti accontentare di una lurida glock, di qualche SIG, di una Colt 1911(questa si preda bellica regalata quando ormai cadeva a pezzi), di qualche colpo di fucile più ordinario, un M4, un AR 15 o, a volte, di una scarica di pallettoni da un ignorante fucile a pompa che, a corta distanza, ha sempre il suo perché. La bella Smith e Wesson 686-3, frame K canna da 6″, guancette in legno, nella versione in acciaio lucido giace chiusa in cassaforte, avvolta in un panno oleato, rigorosamente scarica dal settembre del 2018, mese nel quale, la ferale rotta che stavamo già seguendo visse una improvvisa quanto dolorosissima accelerazione. A suo tempo, pensai che tenere una pistola carica nelle disponibilità di una persona mentalmente provata (non ero l’unico a conoscere ubicazione dell’attrezzo, combinazione e modalità di utilizzo) non fosse prudente. Per cui le cartucce finirono in un’altra cassaforte, di cui sono l’unico a possedere la chiave, mentre la bella Smith e Wesson 686-3, frame K canna da 6″, guancette in legno, nella versione in acciaio lucido rimase a riposare nella sua pezzuola puzzolente di fianco al mio letto. Si trattò di una precauzione inutile. Non tanto perché certi desideri non si fossero liberati, quanto perché il modo di metterli in atto si dimostrò più semplice e lineare nel tipico approccio femminile ai problemi complessi. La cosa, per fortuna(?), venne sventata secondo quella legge fisica non scritta che fa in modo tale che due persone, in certe situazioni, entrino in uno stato di entanglement quantistico pur avendo dimensioni notevolmente più generose di due particelle.

È da qualche settimana che mi sto baloccando di ricongiungere la bella Smith e Wesson 686-3, frame K canna da 6″, guancette in legno, nella versione in acciaio lucido con una delle due scatole di cartucce 38 spl che riposano 3 piani più sotto. Anzi, di prendere sei palle e riporle a dimora in modo che l’unione di questi strumenti elementari possa creare quella sinergia operativa tra oggetti che, inefficaci nella loro inoperosa solitudine, si sublimano in macchine prodigiose quando vengono collimati secondo le corrette procedure. Non lo faccio perché ho paura che qualche balordo possa entrare in casa per rapinarmi. La mia è una casa modesta, al massimo potrebbe cercare di entrare un ladruncolo che io, se presente, mi limiterei a cercare di scacciare mostrando il mio mostruoso corpaccione sgraziato o agitando la mia bella mazza da baseball. E poi, vi immaginate la scena? Nel pieno della notte, quando sono mentalmente soppresso dalle benzodiazepine, mi vedo apparire il balordo. Devo dirgli aspetta un attimo mentre accendo la luce, cerco gli occhiali, me li metto, giungo alla cassaforte, cerco di ricordare la combinazione, la digito un paio di volte (come sempre), la apro, tolgo la bella Smith e Wesson 686-3, frame K canna da 6″, guancette in legno, nella versione in acciaio lucido dalla pezzuola unta, armo il cane, collimo le mire, punto una zona vitale del tizio, sposto il dito dal ponticello, lo poggio sul grilletto e cerco di attivare la sopita propulsione violenta che, come una sottile malattia, era scolpita profondamente nella zona più inaccessibile del mio cuore. Non non è per difesa abitativa che voglio ricaricare il mio revolver. Ho ucciso più uomini degli anni che mi porto addosso e non voglio allungare la lista. Vorrei dimostrare a me stesso che non serve tenere pistola e cartucce separate. Tanto, per come mi conosco, se dovessi fare qualche pensiero, non starei qui a scriverne su un fottuto blog e non sarebbero tre rampe di scale e due stupide serrature a scoraggiarmi.

Aprile

Nei pomeriggi caldi e umidi di questi ultimi giorni di aprile ho aperto le ante dell’armadio dove conservo le camicie estive. Solo dopo averne spiegata una ho realizzato che a stirarla e a piegarla è stata lei. Nel viaggiare indifferente della freccia del tempo, si è compiuta, inavvertita e indifferibile, un’altra declinazione di quell’irreversibile entropia che, col passare dei giorni, ci allontana sempre più tenendoci strettamente e dolorosamente avvinghiati per il cuore.