Andare avanti o fermarsi? 24


Se c’è qualcosa di poco naturale è il nostro impatto sulla natura. Per quale motivo? Non siamo animali, abituati a prendere la natura come un dato di fatto. Le cose ci piace trasformarle. Il problema semmai sta nel fatto che, quando lo facciamo, non ci chiediamo mai fino a che punto possiamo farlo. E questo non è naturale.

Noi siamo convinti che tutta la natura sia a nostra completa disposizione e non pensiamo mani di dover vivere in maniera conforme a natura, anche se ci diciamo che dovremmo farlo e, a volte, c’illudiamo di farlo davvero nei nostri momenti liberi. Sin da piccoli ci dicono che l’umano è del tutto superiore al naturale, ed è appunto così che diventiamo disumani, nemici non solo della natura, ma anche di noi stessi.

Tuttavia, uno si potrebbe chiedere: perché non sviluppare al massimo le nostre potenzialità quando avvertiamo benissimo di possederle? A una domanda del genere la risposta non può essere data astrattamente, poiché in tal caso sarebbe evidente la sua scontatezza. Sul piano pratico invece dovremmo chiederci: qual è il prezzo che in nome del nostro progresso siamo disposti a pagare? Siamo davvero convinti che il prezzo sia quello giusto? Per noi e per tutti quelli come noi?

In genere siamo poco propensi a considerare che, per qualunque domanda ci poniamo, abbiamo sempre a che fare con uno spazio e un tempo abbastanza determinati. Non possiamo far finta ch’essi siano relativi. Il nostro pianeta ha vissuto un lunghissimo periodo in cui noi non esistevamo, cioè noi siamo venuti al mondo soltanto dopo che le condizioni di abitabilità erano del tutto formate, indipendentemente dalla nostra volontà.

Se fossimo nati quando ancora esisteva la Pangea, sarebbe stato diverso: ci saremmo sentiti più autorizzati a considerare la natura un “nostro prodotto”. In teoria quindi dovremmo avere l’impressione contraria, quella di essere noi un “prodotto della natura”, cioè ospiti in casa sua. Di fatto però ognuno di noi si rende facilmente conto di non poter essere considerato esattamente un “prodotto della natura”. Ovvero, anche supponendo che lo fossimo, dovremmo comunque dire che siamo un prodotto molto particolare, in grado d’incidere in maniera significativa sugli stessi processi naturali.

Insomma, noi dovremmo essere così intelligenti da dire che, pur potendo fare della natura un “nostro prodotto”, ci asteniamo dal farlo, in quanto siamo consapevoli delle conseguenze pericolose connesse a questa pretesa. Invece ci comportiamo come se di queste conseguenze non c’importi proprio nulla.

Una piccola parte dell’umanità, con dei ritmi di crescita incredibilmente spaventosi, ha imposto all’umanità intera delle condizioni d’esistenza che di umano e di naturale non hanno nulla. Per sostenere le esigenze di lusso, comodità, spreco di una piccola parte, si è obbligata l’altra alla fame, alla precarietà, alla miseria. Chi vuol vivere oltre i propri mezzi e le proprie possibilità obbliga tutti gli altri a servirlo come schiavi. Quel che noi padroni chiamiamo “progresso”, per tutti gli altri è solo un insopportabile “regresso” verso la barbarie.

Questo divario così imponente tra alcune aree del pianeta e altre, anche se lo si riducesse, permettendo a quelle in sofferenza di fruire di maggiori comodità e opportunità, non potrebbe mai arrivare a una completa uniformità e omogeneità, cioè a eliminarsi del tutto, proprio perché esso presuppone una differenza sostanziale tra chi può e chi non può. L’attuale progresso del capitale (perché è di questo che stiamo parlando) sfrutta anzitutto le disuguaglianze in atto e, per sopravvivere, ne produce sempre di nuove: p. es. tra chi possiede beni materiali o conoscenze specialistiche e chi no.

Questo stile di vita planetario porta necessariamente a continui conflitti e rivalità: il fatto stesso che l’umanità abbia già sperimentato due guerre mondiali sta a significare che il nostro stile di vita è stato esportato in tutto il mondo e che non è più possibile risolvere a livello locale i problemi ch’esso è riuscito a creare. Tutto sembra maledettamente interconnesso. Nessuna area geografica è in questo momento in grado di risolvere da sola i propri problemi.

La vita produttiva e riproduttiva è stata completamente sconvolta, tanto che nessuno è più padrone in casa propria. Tutti fanno qualcosa non per se stessi, ma per qualcuno che neppure conoscono e che neppure riescono a vedere come nemico da combattere. “Chi vi ha ridotti così?”, ci stanno chiedendo gli ultimi seguaci di Polifemo, nascosti nelle ultime foreste equatoriali. E noi siamo costretti a rispondere: “Nessuno”.

Se oggi qualcuno arrivasse a dirci che dobbiamo “uscire dal sistema”, potremmo addirittura interpretare la sua richiesta come un invito ad abbandonare il nostro pianeta. Ma se anche questo fosse possibile, il problema è che non possiamo portare lo stesso stile di vita nell’universo. E’ assurdo pensare che quanto non siamo stati capaci di realizzare su questo pianeta, riusciremo a farlo su altri pianeti. Le cose che non funzionano nel piccolo, non funzionano neppure nel grande. Se non siamo capaci di rispettare le regole della nostra sopravvivenza su questo pianeta, non ci verrà naturale farlo in una dimensione extra o ultraterrena.

Dobbiamo necessariamente rieducarci, qui ed ora. Cioè dobbiamo anzitutto capire che le condizioni ambientali del contenitore in cui vogliamo porre i nostri contenuti sono assolutamente prioritarie su tutto. Qualunque sostanza che non rispetti la forma in cui deve esprimersi, va considerata pericolosa, nociva alla salute, ambientale e psico-fisica. Se non si controlla costantemente che questo adeguamento della sostanza alla forma avvenga nel rispetto di condizioni prestabilite, si rischia d’innescare dei meccanismi perversi, che si automatizzano, che si autoalimentano, come una reazione nucleare a catena, sottraendosi a qualunque volontà umana.

Con questo ovviamente non si vuol sostenere che non debba esserci alcun progresso scientifico, ma semplicemente che tale progresso deve rispondere a esigenze determinate dall’ambiente naturale. Oggi il progresso sembra non incontrare ostacoli di sorta, ma ciò avviene perché noi non sappiamo più cosa voglia dire “ambiente naturale”. E la nostra scienza non è certamente in grado di riprodurlo: p. es. anche quando volessimo tornare integralmente all’uso dell’energia solare, lo faremmo con dei materiali così sofisticati che in definitiva risulterebbero del tutto estranei alla natura ed essa non saprebbe come riciclarli.

Siamo arrivati a un punto in cui fermarsi non sembra essere possibile e andare avanti significa soltanto autodistruggersi. Ma è sbagliato pensare che, prima di ricominciare da capo, si debba attendere una nuova catastrofe epocale. Noi dobbiamo assolutamente porre le condizioni per le quali ogni cosa che ci riguarda, ricada direttamente sotto la nostra personale responsabilità.


24 commenti su “Andare avanti o fermarsi?

  • GirFalk

    “siamo un prodotto molto particolare, in grado d’incidere in maniera significativa sugli stessi processi naturali.”
    Credo si possa dire che questo lo faccia per natura ogni organismo vivente: le piante riciclano anidride carbonica per farne ossigeno, i pidocchi ci trapanano la testa per succhiare il sangue che li fa sopravvivere, i virus si riproducono nei nostri organismi facendoci ammalare. La differenza, se davvero e’ cosi’, e’ che noi abbiamo la possibilità di essere consapevoli delle nostre azioni. Ecco, alla fine somigliamo più ai virus che alle piante 🙂

    p.s. il dibattito sulla scienza in funzione di un obettivo piuttosto che progresso per amore del progresso era argomento della maturità dell’anno scorso. Mi sembra che l’esempio portato fosse la bomba atomica…

    • Enrico Galavotti L'autore dell'articolo

      In realtà non c’è nessun essere animale in grado d’incidere in maniera irreversibile sulla natura. Gli animali sanno istintivamente che se lo facessero, per loro sarebbe la fine. Noi invece dobbiamo apprenderlo con l’intelligenza, che però se non la usassimo per niente sarebbe quasi meglio.

      • GirFalk

        Non concordo, come ti ho spiegato mi sembra che tutti gli esseri viventi influiscano sulla natura, ma nessuno (compresi noi) lo può fare in modo irreversibile se non per se stesso.

        • Enrico Galavotti L'autore dell'articolo

          Sì, forse abbiamo la speranza che la natura arrivi ad un certo punto a stufarsi di noi e a espellerci come un corpo estraneo. Quei ciuffi d’erba che crescono fra le rotaie rappresentano una resistenza irriducibile, un vero progresso naturale contro i nostri artifici.

          • GirFalk

            vero 🙂

            Ma poi, diciamoci la verità: se anche creassimo un cognegno che spazzi tutto ciò che consideriamo “vita” sul pianeta, credo che non riusciremmo ad incidire oltre la superficie. La natura avrebbe tutto il tempo e i materiali per ricomporsi, magari in un modo diverso da quello che conosciamo. Magari anche migliore, e non nasceranno esseri viventi autolesionisti come noi 🙂

          • ilBuonPeppe

            Per quanto ci riguarda, il vero problema è il tempo.
            Senza considerare il fattore tempo possimo dire che nulla è irreversibile, che la natura si ricicla comunque, e così via.
            Ma con l’orizzonte temporale umano (che raramente arriva ad una generazione) ecco che molte cose diventano irreversibili.
            Un giorno tutto questo sarà solo un ricordo. Ma quel giorno noi saremo morti.

          • GirFalk

            E’ più o meno quello che volevo dire.
            Personalmente, preferisco osservare la natura senza tenere conto del tempo e della mia natura umana. Ma questo perche’ la morte di per se non mi spaventa e perche’ considero vita anche la tastiera con cui sto scrivendo. e degli esseri umani non me ne fotte una cippa, se potessi scegliere probabilmente vivrei nei panni di un animale nel senso comune del termine 😛

          • Enrico Galavotti L'autore dell'articolo

            Sì, è evidente che i tempi umani non sono gli stessi di quelli naturali. Essendo nata assai prima di noi, dobbiamo pensare che la natura ci sopravvivrà. Ma non è da escludere che l’essere umano sia eterno o comunque in grado di agire nell’universo e non solo su questo pianeta: in tal caso dovremmo saper porre sin da adesso le condizioni per un rispetto rigoroso dell’ambiente in generale. Invece siamo già afflitti da tonnellate di spazzatura cosmica di satelliti obsoleti che ci stanno navigando sopra la testa. Siamo capaci d’inquinare qualunque cosa: dalle profondità degli oceani alle vette dell’Himalaya. Persino i pc con cui scriviamo, preoccupati, queste cose non sono riciclabili. 🙂

          • GirFalk

            Secondo me il problema è in parte proprio il fatto che ci consideriamo come qualcosa che è in qualche modo esterno alla natura. In realtà però siamo natura a tutti gli effetti, ciò che ci circonda fa parte della nostra vita ed è principalmente alla nostra vita che causiamo danno quando sperperiamo risorse o utilizziamo tecnologie a scopi distruttivi. Non mi piace parlare di “protezione dell’ambiente”, la metto più sul piano “tutela dell’essere umano”. Quando uno capisce ed è consapevole del danno che si autoinfligge, forse smette di farlo (ma neanche è detto, visto che siamo dei gran fumatori). Azzardando di più, penso che la vita nell’ambiente cittadino ci abbia sostanzialmente privato di un equilibrato rapporto con la natura.

            per i computer… tempo al tempo. Prima o poi sapremo riciclare anche quelli. E se non si riciclano, si possono sempre riutilizzare i materiali 😉

          • GianBarGian

            A mio modo di vedere questa è una visone potentemente antropocentrica. Lo scagliarsi contro al fatto che ci insegnano che siamo superiori alla natura (io a onor del vero ho imparato il contrario) sembra proprio dar forza alla teoria iniziale. Una metafora per farmi capire: sicuri che dietro a un profondo antirazzismo non si celi in fondo un qualche tipo di razzismo?
            è arbitrario considerare l’inquinamento e la non “reciclabilità” come un problema della “natura” in toto, quando invece è semplicemente un problema nostro (come esseri umani) e magari di qualche altra migliaia di specie. Ci sono alcune specie che prolificano nell’inquinamento da noi creato, i sassi non sono “riciclabili” (ma naturali a tutti gli effetti), e a mamma natura magari non interessa se noi ci estinguiamo e se portiamo con noi ogni essere vivente sulla terra.

          • Enrico Galavotti L'autore dell'articolo

            Che gli umani siano diventati qualcosa di “esterno” alla natura possiamo farlo risalire all’epoca in cui abbiamo fatto nascere le civiltà schiaviste, cioè circa seimila anni fa. L’umano dipende dal naturale, e questo l’abbiamo vissuto fino appunto allo schiavismo escluso. Se non recuperiamo quanto vi è stato prima, noi potremo solo peggiorare. Cioè fino adesso non ci è servito a nulla passare dallo schiavismo al feudalesimo e da questo al capitalismo e da questo al socialismo statale: tutte queste formazioni sociali sono fallite appunto perché non si è stati capaci di recupere il “naturale”. Già adesso possiamo con sicurezza sostenere che una qualunque prossima rivoluzione sociale o politica che non tenesse conto del primato della natura sull’uomo è destinata a fallire. Chi difende il diritto al lavoro senza difendere contestualmente i diritti della natura, sarà forse più democratico di chi difende i privilegi della casta, ma di “naturale” continua a non avere nulla.

          • GianBarGian

            Mi rispondo perchè non trovo il tasto per rispondere al tuo post. 😀
            Non ho capito bene la pertinenza della risposta ma è un problema mio.
            Non capisco altrettanto bene come lo schiavismo non sia qualcosa di “naturale”. Nel senso; le scimmie probabilmente non praticano lo schiavismo perchè non ne sono intellettualmente in grado. Questo si basa sul fatto che le scimmie sono un specie dove la gerarchia sociale è determinata prevalentemente dalla dominanza. Se io dimostro di essere più forte di te e tu non hai la forza/coraggio di ribellarti io sono socialmente più importante di te (più donne -partner sarebbe più politically correct, ma affanculo il politically correct-, più cibo etc….). Va da se che le società scimmiesche sono prevalentemente “maschiliste”. Questo sembrerebbe confermare la tua tesi in cui progredendo (quindi anche guadagnando diritti civili, e uguaglianza) si va contro natura. Ma in una maniera completamente opposta rispetto a quella che intendi.
            Io non lo credo, anche perchè, ripeto, non credo che noi -essendo parte integrante della natura- possiamo in qualsiasi modo muoverci contro essa.
            Anzi per “giustificare” questa discrepanza ho una mia teoria, ma non voglio annoiare/rmi e mi son dilungato già abbastanza.

          • Enrico Galavotti L'autore dell'articolo

            Se lo schiavismo fosse qualcosa di “naturale”, non avremmo cercato di superarlo col servaggio e col lavoro salariato (privato e statale). Non puoi prendere quel che fanno o non fanno gli animali come metro di misura di quel che dovremmo fare noi. Altrimenti dovremmo dire che il darwinismo sociale è il miglior sistema di vita del mondo. Se fosse così dovresti chiederti se proprio questo sistema, che sicuramente nel mondo è dominante, in quanto l’abbiamo creato noi occidentali, non ti porti a considerare il mondo animale come un modello per quello umano. Siamo ormai talmente abituati a odiarci che riteniamo del tutto “naturali” dei comportamenti che tra animali sono istintivi proprio perché non hanno il compito di interpretarli.

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