Analisi di una presunta democrazia 26


Ultimamente mi sto pentendo di non comprare La Repubblica, che poi mi perdo delle perle di articoli che pur nella loro relativa inutilità, permettono al cervello di continuare nell’ormai folle gesto di ragionare. Ma in fondo, poi, le cose in un modo o nell’altro si vengono a sapere e ci si imbatte in un articolo di Maurizio Bettini che richiama alla nostra memoria Il convitto dei sette savi di Plutarco (che, non c’è neanche bisogno di dirlo, con i nostri dieci saggi non c’entra un bel nulla).

Una domanda: qual è il regime democratico migliore? A domanda rispondono, rispettivamente e rispettosamente, i sette savi presi in causa da Plutarco. Io, a risposta analizzo, magari banalizzo ma ci provo lo stesso perché in fondo amo sfondarmi di pippe mentali dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina. L’ordine delle risposte lo decido io in base alla mia analisi logica.

Talete: “Quello in cui non ci sono né cittadini troppo ricchi né cittadini troppo poveri.”

Se metodologicamente andrebbe definito cosa si intenda per troppo, possiamo arrivare a una conclusione di buon senso che (anche se non proprio scientificamente) lo definisca in relazione all’aggettivo che lo segue. Un troppo ricco potrebbe essere chi ha tanto in eccesso da non avere neanche la possibilità concreta di spendere tutto il denaro che possiede per oggetti o servizi che rendano effettivamente migliore la qualità della sua vita. Per contro, un troppo povero potrebbe essere colui che non possiede denaro sufficiente a comprare quanto gli necessita per condurre una vita che sia dignitosa (come affermato anche dalla nostra Costituzione), ovvero che permetta di rapportarsi in maniera esaustiva e soddisfacente con il resto della collettività.

Esempio empirico: in italia il troppo ricco può essere identificato in chi ha il lusso di ricevere (come alcuni esponenti politici) addirittura tre pensioni, alla faccia del troppo povero esodato che non solo non ha una pensione, ma non ha neanche uno stipendio!

Anacarsi: “Quello in cui il rango più alto è assegnato in base alla virtù, il più basso in base al vizio.”

Anche qui si presenta un problema metodologico di definizione di vizi e virtù. Partendo dall’accezione più positiva (e propositiva) di virtù, la si può riconoscere come la capacità di fare del bene, e visto che stiamo parlando di democrazia, di fare del bene alla comunità. All’opposto, si può considerare il vizio come l’incapacità di farlo o, addirittura, la propensione abitudinaria a fare del male alla stessa collettività.

Esempio empirico: se risulta abbastanza difficile trovare una personalità virtuosa cui viene appioppato il rango più basso proprio per il semplice fatto che in tal caso il soggetto in questione rimane in penombra e nell’ignoranza più totale della comunità, non è altrettanto difficile trovarne l’esempio opposto. Possiamo infatti riconoscere come personalità viziosa quella del nostro ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che più volte ricoperto del rango più alto del nostro Governo, è colui che in prima persona ci ha portati a uno stato collettivo di povertà e di crisi economica, inefficienza politica e amministrativa, scarsità di argomentazioni etiche (senza poi andare a vedere il significato più lussurioso della parola vizio). Analizzato ciò, potremmo riconoscere come personalità virtuosa ricoperta del rango più basso proprio il lavoratore comune che, con il suo misero stipendio e il suo impegno costante e quotidiano, contribuisce all’arricchimento etico e materiale del paese pur non ricevendo in cambio alcuna onorificenza che vada oltre il semplice guadagno di qualche spicciolo.

Pittaco: “Quello in cui i malvagi non possono ottenere alcuna magistratura, mentre gli onesti non possono esimersi dall’esercitarne una.”

Partendo dalla definizione di onesto che nella nostra società è un termine decisamente più diffuso e accreditato di malvagio, possiamo riconoscerla nel tipico cittadino onesto che paga le tasse e timbra sempre il biglietto dell’autobus, nell’interesse della collettività e a discapito del proprio tornaconto. A questo punto la definizione di malvagio, per opposizione, sembrerebbe essere quella di chi infrange la legge per perseguire il proprio interesse a discapito della collettività.

Esempio empirico: ancora una volta, l’esempio del pluriindagato Silvio Berlusconi è quello che più di ogni altro salta all’occhio di un cittadino comune nell’identificazione del malvagio, cui è stato dato più volte il diritto e la legittimazione di ricoprire un ruolo di magistratura nel senso ellenico del termine. Per contro, il tipico cittadino onesto che paga le tasse e timbra sempre il biglietto dell’autobus non solo non si sente in dovere di ricoprire un ruolo nella magistratura, ma anche qualora fosse tanto onesto da voler mettere al servizio della comunità le sue doti migliori, non è in alcun modo facilitato a farlo in modo autonomo ed indipendente da coloro appunto che vengono designati come malvagi.

Chilone: “Quello in cui si dà più ascolto alle leggi che non a chi è bravo nel parlare.”

Anche qui, identificare i termini di Chilone non è né facile né tanto scontato come a primo impatto potrebbe apparire: se le leggi sono fatte da chi è bravo nel parlare, come la mettiamo? Per aggirare questo inconveniente, identifico con la legge la nostra carta costituzionale, e riconduco la figura del politico proprio all’immagine di colui che è bravo nel parlare.

Esempio empirico: il nostro tipo di democrazia – che ruota intorno al fulcro della campagna elettorale condotta a suon di slogan, interviste, opuscoli e comizi – fa sì che in definitiva sia proprio colui che è bravo nel parlare a vincere e a poter legiferare indisturbato. Mentre invece la legge intesa come Costituzione è spesso delegittimata nella pratica, e ridotta a semplice baluardo dei nostri ideali piuttosto che a guida delle nostre azioni.

Solone: “Quello nel quale l’ingiustizia viene punita con la stessa severità da chi l’ha subita e da chi non l’ha subita.”

Questa è un po’ un’idea collettiva di giustizia sociale, in cui non è tanto il giudice ad infliggere la pena e non è tanto la vittima a denunciare il crimine, ma è la stessa comunità nella sua totalità a dover vigilare sul rispetto della legge e a dover oltretutto attivarsi affinché il colpevole venga punito in maniera esemplare.

Esempio empirico: oltre la constatazione, quasi banale, che la nostra legge non prevede una giustizia di questo tipo, è giusto prendere in analisi un esempio pratico che illustri se a livello di comunità agiamo o meno allo stesso modo sia in qualità di vittime sia in qualità di non-vittime. Il primo che mi balza all’occhio è quello dei numerosi omicidi di cui le forze di polizia si sono ricoperte negli ultimi anni, primo fra tutti (in qualità di più famoso e al contempo più recente) è il caso Aldrovandi. Non potendo identificare nella vittima lo stesso ragazzo ucciso (per il semplice fatto che è stato ucciso), lo si può fare con i suoi più prossimi parenti e con i suoi amici e conoscenti. Risulta chiaro che se non ci fosse stata la madre a chiedere a gran voce indagini approfondite e pene adeguate, la cittadinanza non si sarebbe attivata in alcun modo. Allo stesso tempo va riconosciuto un impegno collettivo nel rendere nota la vicenda, impegno che però non è stato né esteso a tutta la comunità, né seguito da altrettanto impegno nella risoluzione di casi meno noti ed eclatanti.

Biante: “Quello in cui si teme la legge allo stesso modo in cui si teme un tiranno.”

In questo caso preferisco aiutarmi con il dizionario per avere una visione più chiara del termine. Tiranno risulta dunque, nell’antica Grecia, chi si faceva signore di una città assumendo ogni potere civile e militare.

Esempio empirico: le ultime proteste del nostro amato Silvio Berlusconi sembrano quasi suffragare questa ipotesi di democrazia, tanto che lo stesso è arrivato a definire la magistratura con termini molto vicini al significato di tiranno. D’altro canto è pur vero che lo stesso indagato, proprio in qualità di indagato (ma anche, in certi casi, di condannato), non risulta in realtà temere la legge, ma sembra temerne semplicemente l’applicazione qualora sia egli stesso a doverne pagare il prezzo.

Cleobulo: “Quello in cui i cittadini temono il disonore più della legge.”

Ancora, identificare il termine disonore con un adeguato significato, non è impresa semplice e di immediata risoluzione. Forse è questa la definizione meno universale che posso dare, e per farlo mi servo dell’opposto concetto di onore. Onore significa – dice il mio dizionario come prima definizione – integrità di costumi, costante rispetto e pratica dei principi morali propri di una comunità, su cui si fonda la pubblica stima. Potremmo quindi definirlo, in parole più semplici, come l’attuazione pratica e dunque il perseguimento dei principi morali che sono alla base della nostra Costituzione.

Esempio empirico: recita – ad esempio – il quarto articolo della nostra Costituzione:

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Secondo la definizione che Cleobulo dà di una buona democrazia, dunque, i cittadini italiani avrebbero dovuto attivamente difendere il valore di tale articolo quando lo stesso articolo è stato svalutato lo scorso anno tramite la più che nota riforma del lavoro, che è di fatto venuta meno ai principi fondamentali della nostra Repubblica. Non solo, ma avrebbero dovuto farlo anche a costo di infrangere la legge stessa in virtù dell’onore, ovvero del perseguimento dei valori che come comunità abbiamo deciso di darci.

In quest’ottica, considerato il generale e sostanziale disonore della nostra democrazia alla luce dell’analisi che ho deciso di portare avanti e considerato il teorico dovere di temere il disonore più della legge, mi trovo costretta a rinnegare lo stesso valore della democrazia e lo stesso rispetto dei nostri principi. Mancando di una concreta, equa ed efficiente democrazia, ho deciso di rifarmi da capo e perseguire una più modesta egocrazia. Così siamo pari e non ho più bisogno di lamentarmi.


Informazioni su Gilda

I governi non mi piacciono in generale, che siano produttivi o fallimentari. Non mi aggrada che pochi scelgano per molti, anche quando i pochi siano scelti dai molti in una più che utopica unanimità.

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