Amore Naufragato
11 aprile, 2009 - 9:00 di Jules Winnfield
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Il vento scala la scogliera e scuote piccoli fili d’erba e margherite sottili. Sui recinti corrosi dalla salsedine ciuffi di lana grigia si intrecciano con altri più candidi di agnelli infanti. Procedo lungo il sentiero come un ubriaco. Non riesco a porre un piede dopo l’altro, raffiche di vento rendono incerto il mio cammino e la mia attenzione è fugace ed incostante, anch’essa scossa violentemente dalla bellezza selvaggia di questi luoghi e di Lei che suona per le onde.
La sera scivola implacabile tra i fiori selvatici. Un altro giorno è fuggito e non ritornerà. Si alza la marea.

Lei suona il flauto traverso per le onde del mare. La sua terra giace oltre l’oceano. Le note trascinate dal vento giungono fino ad Atlantide e oltre, fin sulle sponde delle Nuove Terre. Lì attraversano boschi fiumi e laghi e le fredde praterie del Saskatchewan. Forse un giorno tornerà a casa. O forse resterà qui per sempre. Come me, a guardare il mare giorno dopo giorno.
Ho fatto un sogno questa notte. Un cigno sorvolava il mio letto di alghe e rocce. La marea si stava alzando e le mie grida non erano che un debole soffio. I granchi costruivano nidi nelle cavità del mio corpo svuotato dalle viscere che venivano trascinate in alto, iniziava una orrenda contesa tra cigni e gabbiani alla quale assistevo inerme.
Alghe gommose come catene cingevano i miei polsi e le gambe e le spalle. Il silenzio della notte era saturo del grido degli uccelli e dell’odore della risacca. L’acqua gelata raggiungeva le mie caviglie e poi sempre più su. Le pulci d’acqua scavano in profondità, si insediano nel cuore prosciugandolo fino all’ultima goccia. “Sai dire addio ai giorni felici?” le ultime note di un canto lontano vengono sommerse dalle onde, ed anch’io. Non sono che uno scoglio sprofondato nell’eternità degli abissi oceanici.

L’alba di un nuovo giorno. Un pascolo di nuvole nel cielo. Un sole confidente, un mare ingannevole. I pescatori si avventurano tra gli scogli alla ricerca di cibo. Altre mandrie sono state decimate dal Morbo, altri raccolti devastati dalla tempesta. Siamo condannati. Ma l’uomo è questo: un continuo inseguire i proprio sogni, cieco davanti alla realtà. Una realtà palese ed ostile.
Ho salutato Kieran il pescatore che salpava dalla spiaggia nella baia della Mucca Bianca. Il suoi occhi sono del colore del mare ed egli conosce il mare meglio di quegli occhi che quella stessa mattina lo pregavano di non partire. Partire o morire. Troverà la morte a “An Carraig Dhubh”, la Roccia Nera. Me lo ha cantato il vento. “Nessuno si salverà” – mi ha detto “prenderò il vostro corpo, o la vostra anima”.
Tutti sull’Isola hanno udito il vento cantare, anche se lo negano a se stessi e agli altri. Restare significa morire di fame o contagiati, partire significa lasciare qui il proprio cuore. Vale anche per me che sono un forestiero e che sono qui che attendo il mio destino incerto. Partire o morire.

Lei viene dalle Nuove Terre. Molti si chiedono che cosa l’abbia portata qui e lo chiedono anche a me. Io non posso rispondere, lei non vuole. Nelle sue ultime ore di vita la signora O’ Halloran, sconvolta dalla febbre, aveva profetizzato questo avvenimento: “E’ colpa tua, che tu sia maledetta!”. Così le aveva urlato mentre rivoli di bava colavano dai lati della sua bocca sdentata. Così disse la vecchia O’Halloran a lei che era giunta qui per portare sollievo agli infermi e speranza nei cuori malati.
Sedeva sorseggiando un infuso nei pressi del focolare fumante di torba umida. Alcuni ragazzi la interrogavano sulla sua terra e sulle sue conoscenze del mondo che lungamente aveva visitato in compagnia del marito, un luminare non illuminato. Lei parlava poco, ma rideva molto.
- Suona qualcosa per noi – le chiesi quando i nostri sguardi finalmente si incontrarono.
E quindi suonò. Insieme uscimmo a guardare il sole sparire oltre l’orizzonte e facemmo l’amore sulla spiaggia deserta, su un letto di alghe e rocce.
Al mattino era sparita.
La cercai per tre giorni e tre notti percorrendo palmo a palmo tutta l’Isola. Non trovai che dolore e disperazione e il suo flauto abbandonato nella sua stanza. Vuota.

Seduto aspetto il mio destino incerto. Grige nubi pascolano nel cielo del quarto giorno senza musica e amore. Il vento scala la scogliera e scuote piccoli fili d’erba e sottili margherite, oramai avvizzite. Procedo lungo il sentiero con il passo incerto dell’ubriaco. La mia attenzione è catturata dai ricordi della bellezza di questi luoghi selvaggi e di Lei che suona per le onde del mare. Una bellezza che è fuggita e non ritornerà. La sera scivola implacabile sui miei pensieri, il tempo scorre come cera sul bordo di una candela accesa.
E’ l’alba dell’ultimo giorno. I pochi superstiti ammassano le loro proprietà sulla banchina per salpare su di una nave che non farà ritorno. Rinchiudono in borse e casse i loro beni lasciando nelle loro case vuote i loro cuori. Li vedo incamminarsi in silenzio sul ponte. I più vecchi lanciano un ultimo sguardo malinconico prima che gli oblò vangano chiusi. L’Isola è deserta. Rimane solo la giovane O’Halloran, pazza come sua madre, che non vuole partire. Ed io che non partirò senza di Lei. Lei che è ancora sull’Isola dalla quale non sono partite navi o imbarcazioni in questi giorni.
Chiedo per l’ultima volta se qualcuno l’ha vista ma non ottengo risposta.

Solo ora che la nave è sparita oltre la scogliera e siamo rimasti noi due soli la giovane O’Halloran si volta verso di me e canta: ” l’amore è come la marea che viene e va, il tempo passa e non ritorna più”.
Cerco ancora Lei, non mi arrendo. Urlo al vento il suo nome ma le risa cupe dei gabbiani mi conducono sull’orlo della disperazione e della scogliera. “l’amore passa e non torna più” dicono ma non è vero! Io amo quegli occhi sconvolti dalla passione furiosa, le danze improvvise, l’alterna cadenza di pianti e risate di cui umana ragione non sa darsi motivo. Io amo tutto questo, io la amo ancora.
Un ultimo battello salperà tra meno di un’ora. Sono venuti a prendere la giovane O’Halloran e a caricare le ultime casse. Benché io abbia cercato e urlato del mio amore non v’è traccia. Seduto sulla spiaggia con la testa tra le mani vedo la marea salire. Due ombre si rincorrono tra le rocce.
Alzo gli occhi al cielo e tra le palpebre semichiuse vedo lassù il cigno e il gabbiano. Partire o morire.
Partire è la scelta saggia. Partire e lasciare qui il mio cuore ed affidarmi al tempo. Partire e dimenticare. Partire e non guardare più indietro. Partire e gettare questo flauto nelle profondità di un abisso dal quale non dovrà mai più riemergere.
Oppure restare, la scelta folle, e morire. Ma prima ritrovare l’amore fosse solo per un ultimo bacio. Restare e morire prima che la paura stessa della morte mi porti a rinnegare il mio amore.

Conduco gentilmente il flauto verso le mie labbra, come feci con Lei davanti al sole morente e intono il motivo solenne della follia d’amore che sconvolge. Sento il sapore ferroso del sangue, il sangue che uscì copioso dalle sue labbra quando mi disse di voler partire, che mai sarebbe restata qui con me. La bacio sulle labbra ormai livide e mi corico accanto a lei sul nostro letto di alghe e rocce, invecchieremo insieme, qui, noi due soli, per sempre.
La marea si alza, un gabbiano famelico già si avvicina.
Intono l’ultimo motivo mentre la prima pulce già ha raggiunto il mio cuore.
2000
() Quanti amarono i tuoi momenti di grazia malinconica, | e la tua beltà, con falso o vero amore; | ma un uomo solo ha amato l’anima pellegrina che è in te | e le pene del tuo volto che muta.
Amore Naufragato è di Jules Winnfield

ci devi aver lasciato il cuore in quei posti meravigliosi
Mi ricorda qualcosa…saudade, il migliore (per me) Tabucchi. Struggente.