Amici Immaginari
11 marzo, 2009 di diabolicomarco
Archiviato in MenteCritica, No One
Da bambino avevo degli amici immaginari. Non ricordo quanti fossero né i loro nomi né se per me fossero in qualche modo reali o se fossi consapevole della loro non esistenza. Ricordo che vivevano nell’armadio dei miei genitori o sotto il loro letto. Spesso, quando avevo vissuto qualche evento particolare a scuola o in strada, la prima cosa che facevo era correre da loro per condividere le mie emozioni. E loro facevano altrettanto.

Non è che mi mancassero gli amici in carne e ossa. Però i miei amici immaginari erano rispetto a quelli migliori, più completi e ricchi. Ma soprattutto sempre disponibili e fidati, disinteressati. Ad un certo punto della mia vita sono spariti, non ricordo quando. Il fatto strano è che a trentanni suonati mi è capitato ancora, ho cercato e trovato degli amici immaginari con i quali stare bene.
Ogni tanto ho voglia di aprire questa scatola magica che è il mio computer e parlare con i miei nuovi amici immaginari. Essi mi parlano, mi rispondono, mi raccontano delle loro vite, con me condividono le loro gioie e i loro momenti di difficoltà. Dicono che gli adulti che hanno amici immaginari sono pazzi o stupidi, forse hanno ragione?


In questi ultimi due anni per vari motivi mi sono un po’ allontanato dai miei amici di sempre, quelli di cui conosco gli odori e i difetti. Gli impegni familiari e professionali e i ritmi frenetici che la vita impone rendono il “tempo libero” un concetto astratto ed inesistente. Ai tempi della scuola era tutto diverso. Per non parlare dell’università. Ogni pomeriggio passato inseme, e ogni sera, quasi tutte le mattine e qualche notte. Bisognava trova il modo per “(far) passare il tempo”, tempo di cui disponevo in abbondanza.

Amici sul web? Non ci ho mai creduto. Tutto troppo vago, superficiale, indefinito, irreale, “virtuale”, troppo per uno come me che già poco tollera il telefono. Però poi mi sono detto: è la vicinanza fisica che conta veramente? Non siamo forse in fondo degli universi racchiusi in noi stessi inaccessibili agli altri, comunque? Non sono forse stato seduto allo stesso banco per ore con persone che nulla hanno mai saputo di me e io di loro?
Ho voluto credere che i miei amici immaginari fossero reali sapendo che sarei andato incontro ad una grandissima delusione – puntualmente arrivata – che però non mi ha trovato impreparato. Non credo che ci sia bisogno di ulteriori spiegazioni. Tempo da perdere dietro alle chiacchiere inutili non ne ho più, life is too short.
La vita vera, intendo. Per cazzeggiare invece, il tempo si trova sempre.

Oggi un mio amico vero è passato per Roma. Un’ora di viaggio per raggiungerlo alla stazione Termini e un’ora per tornare a casa per stare meno di un’ora con lui. Follia?
Il tempo di bere un caffè amaro insieme e fare quattro chiacchiere; in certe situazioni non c’è il tempo né la necessità di discutere della meccanica delle cose, di fare discorsi accademici sul sesso degli angeli, di dire e ridire cose già note sulla politica, l’ambiente, la democrazia che forse non esiste o non la vogliamo o semplicemente non ha funzionato. Due parole sul lavoro che non c’è o non funziona, due parole sui nostri figli, che sono il futuro che noi vorremmo – per loro almeno – migliore. Quattro chiacchiere ed un caffè, e poco altro.
C’è però la bellezza di un abbraccio, la potenza degli occhi che guardano negli occhi, l’impulso elettrico che passa da un cuore a un cuore tramite una stretta di mano quando arriva il momento di salutarsi. Gesti che valgono più di migliaia di parole dette, più di decine di migliaia di parole scritte.
La vita è questo, e poco altro.

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