Altro che loden. Mutande ed elmetto sono il vero look di Mario Monti

Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "Altro che loden. Mutande ed elmetto sono il vero look di Mario Monti" è stato scritto da Bruno Carchedi

Non è vero che Mario Monti si veste con loden e cravatta. Questa è solo la rappresentazione mass mediatica e fantasmagorica del look del professore, frutto di una sorta di allucinazione collettiva che ci ha preso tutti e che si può dissipare solo a mente fredda ed esaminando i fatti per quelli che sono. Vediamo.
L’uomo piovuto dai cieli tersi della teoria economica sul melmoso terreno della politica italiana è diventato di botto presidente del consiglio grazie alla paura di Berlusconi di perdere le elezioni e alla paura di Bersani di vincerle. Una progressione di carriera folgorante. E un appoggio istituzionale e mediatico pressocché totale, mentre i partiti si muovono come pugili suonati sul ring della politica.

TAV di Matteo Bertelli

Berlusconi autisticamente pensa al nuovo inno e al nuovo nome del suo partito, e ci va bene così. Bersani nell’ultima puntata televisiva di Servizio Pubblico di Santoro non è stato in grado di opporre un solo argomento valido alle ragioni dei No Tav sostenute con grande efficacia dal loro leader Alberto Perino. Casini vede Monti come vede il Papa e i vescovi: appoggio fideistico, senza se e senza ma. Di Pietro vota contro e nessuno se ne accorge, mentre la Lega fa la solita caciara in Parlamento. Questa è la situazione.
Così Monti può permettersi di far finta di niente quando è costretto a fare marcia indietro sulle famose liberalizzazioni. Tassisti, farmacie, notai, scuole confessionali. Tanto rumore per nulla. E mentre non muove un dito su disoccupazione e aumento dei prezzi, si sente autorizzato a far prendere a manganellate i valsusini No Tav, che hanno dalla loro unicamente Santoro, Landini e Ferrero. Un po’ poco, purtroppo.

Circa 150 anni fa, o giù di lì, un nostro illustre connazionale, Massimo D’Azeglio, ebbe a pronunciare una frase che sarebbe diventata famosa: “Fatta l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”. Certamente D’Azeglio non poteva immaginare che gli italiani, nel corso dei 150 anni successivi, avrebbero sviluppato quelli che sono comunemente definiti come i nostri peggiori vizi nazionali. Dando vita ad un popolo di evasori fiscali, di ipnotizzati che ogni settimana si guardano golosamente l’Isola dei Famosi o il Grande Fratello, o tutt’e due, di votanti per Berlusconi per quasi un ventennio e oggi di ammiratori di Monti con quasi il 60% dell’indice di gradimento, di gente che crede nel miracolo di San Gennaro o, cambiata latitudine, nell’esistenza della Padania, di parcheggiatori in doppia fila e di ricercatori di raccomandazioni. Esagero? E va bene, non siamo tutti così, ma una parte di noi – comunque troppo grande – certamente lo è.

Stando così le cose, Monti – novello Massimo D’Azeglio – se n’è uscito non più di qualche giorno fa con una frase che ricorda molto da vicino quella famosa che l’ha preceduta. Non sulla necessità di ‘fare’ gli italiani, obiettivo malamente raggiunto, ma sull’alta missione che poco modestamente si è auto affidato, quella di ‘cambiare’ le abitudini degli italiani. Un po’ come dire: “Salvata l’Italia (dallo spread), ora dobbiamo cambiare gli italiani”. Cambiare gli italiani? Cioè sconfiggere la mafia, battere il lavoro nero, far pagare le tasse ai grandi evasori e i contributi alle piccole aziende, debellare la corruzione, bloccare l’esportazione dei capitali, e così via? Ma come pensa di realizzare anche solo in parte questi ottimi obiettivi l’egregio professore senza la convinta partecipazione di quell’altra parte degli italiani, cioè dei cittadini onesti e dei lavoratori, e quindi anche escludendo il ricorso all’uso del manganello contro chi non è d’accordo? Queste cose non sono scritte sui libri di testo della Bocconi e non si imparano frequentando le stanze ovattate delle commissioni europee, ma stando in mezzo alla gente, sapendo prima di tutto ascoltare e sforzandosi di capire, che non è una prova di debolezza ma di saggezza.

E ora, torniamo al look del professore e allo stato di allucinazione collettiva che ce lo fa vedere in loden e cravatta. Se abbiamo ben presente che Monti si è ripetutamente calato le braghe di fronte alla caste e continua ad applicare la cura Non Tav all’opposizione sociale, il velo dell’allucinazione collettiva si straccerà e potremo finalmente vedere il premier nel suo reale abbigliamento, e cioè in mutande e con l’elmetto.

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Mi chiamo Bruno Carchedi. Sono nato ad Alessandria, città piemontese un po’ ligure. Mi sono laureato in ingegneria e ho sempre lavorato in grandi aziende dell’informatica. Mi sono buttato a capofitto nelle grandi lotte operaie e democratiche degli anni '70. Ho sempre fatto il sindacalista di base. In quanto sindacalista non ho mai fatto carriera in azienda. In quanto di base non ho mai fatto carriera nel sindacato. Il risultato è che adesso ho una pensione di sopravvivenza, anche se mi ritengo abbastanza un privilegiato. Cosa farei se potessi tornare indietro? Esattamente quello che ho già fatto. Ho due grandi passioni. Il buon vino (degustato in modiche quantità) anche se costa parecchio e la musica, che invece è alla portata delle mie tasche. Mi piacciono le danze etniche e popolari, e la musica classica (tutta). Ah, dimenticavo. Credevo che la Lega Nord fosse la più grande disgrazia capitata dopo il fascismo ... ma poi è arrivato Monti.

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Pubblicato in 000, Cronache Italiane, Democrazia e Diritti, Il Bello della Politica
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