Altro che 3310 17


Oggi ho aperto un cassetto di casa e ho trovato un mio vecchio cellulare.
Premetto che non è una di quelle storie che narrano di “quanto la tecnologia ci abbia cambiato in male la vita”, ne tanto meno una storia per raccontarci “quanto siano indistruttibili gli elettrodomestici di una volta”.
A dire la verità questa è proprio una storia strana.
Partiamo dall’inizio.

Il cellulare in questione lo ho pensionato più di cinque anni fa. Mi venne regalato anni prima per un compleanno dai miei genitori. Ed era sicuramente il più brutto, il meno costoso e il meno funzionante tra tutti i cellulari dell’epoca.
Venne cambiato con un modello più nuovo, con lo schermo a colori e che si chiudeva a conchiglia.
Quando decisi di cambiarlo decisi anche di buttarlo. Non serviva più a nulla. Con la batteria che durava dieci minuti e lo schermo a due colori. Bianco e Grigio. Lo presi e lo lasciai cadere, per nulla delicatamente, nel cestino dell’immondizia. Felice del nuovo acquisto, il vecchio telefono sparì dai miei ricordi.

Un anno dopo, nel bel mezzo dei preparativi natalizi, sotto un diario manoscritto di mia madre con le ricette migliori della sua vita, me lo ritrovai li. Ricoperto da un leggero strato di polvere. Immobile.
Cercai di ricordare. Ero sicuro di averlo buttato. Che ci faceva ancora li?
Lo provai ad accendere per istinto. Ma niente. Che cosa mi aspettavo? Mah! Vabbè poco male. Allungai il braccio ed aprii lo sportello sotto il lavandino della cucina. Lo gettai nuovamente. Richiusi e lasciai passare altro tempo.

Dopo un altro anno. Anzi un anno e mezzo. Un tuffo in acqua fece decedere il mio telefono a conchiglia, trovai singolare come la morte di un telefono di quella forma fosse arrivata proprio in mare. Provai quasi un piccolo senso di approvazione per una morte così degna. Comunque accettai la realtà. Me ne feci una ragione. Era l’estate del 2011. L’era degli Smart phone era cominciata ed io mi aggiornai. Fotocamera, internet, schermo touch e con non so quanti milioni di colori. Sicuramente più del mio TV.

Tornando a casa dopo l’acquisto, cercai un posto dove sistemare la scatola con scontrino e garanzia. Aprii uno sportello del mobile della sala e di nuovo lui. Ancora lui. Fermo. Spento. Immobile. Ancora più impolverato.
Proprio non capivo. Pensai a mia madre che magari lo aveva conservato…ma…vabbè cambiava poco. Lo infilai in tasca e appena uscito di casa lo buttai direttamente nel cassonetto davanti casa. Addio.
Nel Febbraio del 2012, mentre spostavo alcuni libri da una mensola in camera, nascosto tra un Tiziano Terzani e i Malavoglia, ricomparve lui. Ero allibito. Ricordavo perfettamente l’ultima volta che lo avevo buttato. Non riuscivo proprio a trovare una spiegazione. Colto da una specie di rabbia lo scaraventai a terra. Si aprì in tantissimi pezzetti e ci camminai sopra. Sentii scricchiolare i vari pezzi di plastica schiacciati dal mio peso. Poi presi scopa e paletta e mi liberai una volta per tutte dei resti di quello che era stato un tempo un telefono.

Quella sera, cercando una spiegazione, cercai anche di capire se, inconsciamente, fossi legato a quel telefono. In modo tale da giustificare un inconsapevole mio comportamento da collezionista. In realtà alcuni, anzi quasi tutti i peggiori momenti tecnologici della mia vita erano legati a quel terminale.
Non prendeva neanche in mezzo alla piazza centrale. Se abbassavo il volume non si sentiva nulla e se lo alzavo di poco gracchiava più di Fausto Leali. Non era ne tascabile ne trasportabile. Pesava come un mattone e, a guardarlo bene, era anche molto più brutto di un mattone.
Così arriviamo al presente.

Entro in camera, apro un cassetto e tra un paio di calzini e delle mutande riconosco un angolo di plastica. Sposto la biancheria ed è lui. Proprio lui. Con i suoi tasti di plastica scoloriti. Con il suo schermo Bianco e Grigio. Ancora lui. Mi fermo. Rifletto. Cerco una spiegazione razionale.
Me ne sono liberato tante di quelle volte.
Lo giro. Lo guardo intensamente e noto la piccola scritta:

Marca: UDC
Modello: Casini.

Finalmente capisco.

 

di: Salvatore

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Informazioni autore: Calvo per costituzione, allegro per condanna.

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