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Al Festival di San Silvio Nuovo Trionfo di Maria De Filippi



Malika Ayane vince il premio “Mia Martini”, la consolazione (si fa per dire) di tutti i trombati. Perché a lei, a Cristicchi e a Irene Grandi è stato preferito il trio Pupo-Filiberto-Canonici, e a nulla sono serviti gli spartiti volati sul palco, i fischi, le plateali contestazioni. Anzi, i destinatari se ne sono probabilmente gloriati. Il loro secondo posto è stato ben più significativo d’una vittoria. Troppo spudorata quest’ultima, momento topico, ma anche logico, essersi invece piazzati dietro un vecchio camuffato da giovane. Nel frattempo, per quattro giorni consecutivi ci hanno martellati con gli annunci delle loro prossime apparizioni tv, grazie anche al decisivo appoggio di Marcello Lippi, perfetta incarnazione (plasticata) di un’Italia pizza-mandolino-patria-famiglia cara all’iconografia fascista riverniciata per l’occasione, e oggi ammannita dai calciatori-intellettuali da Grande Fratello, da Lele Mora (che si aggirava per il festival dichiarandosi “fascista, anzi, mussoliniano”) e Fabrizio Corona. Tutti “anime nere” (in ogni senso) del Festival, tutti ad aggirarsi vistosi e squillanti dietro le quinte.

Un paio d’anni fa i Savoia chiesero allo Stato italiano un risarcimento di 260 milioni di euro per i danni morali subìti in 54 anni di esilio: 170 li esigeva Vittorio Emanuele, 90 proprio quel simpaticone di Emanuele Filiberto. Era l’epoca della fugace parentesi di Prodi in quasi un quindicennio di debordante potere berlusconiano, che volle fortemente il rientro degli esiliati in Italia (amore mio). Quanto ai proventi dell’eventuale vittoria processuale, sarebbero andati a una neonata “Fondazione Emanuele Filiberto di Savoia” che li avrebbe destinati “in opere di beneficenza e di sostegno alle fasce sociali più disagiate”. La benemerita famiglia ex reale, il cui augusto avo Vittorio Emanuele III appose fra l’altro, nel ’38, la propria firma alle leggi razziali nazifasciste, rimase con un palmo di becco, ma in Italia (amore mio) nulla va mai perduto; e, volatilizzatosi Prodi, la monarchia catodico-berlusconiana ha forse trovato il modo di rifondare il Savoia coi soldi degl’ipnotizzati contribuenti, attraverso trasmissioni tv, ospitate e, adesso, la vittoria morale (?) al Festival.

I corifei della stampa asservita già suonano la grancassa, (stra)parlando di rivoluzione: è il Festival dei giovani, è il Festival delle donne (grazie all’impeccabile conduzione della grande – o immensa? – Antonella Clerici). Valerio Scanu, umanamente incolpevole protagonista vittorioso dell’ennesimo show del marito di Costanzo, anch’egli tornato a biascicare in Rai, presta il bel faccino androgino a un motivetto che più antiquato non si può. Nemmeno Gigi D’Alessio sarebbe stato incapace di tanto. Marco Mengoni, altro protagonista di talent show e unico dei finalisti a rappresentare una potenziale novità, canta bene (come del resto il pur acerbo Scanu), ha personalità e, se sarà capace (o gli permetteranno) di crescere, diventerà un nome di punta dello spettacolo italiano. Ma altri meritavano più di lui; ma il ragazzo ostenta spocchia; e poi, ancor prima che esploda, di sentirlo nominare la sottoscritta s’è già stancata, causa martellamento delle testate gay, commerciali ma non solo, che al brano non hanno dedicato una riga, ma già si mostrano ironiche e agguerrite nel denunciare l’ennesimo omosex “velato” appena definitosi “non bisex né gay, ma con tanti amici ‘così’”. Ormai, la caccia al vip omo sembra diventata un punto d’onore, e il disgraziato deve confessare assolutamente di esserlo, pena l’ostracismo, il disprezzo, l’accusa d’oltraggio alla bandiera (arcobaleno). Che canti bene o no, che abbia una storia artistica importante alle spalle o sia poco più d’un dilettante allo sbaraglio, conta poco o nulla: l’importante è rivelarsi. La bravura in tal caso, e il conseguente successo, verrà decretata automaticamente dai professionisti del coming out.

Nell’Italia degli Svastichella e dei cardinali Caffarra la tv propina in quantità esponenziali personaggi diafani, carucci, vocibianche, caricaturali, che non sposteranno di un millimetro la sensibilità dei nostri connazionali sulle autentiche esigenze della popolazione LGBT, ma ingrosseranno truppe di carne fresca e impomatata per prossimi reality e chiacchiere da web.
Roba nuova, questa? Rivoluzionaria? Roba terribilmente vecchia, invece. Rancida.
L’Italia degli Svastichella è pure l’Italia delle escort, l’insopportabile eufemismo anglista del provinciale che, incapace di usare correttamente la propria lingua, emette borborigmi maccheronici per sentirsi all’ultima moda, e più fine. Il modo in cui le donne, anzi le femmine, anzi le loro parti anatomiche, vengono trattate e usate nella telecrazia berlusconiana non ha bisogno d’esser ricordato qui. Eppure i consueti famigli osanneranno l’avvento della donna sola al comando, la tagliatella di nonna Pina con la sua ineffabile semplicità. Evviva, la destra del fare ci ha consegnato, per la prima volta nella Storia, i seni serpottiani al posto dei grigi pippibaudi della “sinistra” altezzosa e chiacchierona. Ecco la miglior risposta a chi l’accusa di svilire le donne.

In un lontano programma di Canale 5, non casualmente intitolato Viva le donne, il regista Beppe Recchia così replicò a chi lo accusava di antifemminismo: “Non è vero, le donne sono le protagoniste”. E aveva ragione, anche in Drive In le donne erano in qualche modo protagoniste, anche in Colpo grosso, anche nei più recenti La pupa e il secchione, e, naturalmente, nei film pecorecci degli anni ’70 che talora ci càpita persino di rimpiangere.
Protagoniste, ecco la formula magica. Apparire. Nel vangelo televisivo l’importante è star lì; non esserci, ma piuttosto sembrare, mostrarsi; come, e in che modo, non è questione che riguardi. Il solo formularla è da anime belle; quindi, da stupidi.

Nell’immaginario maschile, saldamente al potere e adesso ripropostosi nella variante più brutale e antistorica del machismo, la donna è fata o puttana, angelo o diavolo; ed ecco dunque la finta casalinga Clerici a controbilanciare le Noemi e le D’Addario – per inciso, abbiamo rischiato di ritrovare pure lei, al Festival. Ecco la mamma buona, dal seno così straripante da risultare del tutto asessuato – le brave mogli e sorelle sono sempre, per la cultura sessista, asessuate, anzi, vergini – quella che ogni sera aspetta paziente e premurosa il padrone di casa, e chiude un benevolo occhio sulle scappatelle di quest’ultimo, perché dalle grandi mamme si torna sempre, ma sono terribilmente noiose e gli uomini, si sa, hanno le loro sacrosante esigenze. Ecco la donna “protagonista” oggi esposta dai mezzi di comunicazione di massa: e fra parentesi, tante lavoratrici, studentesse, artiste, insegnanti, politiche, tanto numerose quanto oscurate, perché problematiche e aliene nel mondo semplificato del grande occhio televisivo.

Nei remoti anni in cui gli artisti facevano solo gli artisti, l’arte era una cosa seria, vera, sudata e faticosa; e politica, nel senso più ampio nobile del termine. Per quanto concerne la musica, non erano davvero solo canzonette. Ma ora che sponsorizzano il potentato del momento, tutti i velleitari sono famosi per 15 minuti, nel modo più brutale e pericoloso. Arte sì, ma d’arrangiarsi, di cercare scorciatoie, di salire presto per bruciarsi subito dopo, nell’inceneritore del consumismo che tutto inghiotte come un moderno Leviatano. Arte, anche questa, molto italiana, o meglio arcitaliana. Rivoluzionaria? Macché, qui siamo al ritorno dei Borboni, tanto per restare in tema regale.
E così, dopo lo Stato di diritto, la legalità, il lavoro, ci sono state rubate anche le canzoni. Il tempo libero. Noi stessi. Applausi, fra poco riprende l’Isola dei Famosi.

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Daniela Tuscano
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Comments

7 Risposte a “Al Festival di San Silvio Nuovo Trionfo di Maria De Filippi”
  1. Bello e vero.
    In alcuni passi mi ha ricordato l’inchiostro corrosivo di Sergio Saviane.
    Come vorrei che fosse qui a parlare di questa televisione.

  2. doxaliber scrive:

    Non voglio affatto sembrare snob ma io non credo di aver mai seguito il festival di Sanremo. La musica a Sanremo non esiste da anni e chi ama la musica non può certo appassionarsi al festival. Detto questo anch’io trovo un po’ ridicolo che a vincere il festival, tra l’altro tra i big (de che?), siano personaggi provenienti da reality show. D’altro canto anche le vetrine dei (pochi) negozi di dischi sono tappezzate da questi illustri sconosciuti e dalle loro canzoni che spesso sembrano una versione (mal)rifatta dei neomelodici napoletani. Non credo che un amante della musica, di quelli come me che una volta amavano collezionare cd in versioni speciali (ma per fortuna ho smesso) comprino questa robaccia ed i giovanissimi che ascoltano questi loro idoli di sicuro la musica se la scaricano “aggratis” da internet. Normale che negozi di dischi e case discografiche siano in crisi.

  3. PandaEstintoInPace scrive:

    Se volessimo identificare lo stato di una società con lo stato della sua arte, allora l’analogia sarebbe perfetta per i giorni nostri: In Declino.

    P.S.:
    Volendo essere gentili!

  4. daniela scrive:

    @ Comandante: addirittura Saviane? Il paragone mi confonde! Potenza di Sanremo (o di Sansilvio?). :-D

  5. Giacomo scrive:

    Bell’articolo! Complimenti.
    Ho già scritto qualcosa a caldo sul mio blog in http://jedan58.splinder.com/post/22277221/Arisa%2C+Sanremo+ed+altre+amenit

    e a parte quelle amenità piuttosto innocenti quanto ho visto, pardon, subito,
    è stato tutto parte del solito squallore. Taroccamenti dei televoti o voti comprati a parte le porcherie provinciali solite, l’assenza più che di intellettualità di intelletto vero e proprio e insomma, noia a parte, tutto bene…

    Ma lo strombazzatissimo “trio monnezza” (fame, sonno e debolezza diciamo a Roma) accompagnato in prima (o seconda?) serata da tanto di immagini dei mondiali 2006 e Lippi come testimonial non ha rasentato, E’ osceno. Così come osceni sono tutti coloro i quali hanno speso l’euro per votarli!

    Anche se il pubblico, l’orchestra, gli onesti e gli ingenui hanno fischiato e denigrato come giustamente dice Daniela va tutto a loro gioco.

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  1. [...] corrotta, e che sia corrotta è più di un’ipotesi, se il dibattito culturale nazionale si coagula intorno a Sanremo, se l’evasione fiscale è così diffusa, la colpa principale è di chi questa classe [...]



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