Afghanistan: Te la Do Io la Guerra (Spray and Pray)

Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "Afghanistan: Te la Do Io la Guerra (Spray and Pray)" è stato scritto da kurt

Con una certa periodicità, l’amministratore di questo sito a cui debbo più di un favore, mi chiede qualche analisi professionale che, visti i rapporti, non gli posso negare. La cosa mi ha procurato un po’ di fastidi. Specialmente in occasione della mia indagine sulle presunte fosse comuni in Libia che ha avuto ampia rilevanza e che, insieme ad altre questioni, ha attirato su di me l’attenzione dei servizi segreti di questo paese. Ne sono veramente onorato e sorpreso. Evidentemente, non hanno di meglio da fare in questo periodo. Sono contento. Me lo dice un amico, in genere affidabile, e me ne accorgo dal silenzio di altri che, in queste occasioni, sanno mettere giù la testa. Magari è solo una fesseria, ma questo è il mio ultimo post su questo sito. Ci tenevo ad accomiatarmi dai miei fans. Inoltre, credo che valga la pena di dire “ciao” con un messaggio che può salvare la pelle a qualcuno, specialmente se non sa dove si sta andando a ficcare.

Da qualche tempo è di moda un nuovo gadget. Si chiama helmet cam. Devo dire che la cosa mi interessava poco al punto che me ne sono ricordato solo quando ne ho letto, come voi, sul corriere. Diciamo che è un aggeggio utile se adoperato bene nei contesti giusti. Ad esempio in operazioni di liberazione ostaggi (per affinare le tecniche) o di polizia. Sul campo di battaglia va utilizzata con breve memoria locale ciclica, collegamento radio criptato ad una centrale sul terreno. In associazione ad un quadro tattico può dare al comandante un’inusitata visione del terreno di battaglia e reperire testimonianze oggettive in caso di incidenti di combattimento.

Con memoria locale gestita dal soldato è un clamoroso autogol. Ogni telecamera catturata dal nemico si trasforma in una preziosa fonte di informazioni su tecniche ed equipaggiamenti, nessuno si ricorda di spegnere la helmet cam quando si tratta di fare quelle cose che a casa è meglio che non si sappia che si fanno e tutto finisce in gloria su Youtube.

Il Corriere ci indica appunto un canale Youtube dedicato alle helmet cam in Afghanistan. Funker530 è chiaramente un canale sponsorizzato dai vertici militari, quindi i video vengono scelti con cura per dare della guerra quella visione fra episodio di Call of Duty e party di fine liceo che serve da una parte a tenere tranquilli i giornali di casa e dall’altra per far godere i commentatori dell’eroismo delle truppe dei buoni.

Ci sono molti filmati. In questo l’eroico mitragliere si rialza (da solo e senza che un camerata gli stenda una mano) dopo essere stato colpito da uno shrapnel e riprende a mitragliare imperterrito. Straordinariamente evoluto il sistema di comunicazione tra i blindati americani. Gli amanti della tecnologia possono vederlo al minuto 1:38 e seguenti. In quest’altro si vede come sia possibile che 20 milioni di dollari di attrezzatura siano affidati a due giovanotti che, per divertirsi, dopo una cabrata al limite dello stallo non riescono a richiamare l’AH64 e lo schiantano su un grazioso altopiano innevato. Fa niente. Non sono i soldi il problema. In ogni caso, controllo o no, chi ha tempo di guardare qualche filmato si renderà subito conto di che tipo di conflitto si sta svolgendo in Afghanistan, del livello medio di preparazione dei partecipanti e dei rischi che comporta parteciparvi anche se in funzione di retroguardia.

Faccio la breve analisi di un solo filmato. Quello che metto di seguito.

Immagine anteprima YouTube

Premesso che non dispongo del quadro tattico, analizzo la situazione per quel che vedo e sento. Un gruppo di combattenti americani è asserragliato al riparo di alcune costruzioni ed affronta un nemico di cui non conosce esattamente posizione, consistenza e armamento. Una cosa è sicura: il nemico non ha mortai o RPG, altrimenti il filmato se lo starebbe guardando lui.

La prima cosa che colpisce è l’impressionante volume di fuoco sviluppato. In  realtà, in alcune situazioni di combattimento, questo è normale e si chiama suppressive fire o “fuoco di copertura”. In pratica si tratta di sviluppare un grande volume di fuoco verso la direzione nella quale si immagina si trovi il nemico per obbligarlo a tenersi al riparo e consentire a se stessi o propri camerati, il rapido raggiungimento di posizioni dove sia possibile asserragliarsi o porsi in condizioni di vantaggio. Qualcuno, non io, dice che in combattimento il 75% del fuoco è sempre fuoco di copertura.

Sarà sicuramente così, peccato che in dieci minuti di video non si muova nessuno dalle sue posizioni e se di fuoco di copertura si tratta dovrebbe essere fuoco rivolto alla protezione di altri contingenti che stanno convergendo su una posizione specifica. Questo mal si concilia con le raffiche esplose senza nemmeno sporgere la testa del minuto 5:50, all’apparente tiro mirato di altri commilitoni ed al lancio di una granata che, nella migliore delle ipotesi, lanciata così,  può raggiungere al massimo i 20 metri di distanza. Il tutto, unito alla scenografica iperventilazione del protagonista ed alla clamorosa papera del minuto 3:40 ( dopo l’inceppamento, il fuciliere libera la camera di scoppio, arma l’otturatore ma dimentica di incamerare il nastro delle cartucce) che gli poteva costare la vita procura all’osservatore critico l’idea che

  • le forze in campo siano sostanzialmente equilibrate nonostante lo spropositato vantaggio tecnologico occidentale
  • che in Afghanistan, esaurita la capacità di aviazione ed artiglieria tattica,  sia in pieno atto una “disinfestazione” del territorio. Operazione che esperienza e letteratura descrivono lunga, sanguinosa, costosa e sempre perdente (senza eccezioni, vedi Germania nazista contro partigiani, USA in Vietnam, Israele in Palestina).
  • che l’abbondanza incontrollata di materiale a disposizione produce quasi automaticamente truppe scadenti, pronte a dissolversi nell’eventualità dell’assottigliarsi delle sussistenze con l’aggravante di essere arrivate sul terreno convinte di partecipare ad una specie di videogame.

Con questo, credo di aver esaurito il mio compito qui. Ringrazio tutti e auguro in bocca al lupo.

k.

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Kurt è lo pseudonimo dietro il quale si cela l’identità di un “private contractor”, in italiano “mercenario”. Kurt ha consolidata esperienza nell’analisi dei dati sul campo, nella valutazione delle informazioni di intelligence e nella maskirovka, termine tecnico di origine russa che indica le operazioni militari basate sulla disinformazione (Military deception). Kurt si è ritirato nel 2007, dopo una sfortunata operazione in Africa centrale di cui narreremo su MC. Chi è interessato alla sua storia, può leggere: le interviste che Kurt ha rilasciato al corriere della sera http://www.corriere.it/sette/13_febbraio_18/2013-08-pinotti-mercenari_09f9f2b6-79dc-11e2-9a1e-b7381312d669.shtml, al giornalista Paolo Salvatore Orrù http://notizie.tiscali.it/articoli/interviste/11/02/libia-kurt-il-mercenario.html l’indagine di Kurt che ha smascherato a livello mondiale le bugie della Nato. http://www.mentecritica.net/fosse-comuni-in-libia-un-falso-costruito-ad-arte-google-maps-lo-dimostra/mente-critica/no-one/latest/kurt/19782/ il documento nato che Kurt ha tradotto e che svela la strategia da tenere in caso di disordini post crisi economica. http://www.mentecritica.net/economia-dellapocalisse/meccanica-delle-cose/chiamiamola-economia/kurt/15954/ Kurt scrive solo per mentecritica.net e può essere contattato solo tramite mentecritica.net

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