Afghan Tales /2 (Appalti Multimilionari per Armi Spazzatura)
19 aprile, 2008 di GG
Archiviato in Oltre il Confine
AFGHANISTAN: GUERRA MIA, GUERRA TUA.
Dal punto di vista più strettamente “militare”, l’Afghanistan risulta essere – secondo il britannico Jane’s Information Group – il quarto paese più pericoloso al mondo (l’Iraq è il 22esimo!). Alla faccia dell’Enduring Freedom.

Il bivio di fronte a chi ha mosso guerra presenta due possibilità: incrementare le truppe Nato (con somma gioia di chiunque al governo e dei suoi referenti economici) oppure assecondare le proposte del governo afghano, che, preoccupato di limitare le vittime civili provocate dalle forze alleate, spinge per una “afghanizzazione” del conflitto; essa però non si appoggerebbe sull’azione dell’Ana (esercito nazionale afghano) bensì sul massiccio impiego di milizie tribali pashtun di autodifesa: questo perchè, in Afghanistan, un effettivo esercito unitario e nazionale è per ora una lontana utopia, e le divisioni tribali hanno la meglio su qualsiasi proposito costruttivo.Sguinzagliare le milizie tribali significherebbe, tuttavia, abbandonare il paese alla guerra civile, trasformandolo così in un secondo (più difficile) Iraq. Morale della favola: l’alternativa strategica è – dal punto di vista umano – pressocché inesistente, perché in ogni caso la scia di sangue sarebbe lunghissima; tanto sotto le bombe della Nato, quanto sotto il fuoco incrociato dei kalashnikov miliziani e talebani.

In ogni caso, lo staff di Karzai sembra spingere decisamente per la seconda soluzione. Così si è pronunciato anche il ministro Mohammed Hanif Atmar, secondo il quale un utilizzo di milizie locali di autodifesa – metodo risultato efficace già nelle province sudorientali di Khost e Pathkia – potrebbe portare alla sconfitta dei Talebani in 5 anni (invece che nei 15 previsti dalla Nato per la propria azione), soprattutto se si operasse una forte riconversione dei finanziamenti erogati dalla comunità internazionale, diminuendo l’invio di truppe occidentali e aumentando l’approvvigionamento di armi e l’addestramento delle milizie afghane.
LE ARMI DELLO ZIO SAM.
In tutto ciò, come spiegare allora il fatto che dal 2004 gli Usa inviano agli afghani armi e proiettili fabbricati in Cina e datati – alla meglio – “1962″? Alla luce di quale altissimo principio di collaborazione internazionale e buona fede può guardarsi un particolare del genere?
Dietro questi interrogativi si cela la Aye Inc., una semi-sconosciuta compagnia privata con sede a Miami Beach, che vive di appalti pubblici (leggi: soldi dei contribuenti) per forniture di armi e munizioni per conto della Casa Bianca. Nelle due foto qui sotto potete ammirare – a sinistra – il presidente della Aye, Efraim Diveroli (22 anni), e – a destra – il vice-presidente, David Packouz (25 anni), professione massaggiatore.
Dal 2004 (quando il presidente Diveroli aveva appena 18 anni) ad oggi, la Aye si è aggiudicata contratti col Pentagono per oltre 1 miliardo di dollari. Nel 2007, il colpaccio: un mega-appalto da 300 milioni di dollari per la fornitura di armi e munizioni in Afghanistan. Come abbia fatto una compagnia di giovani bestie ad ingraziarsi il Pentagono, rimane effettivamente un mistero.
In questi giorni, tuttavia, alcuni nodi sono venuti al pettine: il Dipartimento della Difesa Usa ha sospeso (non retroattivamente, ma solo per il futuro) ogni attività contrattuale con la Aye, rea – secondo l’Army Criminal Investigation Command – di aver violato gravemente alcune condizioni dell’appalto; un reportage del NY Times, inoltre, ha svelato numerosi particolari dell’attività della Aye, portando alla luce una fitta trama di nomi afferenti al traffico internazionale di armi, e che la società di Diveroli utilizzava come intermediari (un nome è caso è quello di Heinrich Thomet, assai noto ad Amnesty International). Numerosi “middlemen” dai nomi pericolosi hanno trattato gli affari della Aye in Albania, Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Kazakhistan, Montenegro, Romania e Slovacchia.
Per quanto riguarda le violazioni contrattuali dell’appalto col Pentagono, la Aye avrebbe illecitamente acquistato (a basso costo) armi e munizioni altamente scadenti (si parla di proiettili corrosi, e cose simili) dalla Repubblica Popolare Cinese, nonché di averli imballati in maniera lontana anni luce dalla comune prassi delle spedizioni internazionali (si parla di scatole aperte, tanto per intenderci).

Dato che, a ben vedere, l’inaffidabilità della Aye era già sotto gli occhi della Nato e del Dipartimento di Stato Americano – che più di una volta avevano ordinato la distruzione del materiale bellico inidoneo esportato da Diveroli – resta un mistero cosa abbia spinto il Pentagono ad affidarsi per 4 anni alla “professionalità” di un ragazzetto sbandato.
Le risposte, in realtà, ci sono, ma sono ben lungi dal giustificare l’amministrazione Usa: il tutto, infatti, sarebbe stato dettato – guarda un po’ – dalla convenienza, dettata, anzitutto, dalle basse offerte della Aye durante le gare d’appalto, e in secondo luogo dal fatto che Diveroli comprava per lo più vecchie armi sovietiche, ritenute idonee dal Pentagono in quanto di produzione sovietica è anche la dotazione bellica dell’esercito e della polizia afghana. Tutto ciò è riuscito facilmente a far scivolare in secondo piano le rigide linee guida contrattuali in tema di scelta delle compagnie appaltatrici, che esigono un contraente privato “responsabile, con una solida base economica, capacità di trasporto, uno ’storico’ di buone performance di vendita e un’attività in conformità con le leggi federali che regolano tale tipo di transazioni”. A parte la buona capacità economica, la Aye misconosce il significato di tutto il resto.
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