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Afghan Tales /1 (Come le Imprese Occidentali si Mangiano i Soldi della Ricostruzione)

18 aprile, 2008 di GG  
Archiviato in Oltre il Confine



Ultime dall’Afghanistan: pare che la storia della ricostruzione del paese sia una bufala, che gli investimenti internazionali siano sostanzialmente militari, che le forze di occupazione siano con l’acqua alla gola, che non vi sia una reale volontà – da parte degli Stati Uniti – di permettere alle forze nazionali afghane di cavarsela da sole, e che una nuova bestia gigante abbia intenzione di abbeverarsi alle fonti di Kandahar.

L’avreste mai detto?

afghanistan-map.jpg

Afghanistan: Resurrection (?)
Partiamo dalla notizia migliore: tra un’anomalia ed un’altra, a malapena 1/3 dei soldi promessi – per la ricostruzione – da governi e istituzioni internazionali arrivano effettivamente a destinazione. A sbriciolare le visioni oniriche di chi immaginava un Afghanistan in guerra ma almeno risollevato dalle generose stampelle occidentali è un recente rapporto dell’Oxfam: esso evidenzia, anzitutto, la persistente sproporzione tra il volume dei finanziamenti internazionali a scopo umanitario (circa 4,5 milioni di euro al giorno) e quello delle spese militari anche solo statunitensi (ammontanti alla bellezza di 60 milioni di euro al giorno). Unitamente a questo – che già potrebbe dare un quadro esaustivo degli intenti “umanitari” e filo-democratici di Enduring Freedom – si aggiungono, come si diceva, le svilenti percentuali relative ai finanziamenti effettivamente spesi rispetto a quelli inizialmente promessi: dal 2001 ad oggi, ad esempio, la comunità internazionale ha sborsato solo 2/3 della somma per cui si era impegnata ad inizio conflitto, e i soli Stati Uniti appena la metà (cifre più precise nel rapporto).

600afghanistan_woman.jpg

Tutto qui il problema? Niente affatto. Sempre il rapporto Oxfam, infatti, punta il dito contro un’altra e gravissima indicibile vergogna del progetto di ricostruzione: il ritorno indietro dei finanziamenti spesi.
Il meccanismo è semplice: è sufficiente utilizzare i fondi internazionali per appaltare i lavori di ricostruzione a imprese occidentali. E’ quello che ha fatto e continua a fare l’UsAid (Cooperazione Statunitense), che in questi anni ha regalato appalti a KBR-Halliburton (chi si vede!), Louis Berger Group, Chemonics International, Bearing Point e Dyncorp (tanto per fare qualche nome). E’ facile immaginare quanti soldi vengano effettivamente trasformati in opere e quanti in profitti privati. Il tutto è più facilmente concepibile quando si pensi che, spessissimo, si innesta un sistema di appalti e subappalti tra società occidentali e afghane, per cui il prezzo delle opere finite aumenta vertiginosamente e i finanziamenti necessari vengono in gran parte intascati dai contraenti senza essere reinvestiti, con l’ulteriore conseguenza del crollo della qualità delle opere stesse.
Un esempio che ci riguarda da vicino. Il rapporto fa riferimento alla ristrutturazione dell’ospedale Khair Khana, a Kabul, per il quale il governo italiano concesse un appalto di 2,2 milioni di dollari all’UNFPA (United Nations Population Fund); secondo Kabul Press – che indagò sul progetto – l’UNFPA subappaltò a sua volta all’UNOPS (United Nations Office For Project Services), la quale subappaltò ad una società italiana, che subappaltò nuovamente ad un’impresa edile Afghana. Risultato: meno della metà della somma inizialmente pattuita fu destinata all’ospedale, e a la qualità del lavoro finito fu stimata così bassa che si rese necessaria un altro progetto di ristrutturazione.
Altro breve esempio: per la ricostruzione di un breve tratto di strada collegante Kabul all’aeroporto, l’UsAid appaltò l’opera al Louis Berger Group, che subappaltò a sua volta alla Compagnia di Ricostruzione Afghana. Risultato: furono stanziati 2,4 milioni di dollari per km di strada, laddove il prezzo medio in Afghanistan per la realizzazione di un’opera del genere si aghira tra i 100.000 e i 600.000 dollari (a seconda della tipologia di terreno). Dati: Integrity Watch Afghanistan.

afghana.jpg

Se la nostra indignazione non fosse già alle stelle, potremmo sempre buttare un occhio alle spese che, orientativamente, vengono effettuate dalla comunità internazionale per alloggi, sicurezza, abitazioni e lussi delle delegazioni e degli impiegati in questi fantomatici “progetti umanitari”; dice il rapporto Oxfam:

“A vast amount of aid is absorbed by high salaries, living, security, transport and accommodation costs for expatriates working for consulting firms or contractors, who also benefit from generous danger or hardship allowances. With the recent deterioration of security, these costs are increasing. A number of major contractors or organisations pay Afghanistan-based expatriates an additional 35% of basic salary as a danger allowance and a further 35% of salary as hardship pay.
Thus, the total cost of each full-time expatriate consultant, working in private consulting companies, is in the region of $250,000 per year, with a significant number costing up to half a million dollars a year. This is some 200 times the average annual salary of an Afghan civil servant, who is paid less than $1000.”

E PeaceReporter ci regala un’ulteriore chicca (a onor del vero, non supportata da link o fonti):

Per non parlare delle case con piscina e aria condizionata in cui vengono alloggiati, delle guardie armate che proteggono abitazioni e uffici (10 mila uomini solo a Kabul), dei rifornimenti di cibo occidentale spediti dalla madrepatria e delle flotte di lussuosi fuoristrada Toyota.

La differenza tra quanto viene stanziato e quanto viene sperperato, viene filtrata attraverso l’opera delle ONG e dei PRT, i quali entrambi spesso non riescono a ben definire i confini del proprio lavoro:
(da PeaceReporter, circa il rapporto Oxfam) I progetti, infatti, non sono stati decisi dalle Ong in base alle effettive esigenze della popolazione, ma sono stati gestiti dai Prt provinciali della Nato in base a logiche militari, vale a dire allo scopo di “conquistare le menti e i cuori” delle popolazioni che vivono nelle aree controllate dai talebani. Un sistema che spesso finisce con il diventare un aperto ricatto nei confronti delle comunità : “Se volete che vi costruiamo la scuola o il pozzo o la strada, dovete fornire informazioni sui talebani e non sostenerli più”. Una strategia che si è rivelata fallimentare sia sul piano militare (l’insurrezione talebana si è estesa di anno in anno) che su quello umanitario, dato che i progetti spesso vengono abbandonati per le scarse condizioni di sicurezza.

<continua>

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Comments

8 Risposte a “Afghan Tales /1 (Come le Imprese Occidentali si Mangiano i Soldi della Ricostruzione)”
  1. Sant-Just scrive:

    quando le notizie sono così precise fanno venire ancor di più la gastrite (come Report, del resto)

    no comment, comunque

  2. Francesco Orsenigo scrive:

    Bello.
    Si vede bene come le guerre siano il modo migliore per trasferire soldi dai contibuenti alle multinazionali.

  3. GG scrive:

    Costi risibili, e finanziamenti internazionali.

    E’ perfetto no?

  4. Zappo scrive:

    E’ chiaro che gli stati uniti utilizzano la guerra coloniale non solo per depredare le risorse degli altri paesi, ma anche per rivitalizzare l’economia delle sue aziende, creare occupazione e limitare anche la malavita sul suolo americano: l’esercito fa campagne di reclutamento (dall’etica decisamente dubbia: ho visto video in cui i militari si piazzavano presso i campetti da basket e raccontavano ai ragazzi quali giocatori di basket e rapper si fossero arruolati nell’esercito e quanto esso avesse giovato al loro sucesso) nei quarteri più poveri, e i ragazzi che si arruolano volontari sono chiaramente quelli con una situazione economica difficile e poche possibilità di trovare un lavoro redditizio “normale”… così gli stati uniti spediscono i giovani potenzialmente pericolosi a morire lontano, creano posti di lavoro, riversano montagne di soldi nelle loro industrie belliche e civili per la “realizzazione di opere”, e infine prendono anche il controllo del paese colonizzato assorbendone le risorse..!

  5. Acrylic77 scrive:

    Non mi meraviglia affatto, anzi, ritengo fosse tristemente prevedibile.
    La storia della costruzione è risultata un’altra favoletta per addolcire la “pillola”.
    Un plauso per gli articoli.
    A77

  6. Adetrax scrive:

    E pensate che qualcuno 6 anni fa voleva replicare in sedicesimo questo modo di dragare soldi dal pubblico (ovvero noi tutti) a ben selezionati privati.

  7. ilBuonPeppe scrive:

    pare che la storia della ricostruzione del paese sia una bufala….

    … ma vaaaaa….!?!?

    è sufficiente utilizzare i fondi internazionali per appaltare i lavori di ricostruzione a imprese occidentali

    … ma vaaaaa….!?!?

    meno della metà della somma inizialmente pattuita fu destinata all’ospedale, e a la qualità del lavoro finito fu stimata così bassa…

    … ma vaaaaa….!?!?

    PS: leggetevi “Shock economy” di Naomy Klein, che spiega in dettaglio il come e il perchè di queste iniziative. Solo per chi ha lo stomaco forte…

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